Io, nero italiano – di Pap Khouma

12 Dicembre 2009

 

Pubblico un articolo di Pap Khouma [fonte Repubblica.it] che dice tutto - e anche di più – su cosa significhi essere un italiano con la pelle nera e su cosa voglia dire essere un onesto, intelligente e splendido esempio di coscienza civica; quella stessa coscienza civica che a noi italiani dalla pelle bianca manca sempre di più.

Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell’aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell’Italia del 2009?

Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d’identità, che il funzionario senza neppure dare un’occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un’occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d’identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così.

“Mi ha dato la sua carta d’identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?”. “Come hai fatto ad avere la carta d’identità, se non hai un permesso di soggiorno… ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l’italiano?”. “Non ho il permesso di soggiorno”, mi limitai a rispondere. Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato “cittadino italiano” ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza. Perché non leggete cosa c’è scritto sul documento?”, suggerii. Attimo di sorpresa ma…. finalmente mi diedero del lei. “Lei è cittadino italiano? Perché non l’ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario…”.

L’obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: “Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano”. Oppure, con un sorriso: “Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario”.

Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell’auto. D’istinto ho risposto: “Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri”. E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene.

In un’altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E’ scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all’ora di punta. Un’altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: “Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina”. “Non è un ladro, è il mio compagno”, si è sentita rispondere.

Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All’inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell’atrio: “Buongiorno!” o “Buona sera!”. Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose. Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: “Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!”. “Chi ti ha fatto entrare?”.

Nel settembre di quest’anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l’arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro. Come sempre l’altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: “Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla… maleducato”. Facevo notare all’anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: “Non dovete neppure stare in questo paese. Tornatevene a casa vostra… feccia del mondo. La pagherete prima o poi”.

Qualche settimana fa all’aeroporto di Linate sono entrato in un’edicola per comprare un giornale. C’era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e mi ha indicato un’altra cassa aperta. Ho pagato e mi sono avviato verso l’uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera: “Quell’uomo di colore ha pagato il giornale?”. La cassiera ha risposto urlando: “Sì l’uomo di colore ha pagato!”. Tornato indietro gli dico: “Non c’é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre pagavo”. “Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?”. Cercava di intimidirmi. “Un razzista!” gli dico. “Sì, sono un razzista. Stia molto attento!”. “Lei è un cretino”, ho replicato.

Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di “pregiudizi al contrario”, spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta utilizzando una “formula” fissa ma molto efficace: “Guardate, sta urlando, mi sta insultando. Lui è soltanto un ospite a casa mia. Siete tutti testimoni…”.

Ho assistito per caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino. Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben guardato dal spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe reagito la gente vedendo un “extracomunitario” nella piazza di un paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti.

Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: “Questo extracomunitario si comporta da prepotente!”.

Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro.

Dopotutto, ho l’impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. “Noi non siamo abituati!”, ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E’ un alibi che non regge più dopo trent’anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane.

Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell’Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana.

 


Fuori i nomi di chi frega il fisco – di Giampaolo Pansa

25 Agosto 2009

 

Pubblico un articolo di Giampaolo Pansa tratto da Il Riformista

Forse m’illudo. Forse è soltanto il sogno di un contribuente onesto. Ma sento che siamo all’inizio di una rivoluzione culturale che, prima o poi, riuscirà a sconfiggere l’evasione fiscale. A confermarlo arrivano segnali da tutto l’Occidente. La crisi economica e finanziaria ha mandato in bolletta i governi. Gli Stati non hanno più soldi. Dunque dove trovare le palanche per gli interventi ordinari e per quelli eccezionali?
Si possono ridurre le spese, ma non oltre un certo limite. Si possono aumentare le tasse, però strozzerebbero ancora di più i consumi, il volano necessario alla ripresa. Inoltre si andrebbe incontro a una rivolta dei contribuenti onesti. Loro hanno sempre pagato e, invece di essere premiati, sarebbero costretti a pagare di più. Dunque non resta che una strada: dare la caccia agli evasori. Dichiarargli una guerra senza quartiere. Obbligarli a sborsare. E sputtanarli davanti all’opinione pubblica.

I governi non sono soltanto in bolletta. I più avvertiti si rendono conto dei cambiamenti di stato d’animo in chi ha sempre versato il dovuto. Non sono un esperto di psicologia delle masse. Ma vedo ciò che succede nella mia testa e in quella di tanta altra gente uguale a me. Mi sento sempre più irritato. Ogni anno, quando si pubblicano i redditi della mia provincia, scopro di essere ai primissimi posti. Come se fossi tra i ricconi della mia zona, invece che un giornalista con un buon stipendio e un autore di libri che vende bene.
Allora mi faccio delle domande. Dove sono i grandi redditieri, i commercianti forti, i ristoratori di grido, i capi della banca X o dell’impresa Y? Controllo meglio l’elenco e non li trovo. O li trovo in basso. Quasi fossero percettori di redditi modesti, da poveracci. Eppure li conosco, anche se alla lontana. So che vita fanno. So in quali case abitano. So che spendono e spandono. Ma per il fisco quasi non esistono.
Al cospetto di questa vergogna avverto un fastidio di anno in anno sempre più acuto. E comincio a chiedermi se debbo continuare a essere tra i fessi della compagnia. La domanda successiva è inevitabile: forse è bene che inizi anch’io a fregare il fisco. Oppure, meglio ancora, che cominci a incrociare le braccia e a scioperare, non presentando la dichiarazione dei redditi almeno per una volta.
Certo, se lo facessi da solo il fisco mi stangherebbe. Ma se lo faccio insieme ad altri diecimila o centomila contribuenti, nessuno sa che cosa può accadere. Voglio citare un vecchio adagio, adatto a quanto sto dicendo. Se un tizio fuma sotto un cartello che avverte “Vietato fumare”, il tizio viene multato. Ma se a fumare in quel luogo sono dieci, venti, cinquanta persone, il cartello viene tolto.
Insomma si rischia una rivolta dei contribuenti onesti. Qualche governo comincia a capirlo e a temerlo. Per esempio, il governo degli Stati Uniti, il Paese che per primo ha iniziato una guerra vera contro gli evasori. A partire dai furbastri che, per frodare il fisco, hanno nascosto milioni di dollari nei paradisi fiscali: in Svizzera, ma non soltanto lì.

Sul Sole 24 Ore di venerdì 21 agosto, Claudio Gatti ci ha descritto un personaggio sconosciuto in Italia. È Douglas H. Shulman, quarantadue anni, il “commissioner”, ossia il capo, dell’Irs: l’Internal Revenue Service, l’equivalente della nostra Agenzia delle entrate. A nominarlo in quell’incarico, nel novembre 2007, era stato George W. Bush e l’amministrazione di Barack Obama l’ha confermato.
Gatti racconta che Shulman è stato anche fortunato. Pochi mesi prima della sua nomina, ha bussato alla porta dell’Irs un manager dell’Ubs negli Usa, Bradley Birkenfeld. Aveva una confessione da fare: la sua banca svizzera era responsabile di un’enorme frode fiscale. Da anni permetteva ai propri clienti americani di evadere le tasse per centinaia di milioni di dollari.

Shulman ha stretto un patto di ferro con il Dipartimento della Giustizia, per seguire insieme la pista offerta dal banchiere. Così hanno sfiancato la resistenza dell’Ubs e del governo svizzero. Costretti a consegnare i nomi di chi aveva nascosto i dollari in territorio elvetico. Proprio in questi giorni, Birkenfeld è stato condannato a quaranta mesi di prigione, con uno sconto di pena assai forte.

Pure il governo italiano ha bisogno di soldi. Le nostre emergenze si stanno moltiplicando. La ricostruzione dell’Aquila, gli interventi nel Mezzogiorno, gli aiuti alle aziende in crisi, la cassa integrazione da rifinanziare, i buchi della sanità da colmare, e mi fermo qui. Anche per questo è da apprezzare che il ministro Giulio Tremonti abbia messo in moto l’Agenzia delle entrate e la Guardia di finanza. Aprendo la caccia agli evasori, e non soltanto a quelli che hanno portato i soldi in Svizzera. Su tutto domina il rebus dell’avvocato Agnelli: anche lui ha truffato alla grande il fisco?

Un lettore del Riformista ci ha scritto temendo che sia una caccia finta, fumo negli occhi e basta. Il “Bestiario” non la pensa così. Forse è cominciata anche da noi la rivoluzione culturale di cui ho parlato all’inizio. E forse non si fermerà neppure davanti alle porte dei consulenti che hanno aiutato i clienti a nascondere al fisco i guadagni, trasferendoli nei paradisi fiscali. Negli Stati uniti sta già avvenendo. Perché non dovrebbe accadere anche da noi?

Tuttavia sentiamo il bisogno di una prova. La nostra Agenzia delle entrate ci dia presto un po’ di nomi di evasori, meglio ancora se illustri. Li sbatteremo in prima pagina. E gli onesti si sentiranno un po’ meno cornuti e mazziati.

 


Mi hanno ucciso il Terzino più forte del mondo

25 Maggio 2009

 

MILAN - ROMA

 

Oggi per me è un giorno triste, perché uccidendo il mito di Maldini hanno ucciso l’ultima parte di bambino che c’era in me, hanno ucciso quel bambino milanista in una classe di juventini, quel bambino che a nove anni perse la finale della Coppa dei Campioni a cinque minuti dalla fine, che pianse e il giorno dopo andò a scuola con sciarpa e maglia, si prese i fischi dei compagni di quarta elementare e imparò il bruciore della sconfitta e la fierezza della dignità.  Dopo ieri tutto questo va definitivamente in soffitta, perché antico e anacronistico per un mondo in cui conta solo il risultato e non ci sono più sogni, valori e non ci sono più bambini di quarta con lo stemmino cucito sul grembiule, e non c’è più il grembiule o forse c’è ancora perché l’hanno rimesso, ma non c’è più la fierezza nel portarlo. Non c’è più il tifo vero e non c’è più il mio idolo da bambino, c’è una razionalità spietata che ha invaso le curve degli stadi, da sempre altare delle emozioni più genuine. Ieri insieme al Campione Maldini è morto quel bambino di nove anni che guardava la mamma cucirgli lo stemmino dello scudetto con sopra una sola stellina, che pregava la notte di raggiungere presto i venti scudetti perché: «i compagni di classe della Juve di stelline ne hanno due».

Non dite: «sono i soliti idioti e… in fondo si tratta solo di calcio». No. Non si tratta solo di calcio,  si tratta di un’orrenda manifestazione di vigliaccheria e nefandezza che va ben al di là della curva sud di San Siro e riguarda tutti noi. Riguarda l’Italia. Perché quando viene a mancare il rispetto per gli uomini non c’è limite al peggio. Quando si calpestano simboli e bandiere e gli uomini che li rappresentano, si apre un vuoto di valori difficile da colmare. Tanto più in una fase storica che richiederebbe principi e virtù che possono arrivare solo dall’aggregazione sociale, vale a dire dal momento in cui il popolo si fa popolo e si riconosce in valori comuni. E il calcio è sempre stato un fenomeno di aggregazione sociale e oggi, col tramonto dell’ultima bandiera non lo è più. E non lo è più perché l’ultima bandiera è stata tradita da chi ha contribuito a costruire il mito.

In Inghilterra, quando un giocatore, uno qualunque, che ha vestito la maglia per tanti anni lascia il calcio perché le ginocchia non ti reggono più e il fiato neanche, perché puoi giocare una partita sì e tre no, perché per tenere il passo degli altri devi allenarti il doppio e faticare il doppio o semplicemente perché quando hai esordito tu sulla maglietta non c’era neanche lo sponsor e, a quei tempi, il campioncino che oggi tenta di farti il tunnel non era neanche nato. In Inghilterra, dove il calcio è il gioco della worker-class, si alzano le sciarpe e si canta tutti insieme per tributare il giusto ringraziamento al giocatore qualunque. Se cercate sul dizionario dei contrari, accanto a qualunque, c’è scritto Paolo Maldini; l’emblema della bandiera, il simbolo di quel calcio che non c’è più proprio perché non ci sono più quelli come lui. Quelli che rifiutano i miliardi per la maglia, quelli rispettati da tutti, quelli silenziosi, quelli che dopo anni di vittorie e coppe alzate e riconoscimenti, non abbandonano la squadra nel momento difficile, decidono di operarsi a entrambe le ginocchia per giocare solo un altro anno, il venticinquesimo consecutivo sempre con la stessa maglia e a 41 anni sono ancora, costantemente, i migliori in campo.

Tra qualche anno il Milan tornerà a vincere e a convincere, i fischi di ieri si trasformeranno in urla di gioia e tutti saranno fierissimi di apprezzare il campioncino forte con i piedi e con la lingua, che bacia la maglia e a fine stagione vola via a inseguire fama, miliardi e puttane. E Capitan Maldini, il terzino più forte del mondo, non sarà più lì a sfiorare la palla sulla fascia sinistra, ad anticipare gli avversari, rubare palla e spingersi in avanti, non sarà più lì a ricevere gli applausi di tutti gli stadi del mondo, ad ascoltare i cori, non sarà più lì ad indossare quella fascia da capitano intrisa di lacrime e sudore, non sarà più lì a vestire quella maglia numero tre su cui ieri avete sputato perdendo in un sol colpo la dignità di tifosi e di uomini.

 


Tante sottoscrizioni attive. Ecco come aiutare i terremotati (donazioni bancarie, alimenti, sms)

6 Aprile 2009

In Francia flash mob contro la riforma universitaria

5 Marzo 2009

Le malattie della scuola secondo Sartori

14 Gennaio 2009

 

Pubblico un editoriale di Giovanni Sartori del 10 novembre scorso. Il Professore ha colto di nuovo, esattamente, nel segno.

di Giovanni Sartori

Berlusconi non è Churchill — non promette lacrime ma felicità perenne — e non ama lo scontro sulle piazze che incrina la sua popolarità «di massa». Così rinvia in parte la preannunziata riforma dell’Università. Approfitto della pausa per approfondire il poco approfondito, e cioè i problemi originari di una scuola che è, a tutti i livelli, un malato anziano, un malato di vecchia data. E se non ricordiamo agli imberbi e alle giovanette (tra le quali la appena 36enne ministro del-l’Istruzione) come e perché la malattia è cominciata, non si vede proprio come siano in grado di curarla. Supposto, beninteso, che questo sia l’intento. All’origine di tutti i mali del nostro sistema educativo c’è la scoperta (dico così per dire) che la scuola coinvolge un enorme serbatoio di voti. Chi la tocca, contenta o disturba tutti i giovani in età scolastica, le loro famiglie, e anche un’armata di insegnanti, anch’essi con famiglie. Se non si tratta di metà del Paese, poco ci manca. Aggiungi che il tasto della scuola è altamente emotivo e infiammabile; in ballo c’è il futuro dei giovani, giovani che sono anche i nostri figli.

Pertanto non è un caso se la Dc non ha mai lasciato ad altri, finché ha regnato, il ministero dell’Istruzione di viale Trastevere. Intendiamoci: la prima Dc di ispirazione degasperiana ha avuto ministri dell’Istruzione bravi e responsabili che avevano davvero a cuore gli interessi della scuola, e che non li sottoponevano agli interessi di partito. Mi piace ricordare, tra questi, il ministro Gui, un gran signore veneto, fatto fuori da uno dei giovani macachi emergenti (Bisaglia) di quegli anni; e mi piace anche ricordare il ministro Malfatti che potrebbe confermare, se non fosse scomparso prematuramente, la mia battaglia, in una commissione ministeriale, per l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Malfatti mi dava ragione, ma mi disse in tutta franchezza (non era un tipo Moro): sarebbe da fare, ma «politicamente non lo posso fare». Già. La caccia al voto o, viceversa, il terrore del voto erano già diventati, a quel tempo, la preoccupazione dominante dei gestori del sistema educativo. Poi arrivò il ‘68 e da allora vige e impera la demagogia scolastica. Della quale sono finalmente venuti al pettine i nodi. Ciò premesso, i fattori distorsivi specifici del cattivo riformismo della scuola sono tre. Il primo è stato, appunto, il Sessantottismo, che è stato esiziale perché ha predicato l’ignoranza del passato, così recidendo quella trasmissione del sapere che dovrebbe essere la prima missione dell’educatore; ed esiziale perché, cavalcando la tigre dell’antielitismo, ha distrutto il principio del merito producendo la «società del demerito» che premia i peggiori e gli incapaci a danno dei competenti e dei migliori. Davvero formidabili quei ragazzi.

Il secondo fattore distorsivo è stato il progressivismo pedagogico (largamente di ispirazione psicoanalitica), che ha infestato tutta la disciplina, ma che ha avuto il suo più dannoso rappresentante nel celebre dottor Benjamin Spock, il guru che ha convertito al permissivismo tutte le madri dell’Occidente con la dottrina che il bambino non doveva essere frustrato da punizioni. E’ vero che poi Spock ha rinnegato, da ultimo, la sua dottrina; ma era troppo tardi. In passato i genitori erano dalla parte dei maestri; ora li assaltano nel chiedere la promozione ad ogni costo dei loro poveri figli. Prima la scuola media si reggeva sull’alleanza genitori-maestri. Ora i maestri che resistono all’andazzo «mammistico» sono lasciati soli e sono vilipesi come «repressivi ». Davvero formidabili quei genitori. C’è infine un fattore distorsivo che sfugge ai più: la teoria della società post-industriale come «società dei servizi» fondata sul sapere, o quantomeno su alti livelli di istruzione.

D’accordo; ma il post-industriale non doveva e non poteva sostituire l’industriale, vale a dire il nocciolo duro della produzione della ricchezza. Senza contare che la società dei servizi si trasforma facilmente in una società parassitaria di «piena occupazione » fasulla (tale anche perché gli economisti misurano bene la produttività industriale, ma assai meno bene la produttività di un universo burocratico). Il punto è, comunque, che è proprio l’idea della società dei servizi nella quale nessuno si sporca le mani che alimenta la insensata corsa universale al «pezzo di carta» del titolo universitario. Se ogni tanto ci fermassimo a pensare, ci dovremmo chiedere: ma perché tutti devono andare all’Università? C’è chi proprio non è tagliato per studi superiori (che difatti si sono «abbassati» per accoglierlo). Nemmeno è vero, poi, che il lavoro «terziario » dia più felicità. Anzi. Più si moltiplicano gli attestati cartacei che creano alte aspettative, e più creiamo legioni di scontenti senza lavoro, o costretti a un lavoro che considerano indegno del loro rango.

Fin qui gli antefatti che hanno prodotto la crisi e le malattie della scuola. Verrò ai fatti a una prossima occasione.

 


Patologie intellettuali all’italiana

1 Settembre 2008

 

Questa terra è sempre più afflitta da due mali culturali, due patologie intellettuali. La prima fa riferimento all’ormai collaudato esordio colloquiale “In questo paese”, sintomo di una cocente insoddisfazione per i malanni della propria nazione e allo stesso tempo spia e indicatore di una sorta di appagamento erotico che si prova nel vederla affondare.

La seconda disfunzione patologica è rappresentata dall’eterna balbuzie elettorale del “ma anche”; recentemente rivalutata da Veltroni è, in realtà, significante raffigurazione della nostra capacità di continuare a trascinarci nel tempo pur di  non scegliere, di non stare né da una parte né dall’altra.

Male, malissimo, perché non scegliere da che parte stare significa non decidere, non decidere significa non agire, non agire significa morire sommersi dalla propria inefficienza.

E l’inefficienza, in Italia, è cultura di stato; patrimonio nazionale.