12 dicembre 1969
12 Dicembre 2009Lettera al miglior presidente del consiglio in 150 anni di storia
11 Settembre 2009
Durante la conferenza stampa a margine del vertice Italia-Spagna, tenutosi nella giornata di ieri alla Maddalena, Silvio Berlusconi ha dichiarato: «Sono convinto di essere di gran lunga il miglior presidente del consiglio che l’Italia abbia mai avuto nei 150 anni della sua storia».
Ci permetta, signor presidente, di dissentire. Secondo la sua opinione lei sarebbe meglio di Cavour, meglio di Giolitti, meglio di De Prestis; meglio di quel Sidney Sonnino che - imprenditore come lei – prima di diventar ministro e successivamente capo del governo, vendette tutte le sue imprese siderurgiche e mise il ricavato in buoni del tesoro (lo stesso fece Quintino Sella prima di diventar ministro). Lei sarebbe meglio di quell’Alcide De Gasperi che si presentò ai trattati di pace di Parigi e “con una miscela perfettamente dosata di umiltà e di dignità” [Montanelli] disse ai convenuti : «so benissimo che qui tutto è contro di me, che rappresento un paese vinto, salvo la vostra personale cortesia». No presidente, non ci risulta che lei sia migliore dei suoi predecessori, ancor meno ci risulta che lei sia “di gran lunga” migliore dei suoi predecessori; gente che faceva lo Stato mentre lei, signor presidente, si cimenta soltanto col teatrino.
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Le anime belle di fronte alle urne
6 Giugno 2009
Pubblico un editoriale di Eugenio Scalfari tratto da Repubblica.it
SCRIVO oggi e non domenica come è mia abitudine perché fin da oggi pomeriggio si comincerà a votare in Europa ed io voglio appunto parlare di questo voto.
L’argomento è già stato trattato molte volte e da tempo in tutti i giornali e in tutte le televisioni ed anche noi di Repubblica l’abbiamo esaminato ripetutamente, come e più degli altri. Sento dunque un rischio di sazietà verso un tema usurato da motivazioni contrapposte e ripetitive. Del resto a poche ore di distanza dall’apertura delle urne anche gli indecisi avranno fatto la loro scelta e difficilmente la cambieranno. Infatti non è del colore del voto che voglio parlare. I miei lettori sanno come la penso e come voterò perché l’ho scritto in varie e recenti occasioni. Non desidero dunque convincere nessuno ad imitare la mia scelta. Il mio tema di oggi è un altro. Voglio esaminare in che modo nella nostra storia gli italiani hanno usato la loro sovranità di elettori da quando il suffragio è stato esteso a tutti i cittadini di sesso maschile e poi, nell’Italia repubblicana, finalmente anche alle donne ed infine ai diciottenni abbassando la soglia della cosiddetta maggiore età. Storicizziamo dunque la sovranità del popolo e vediamo nelle sue grandi linee quali ne sono state le idee e le forze dominanti.
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Il suffragio universale maschile coincise nel 1919 con un sistema elettorale di tipo proporzionale; una proporzionale corretta in favore dei partiti quantitativamente più forti, che lasciava però a tutti i competitori ampi margini di rappresentanza.
Nelle elezioni del “Diciannove” (le prime dopo la fine della guerra mondiale del 1914-18) si affacciò sulla scena della politica italiana una forza nuova, quella dei cattolici riuniti attorno ad un sacerdote di grande carattere e di convinta fede religiosa: il Partito popolare di don Luigi Sturzo. Fu l’ingresso d’un nuovo protagonista la cui presenza ruppe gli schemi fino allora vigenti che avevano privilegiato le clientele liberali raccolte dalla destra nazionalista e salandrina e quelle democratiche che avevano in Giovanni Giolitti il loro leader parlamentare. Il Partito socialista, massimalista con appena una spolverata di riformisti, stava all’opposizione in rappresentanza della parte politicizzata del proletariato.
Che tipo di Italia era quella? Un paese traumatizzato da quattro anni di trincea, con un altissimo costo di morti, di mutilati, di sradicati; un paese che aveva però acquistato una certa coscienza dei propri diritti. In prevalenza contadino, in prevalenza analfabeta, in prevalenza fuori dalle istituzioni e della stato di diritto. Un paese in cui il popolo sovrano si limitava alla piccola borghesia degli impieghi e delle libere professioni, alla classe operaia del Nord, ai proprietari fondiari e ai mezzadri. Il grosso della popolazione era fuori mercato, bracciantato con paghe di fame e prestiti ad usura, tracoma e colera nel Sud, pellagra e malaria nelle pianure del Nordest. Ma gli ex combattenti della piccola borghesia erano agitati da sogni di rivincita e di dominio. Odiavano il Parlamento. Detestavano la politica. Vagheggiavano il superuomo e il D’Annunzio della trasgressione e dell’insurrezione fiumana. Poi trovarono Mussolini.
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Ricordo queste vicende perché contengono alcuni insegnamenti. I più anziani le rammentano per averne fatto esperienza, i più giovani ne hanno forse sentito parlare ma alla lontana e comunque non sembrano darvi alcuna importanza.
Sbagliano: i fatti di allora rivelano l’esistenza di alcune costanti storiche nella vita pubblica italiana. Si tratta di costanti antiche, cominciarono a manifestarsi con la Rivoluzione francese dell’Ottantanove, con il tricolore che diventò ben presto la bandiera-simbolo dell’Europa democratica e con i tre valori iscritti su quella bandiera: libertà eguaglianza fraternità.
Quei valori hanno avuto un’influenza positiva tutte le volte che sono stati portati avanti insieme ed invece un’influenza negativa quando soltanto uno di loro ha esercitato egemonia culturale e politica. La libertà, da sola, ha generato privilegi in favore dei più forti; l’eguaglianza, da sola, ha dovuto essere imposta con la forza (ma ciò in Italia non è mai avvenuto); la solidarietà, da sola, ha dato vita ad un’infausta politica assistenziale che ha dilapidato le risorse e indebolito la competitività e la libera concorrenza.
L’Italia non ha mai avuto una borghesia degna di questo nome perché i tre grandi valori della modernità non hanno mai avanzato insieme. Per la stessa ragione la laicità non ha mai raggiunto la sua pienezza e per la stessa ragione un vero Stato moderno, una compiuta democrazia, un’effettiva sovranità del popolo e un’autentica classe dirigente portatrice di interessi generali, non sono mai stati una realtà ma soltanto un sogno, un’ipotesi di lavoro sempre rinviata, una ricerca vana e frustrante, uno stato d’animo diffuso che ha alimentato la disistima delle istituzioni e l’analfabetismo politico.
Col passar degli anni questo analfabetismo è diventato drammatico. Il rifiuto della politica ne è la conseguenza più negativa. Gli italiani si sono convinti che la politica sia il male che corrode il paese. Perciò una larga parte dei nostri concittadini ha delegato la sua rappresentanza ad un giocoliere che ostenta il suo odio contro la politica e il suo qualunquismo congenito e festevole, all’ombra del quale sta nascendo un potere intrusivo, autoritario, concentrato nelle mani di un solo individuo.
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L’analfabetismo politico degli italiani è molto diffuso tra quelli che parteggiano per la destra ma non risparmia la sinistra. Per certi aspetti anzi a sinistra questa assenza di educazione politica è uno dei suoi connotati, in particolare tra i sedicenti intellettuali che sono forse i più analfabeti di tutti.
Uno degli effetti più vistosi di questo fenomeno consiste nella ricerca di un partito da votare che corrisponda il più esattamente possibile alle proprie idee, convinzioni, gusti, simpatie. Ricerca vana poiché ciascuno di noi è un individuo, una mente, un deposito di pulsioni emotive non ripetibili. Le persone politicamente mature sanno che in un sistema democratico occorre raccogliere i consensi attorno alla forza politica che rappresenti il meno peggio nel panorama dei partiti in campo. La ricerca del meglio porta inevitabilmente al frazionamento, alla polverizzazione del voto, al moltiplicarsi dei simboli e di fatto alla rinuncia della sovranità popolare.
Aldo Schiavone ha scritto ieri che la polverizzazione del voto è frutto di un narcisismo patologico: per dimostrare la nobiltà e la purezza della propria scelta si getta nel secchio dei rifiuti la sovranità popolare. Non si tratta d’invocare il voto utile ma più semplicemente di predisporre un’alternativa efficace per sostituire il dominio dei propri avversari politici.
La destra sa qual è il suo avversario e fa massa contro di lui. La sinistra coltiva il culto della testimonianza, ma quando si trasferisce quel culto nell’azione politica il risultato è appunto la rinuncia ad una sovranità efficace per far posto al narcisismo dell’anima bella, pura e dura. Pensare che questo scambio sia un’azione politica è un errore gravido purtroppo di conseguenze. Fu compiuto lo stesso errore dai popolari di Sturzo nel 1921: rifiutarono sia l’alleanza con i socialisti sia quella con i liberaldemocratici pur di restare puri nel loro integrismo cattolico. Rifiuto analogo fecero i socialisti. Le conseguenze sono note, ma non mi sembra che si siano trasformate in una solida esperienza. Vedo, a destra e a sinistra, una sorta di sonno della ragione dal quale bisognerebbe sapersi risvegliare.
Post Scriptum. Anche in America la ragione si era addormentata dando spazio ai furori emotivi di George Bush. Dopo molti anni di letargo che hanno fatto degli Usa la potenza più odiata nel mondo, Barack Hussein Obama ha risvegliato la ragione facendo leva su una travolgente emotività carismatica. Quanto sta accadendo nel mondo e nella straordinaria trasformazione dell’immagine dell’America ci insegna questo: per svegliare la ragione ci vuole un forte soprassalto emotivo, senza il quale l’emotività si volge a beneficio della demagogia. Emozione razionale accresce la pienezza della democrazia, emozione demagogica le scava la fossa. Questo insegna Obama. L’insegnamento del giovane presidente afroamericano ci sia utile per la scelta che tra poche ore dovremo fare.
Eugenio Scalfari
Peppino Impastato 5 gennaio 1948 – 9 maggio 1978
9 Maggio 2009
Il 9 maggio del 1978 viene assassinato Giuseppe Impastato, per tutti noi Peppino.
Peppino Impastato è stato un giornalista, uno scrittore, un uomo politico, forse addirittura un rivoluzionario, ma è stato soprattutto uno che nella vita ha scelto di stare da una parte ben precisa, ha scelto di reclamare diritti e legalità, di fottersene dell’indifferenza della sua terra, di sputare sull’omertà mafiosa, di coinvolgere giovani del suo paese in una lotta dura ma necessaria.
Peppino impastato è stato ammazzato perché aveva osato alzare la testa, perché aveva osato fare nomi e cognomi, perché aveva denunciato il sopruso e il malaffare, la corruzione delle istituzioni, perché aveva dato il via a una rivoluzione culturale che la mafia non poteva tollerare. Infatti non lo fece, il corpo di Giuseppe fu lapidato, adagiato sui binari e fatto saltare in aria con il tritolo. Suicidio, questo fu il responso delle indagini, suicidio. Peppino ebbe la sfortuna di morire lo stesso giorno del ritrovamento del corpo del presidente della Dc Aldo Moro, così che fu estremamente più facile sostenere la tesi dell’incidente. Una tesi incredibile, neanche lontanamente verosimile, ma è questo la magistratura sostenne fino al 1984, anno in cui venne riconosciuta la matrice mafiosa del delitto per cui tuttavia non fu indicato un responsabile. Bisognerà attendere ancora parecchi anni, anni di lotta e tentativi di depistaggio. Alla fine le condanne arrivano: il 5 marzo 2001 - trent’anni di reclusione per Vito Palazzolo - e l’11 aprile 2002 quando Gaetano Badalamenti viene condannato all’ergastolo.
Peppino era figlio di una famiglia mafiosa, non sopportava l’atteggiamento di suo padre, l’atteggiamento della sua comunità, sempre pronta ad abbassare lo sguardo, a tapparsi le orecchie, pronta ad evitare di alzare la voce. In questa omertà tombale Peppino entrò come una flotta di navi da guerra, facendo più rumore possibile, risvegliando gli animi, bucando le coscienze di tutti. Stava con la gente, in prima linea nella lotta contro gli espropri dei contadini e degli operai, costretti ad abbandonare le proprie case per fare posto alla terza pista dell’aeroporto di punta Raisi. Peppino era così, un fiume in piena, un terremoto, un recipiente troppo piccolo per la quantità di energia che doveva contenere, infatti non la conteneva distribuendola ai giovani del suo paese; quella Cinisi patria di Gaetano Badalamenti, il boss. Quella Cinisi in cui i giovani, grazie a Peppino, riuscirono a costruire qualcosa di talmente grande e inaspettato, da resistere alle erosioni del tempo e della memoria.
Nel 1975 Giuseppe fondò il collettivo “Musica e cultura” un punto d’incontro per i ragazzi, un punto di partenza per quella che diventerà la sfida di Peppino Impastato alla mafia. Nel 1976 nacque Radio Aut, una delle prime radio libere d’Italia, la diffusione del suo segnale dipendeva dal vento e comunque non superava la montagna. Era una piccola radio fatta da ragazzi, i mezzi tecnici erano scarsi - reperiti al mercato delle pulci di Palermo – ma finì per diventare un pezzo di storia della lotta rivoluzionaria. La trasmissione più importante di Radio Aut era onda pazza, dove si narravano le vicende di mafiopoli e del suo capo Tano seduto (Gaetano Badalamenti).
Quando Gaetano Badalamenti camminava per Cinisi la gente s’impietriva, quasi s’inchinava, Peppino lo derideva in pubblico, costretto com’era dal suo cuore ribelle a urlare un disprezzo che non poteva contenere. “Tano seduto non caca e se caca, caca duro”, diceva. Peppino Impastato ha avuto il coraggio di deriderla la mafia, di sbeffeggiarla, di farla sentire ferita nel suo orgoglio, distrutta nel suo onore.
Nel 1978 Peppino decise di candidarsi alle elezioni comunali con la lista Democrazia Proletaria, venne ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, pochi giorni dopo gli abitanti di Cinisi riuscirono a farlo eleggere votando il suo nome: un gesto disperato di rabbia e orgoglio.
Trentuno anni dopo la sua scomparsa ci rimane di lui il coraggio, l’allegria, la potenza sovversiva delle sue parole. Di Peppino Impastato ci rimane una frase, che circonda tutto e ci rende consapevoli della nostra sorda indifferenza: “la mafia è una montagna di merda”.
Cossiga: Andreotti? Ama giocare a poker, mi ha sempre battuto
11 Gennaio 2009

Pubblico un’intervista di Aldo Cazzullo al Presidente Cossiga tratta da Corriere.it.
Frattanto è stato aperto l’archivio di Andreotti conservato a Roma nel caveau blindato dell’Istituto Don Sturzo. Il grande armadio della Prima repubblica, nel quale tutti gli esponenti di spicco dela Dc hanno riposto le proprie carte, è stato fotografato per la prima volta dall’Ansa. La consultazione pubblica dell’archivio è però ancora preclusa, salvo particolari autorizzazioni.
Presidente Cossiga, Andreotti è Belzebù o uno statista?
«È un grande statista del Vaticano. Il segretario di Stato permanente della Santa Sede, da Pio XII a Giovanni Paolo II. La sua vocazione politica è una vocazione religiosa. Se Enrico VIII ebbe (prima della rottura) il titolo di Defensor Fidei, lui dovrebbe essere nominato Defensor Ecclesiae. In questo, vero allievo di Montini. Che non a caso, dovendo scegliere tra lui e Moro per indicare un sottosegretario a De Gasperi, scelse lui».
Perché?
«Montini, di famiglia altoborghese e cattolico liberale, era molto diverso da Andreotti, romano de Roma di origine frosinate e cattolico papalino. Proprio per questo, Montini ritenne di contemperare lo spirito mitteleuropeo di De Gasperi con quello pratico di Andreotti. E fece bene: mai visto un uomo con tali capacità di governo. Crocianamente, per lui come per la Chiesa l’unica moralità della politica consiste nel saperla fare». Da qui i rapporti della sua corrente con la mafia? «Tutti i partiti in Sicilia hanno avuto rapporti con la mafia, anche i comunisti. E non sempre a fin di male: fu la mafia a consegnare allo Stato il bandito Giuliano. Una stagione che si chiude solo quando la mafia decide la linea stragista».
Quando ha conosciuto Andreotti?
«Avevo 17 anni. Gli ho sempre dato del tu e l’ho sempre chiamato Giulio, così come lui mi ha sempre chiamato Francesco. Però non ha mai dato confidenza sino in fondo a noi colleghi. Ha amici, ma tutti fuori dalla politica, quasi tutti preti: monsignor De Luca, monsignor Angelini. E poi Ciarrapico: un “burino” come lui. In comune con Moro ha il senso della corporeità: io ho preso sottobraccio tutti, da Fanfani a Giscard d’Estaing, mai però Moro e Andreotti. Non ho mai visto Andreotti abbracciare qualcuno. Eppure abbracciò me, quando dopo via Caetani andai a rassegnare le dimissioni da ministro degli Interni. Mi disse: “Ricorda che Palazzo Chigi resterà sempre la tua casa”. Fu profetico: l’anno dopo sarei stato il suo successore».
Come fu il passaggio di consegne?
«Inconsueto. Andreotti mi lasciò tutto scritto. Conservo ancora i fogli intestati con la sua grafia. Tra l’altro, mi avvertiva che stava per scoppiare lo scandalo Petromin». Andreotti fece davvero tutto il possibile per salvare Moro? «Sì, tranne trattare. Però fu favorevole ad aprire un canale attraverso la Croce Rossa e Amnesty. Furono i comunisti a chiuderlo. È la prima volta che lo dico, ma Berlinguer e Pecchioli vennero al Viminale da me, con cui avevano più confidenza che con Andreotti, a dirmi: “Ora basta”». Non fu Andreotti a modificare il messaggio del Papa, specificando che Moro andava liberato “senza condizioni”? «Macché. Era Montini a dire ad Andreotti cosa doveva fare, non certo il contrario. Per Andreotti la morte di Moro fu un peso terribile. Lo ricordo bene mentre mi dice, nel suo studio di Palazzo Chigi: “Soffro molto Francesco, e soffro ancora di più perché non credono che io soffra”».
I rapporti tra i due non erano buoni.
«Però non gli ho mai sentito dire una parola contro Moro, mentre non posso certo dire il contrario. A dire il vero, Andreotti non parlava mai male di nessuno. Tranne qualche battuta su Fanfani, con cui proprio non si prendeva. Poi rideva come fa lui, “ih ih ih” (il presidente emerito si produce in una buona imitazione di Andreotti). Intelligentissimo, al punto da fingere di non esserlo. Non parla mai in proprio favore. Curiale com’è, sa che in Curia si parla bene solo del Papa. Filoarabo, ebbe un ruolo decisivo nello sbloccare l’Exodus, la nave dei profughi ebrei». Uomo senza passioni? «No. Ama il gioco. Mangia e beve poco, dorme pochissimo; non l’ho mai visto dormire in aereo, neppure nei viaggi più lunghi; quando andammo in Australia, giocò tutto il tempo a carte con Susanna Agnelli, credo a scala 40. Con me, Sandra Carraro e Francesco Rebecchini giocava a poker: vinceva sempre lui. Ora si è appassionato al burraco, che io non so cosa sia. Tre o quattro volte mi ha portato a giocare ai cavalli. Ne parleremo lunedì (domani, ndr) a Porta a Porta, e gli ricorderò quando sbancai le Capannelle. Lui è un vero esperto, ma parsimonioso».
Andreotti ha raccontato a “Repubblica” di essere svenuto in Vaticano, turbato dal pianto di Pio XI, nel 1931. Cosa ci faceva un dodicenne nelle stanze papali?
«Ma lui le ha sempre bazzicate. I Pueri Cantores, queste cose qui». Al punto da far nascere la diceria di una discendenza da Papa Pacelli. «Inverosimile. I Pacelli frequentavano molto più su della famiglia Andreotti…».
Com’erano i rapporti con i comunisti?
«Berlinguer lo rispettava, ma ammirava davvero soltanto Moro. Andreotti però aveva sostenuto i partigiani e difeso i cattocomunisti: sapeva che i Rodano e i Balbo erano tra i credenti più accesi. Come lui: Andreotti era tra i pochi democristiani che andavano a messa ogni giorno, e mai ruppero la fedeltà coniugale». Craxi? «Con Craxi non si sono mai presi, anche se Bettino lo stimava molto come politico». Berlusconi? «Né Andreotti né io abbiamo mai votato per Berlusconi. Ad aprile lui ha votato Udc, io Pd al Senato e lista Ferrara alla Camera, anche se finora non lo sapeva nessuno, neppure Giuliano. Però sia Andreotti sia io abbiamo votato la fiducia a Berlusconi, perché siamo democristiani e per noi la governabilità è il primo valore. Abbiamo sostenuto pure Prodi, anche se la politica non era cosa per lui; come Andreotti gli aveva spiegato già nel ‘78, quando lo congedò dal governo dicendogli che in quanto professore era sprecato per la politica».
Andreotti dice che porterà in Paradiso alcuni segreti di Stato. Quali, secondo lei?
«Non so. Io di segreti non ne ho. Ricordo che quando nell’89 stavo per dare l’incarico ad Andreotti, Washington mi mandò un uomo della Cia per dirmi di non farlo: lo consideravano troppo sbilanciato in favore dell’Est. Chissà se è stato solo il difensore o anche il propugnatore dell’Ostpolitik vaticana».
Al tempo delle stragi, né Andreotti né lei sapevate qualcosa?
«Io no. Forse qualcuno più su di me sì. Ma non Andreotti. Quando divenne ministro della Difesa, un suo amico militare gli consigliò: “Occupati di tutto, tranne che di commesse e di servizi segreti”, e lui gli diede retta. Il massimo esperto di servizi nella Dc era Moro. E comunque ogni strage ha un segno diverso e quasi tutte avvennero per errore: la bomba piazzata da mani di destra in piazza Fontana doveva esplodere a banca chiusa, i francesi centrarono il Dc9 di Ustica per sbaglio, come per sbaglio l’esplosivo palestinese deflagrò a Bologna».
Aldo Cazzullo
Licio Gelli in Tv. Anche la P2 avrà il suo programma sulla storia d’Italia
31 Ottobre 2008
Licio Gelli lo conoscono tutti, è stato “il venerabile maestro” della loggia massonica segreta P2, il suo nome è in qualche modo legato a quasi tutte le vicende della Prima Repubblica.
La notizia del giorno è che Gelli condurrà un programma televisivo in onda da lunedì su Odeon Tv, nel quale approfondirà i capitoli salienti della storia d’Italia. Nel comunicato si parla di “ricostruzione inedita” della storia dell’ultimo secolo che per uno con i suoi trascorsi potrebbe voler dire stravolgimento degli avvenimenti e forse qualcosa di più.
Ma andiamo con ordine; Licio Gelli è stato prima volontario nella spedizione fascista in supporto a Francisco Franco nonché sostenitore della Repubblica di Salò e poi, quando il destino dei nazi-fascisti era ormai segnato, cooperatore dei partigiani. A guerra finita diventò portaborse del deputato democristiano Diecidue. Siamo alla fine degli anni ‘40, si ipotizza che all’epoca Gelli fosse membro della Cia, quel che è certo è che fu sicuramente coinvolto in maniera importante nell’affare Gladio, una organizzazione clandestina gestita dalla Nato, e in parte finanziata dalla Cia, che aveva il compito di bloccare un’ eventuale avanzata sovietica nell’Europa occidentale e, per quel che riguarda l’Italia, frenare l’ascesa elettorale del Pci.
L’avvenimento più importante, che porterà Gelli alla ribalta mediatica, fu il ritrovamento, nel 1981, della famosa lista P2 contente l’elenco degli aderenti alla loggia massonica segreta, un elenco impressionante di politici, alte cariche militari, giornalisti e imprenditori (tra cui Silvio Berlusconi). Il fatto scatenò lo sdegno nel paese, dato che numerose cariche della Repubblica erano occupate da membri dell’organizzazione di cui Gelli era a capo. Il parlamento diede vita a una commissione d’inchiesta la quale sottolineò l’indiscutibile peso della P2 negli affari finanziari, economici e politici della nazione.
La loggia P2 aveva dunque chiari obiettivi di condizionamento e finanche di sovversione dell’assetto politico e istituzionale del paese. Il commento più appropriato fu quello dell’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini il quale, senza mezzi termini, disse: “Nessuno può negare che la P2 sia un’associazione a delinquere.
Dopo la perquisizione Gelli fuggì in Svizzera dove fu arrestato, riuscì però ad evadere dalla prigione e a rifugiarsi in Sudamerica. Si costituirà soltanto nel 1987. E’ stato condannato, tra le altre cose, a 12 anni di reclusione per bancarotta fraudolenta (scandalo del Banco Ambrosiano, il nome di Gelli è legato sia a Michele Sindona – banchiere membro della P2 colluso con la mafia e poi ucciso in carcere- sia alla vicenda dell’omicidio Calvi), nonché per depistaggio delle indagini sulla strage alla stazione di Bologna del 1980.
Dunque il personaggio più adatto a raccontare la storia d’Italia degli ultimi sessant’anni e magari procedere ad un’ampia opera di revisionismo storico e perché no all’ennesima rivalutazione della P2 (opera a cui anche lo stesso Berlusconi si è già più volte dedicato).
I primi ospiti della trasmissione saranno Giulio Andreotti e Marcello Dell’Utri, il che può far solo aumentare la sensazione che la valutazione dei fatti non sarà per nulla obiettiva, se non altro per il fatto che Andreotti e Gelli sono due degli uomini più potenti della storia d’Italia e il senatore Dell’Utri è stato condannato a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Come ha scritto l’Unità: “sembra una barzelletta. Invece è una vergogna”.

Pubblicato da Andrea Sferrella
Pubblicato da Andrea Sferrella
Pubblicato da Andrea Sferrella 













