Permettetemi una divagazione calcistica. Si è da poco conclusa la finale di Coppa dei Campioni, sarebbe bene ricominciare a chiamarla così, come si chiamava quando il calcio era ancora calcio. Quando i soldi c’entravano poco, l’attaccamento alla maglia era una regola e il calcio in generale era un fenomeno di aggregazione sociale.
Dunque questo mondo di campi di sabbia, scarpe di cuoio nero, stopper con baffi e capelli lunghi è ormai lontano anni luce dal calcio di oggi, un calcio intossicante fatto di s.p.a, di contratti milionari, diritti televisivi, gossip e giocate individuali. Ma nonostante tutto questo il calcio può essere ancora un fenomeno aggregante, soprattutto in periferia. Il calcio può ancora insegnare il valore della fatica, dell’abnegazione, della voglia di rincorrere una vittoria senza risparmiarsi. Il calcio può ancora insegnare l’attaccamento alla maglia, l’attaccamento ai colori della propria squadra.
Stasera abbiamo assistito ad una grande partita di calcio, disputata da due squadre inglesi, il Chelsea di Londra e il Manchester United. Il fatto che siano state due squadre del Regno Unito a fronteggiarsi nella finale dimostra come ancora una volta lo spirito anglosassone, quello che ha fondato questo sport, sia la più apprezzabile sfumatura di questo sport.
La finale è stata disputata a Mosca sotto il diluvio, le due squadre hanno chiuso in pareggio i tempi regolamentari e neanche i supplementari sono stati sufficienti a incoronare i nuovi campioni d’Europa. I calci di rigore hanno assegnato la coppa al Manchester United, decisivo l’errore dal dischetto del capitano dei blues John Terry.
La battaglia si è consumata sotto lo sguardo attento di milioni di spettatori, primo tra tutti Sir Bobby Charlton, storico capitano del Manchester, uno dei più grandi calciatori di sempre, uno degli ultimi simboli di un calcio che non c’è più, ma che stasera è tornato ad esistere per 120 minuti, dimenticandosi degli spot televisivi, dei contratti pubblicitari, regalandoci uno spettacolo degno del nome di Bobby Charlton, uno spettacolo d’altri tempi appunto.
Quello di stasera è stato uno scontro senza esclusione di colpi, nessuno si è risparmiato. Le lacrime di Terry a fine partita, le lacrime del grande capitano che sbaglia il rigore, le sue lacrime sono una speranza per il mondo del calcio, la speranza che si possa un giorno, anche in Italia, tornare a parlare del calcio come di uno straordinario fenomeno di aggregazione sociale capace di regalare gioie e dolori, emozioni e turbamenti.

Pubblicato da Andrea Sferrella 











