Fuori i nomi di chi frega il fisco – di Giampaolo Pansa

25 Agosto 2009

 

Pubblico un articolo di Giampaolo Pansa tratto da Il Riformista

Forse m’illudo. Forse è soltanto il sogno di un contribuente onesto. Ma sento che siamo all’inizio di una rivoluzione culturale che, prima o poi, riuscirà a sconfiggere l’evasione fiscale. A confermarlo arrivano segnali da tutto l’Occidente. La crisi economica e finanziaria ha mandato in bolletta i governi. Gli Stati non hanno più soldi. Dunque dove trovare le palanche per gli interventi ordinari e per quelli eccezionali?
Si possono ridurre le spese, ma non oltre un certo limite. Si possono aumentare le tasse, però strozzerebbero ancora di più i consumi, il volano necessario alla ripresa. Inoltre si andrebbe incontro a una rivolta dei contribuenti onesti. Loro hanno sempre pagato e, invece di essere premiati, sarebbero costretti a pagare di più. Dunque non resta che una strada: dare la caccia agli evasori. Dichiarargli una guerra senza quartiere. Obbligarli a sborsare. E sputtanarli davanti all’opinione pubblica.

I governi non sono soltanto in bolletta. I più avvertiti si rendono conto dei cambiamenti di stato d’animo in chi ha sempre versato il dovuto. Non sono un esperto di psicologia delle masse. Ma vedo ciò che succede nella mia testa e in quella di tanta altra gente uguale a me. Mi sento sempre più irritato. Ogni anno, quando si pubblicano i redditi della mia provincia, scopro di essere ai primissimi posti. Come se fossi tra i ricconi della mia zona, invece che un giornalista con un buon stipendio e un autore di libri che vende bene.
Allora mi faccio delle domande. Dove sono i grandi redditieri, i commercianti forti, i ristoratori di grido, i capi della banca X o dell’impresa Y? Controllo meglio l’elenco e non li trovo. O li trovo in basso. Quasi fossero percettori di redditi modesti, da poveracci. Eppure li conosco, anche se alla lontana. So che vita fanno. So in quali case abitano. So che spendono e spandono. Ma per il fisco quasi non esistono.
Al cospetto di questa vergogna avverto un fastidio di anno in anno sempre più acuto. E comincio a chiedermi se debbo continuare a essere tra i fessi della compagnia. La domanda successiva è inevitabile: forse è bene che inizi anch’io a fregare il fisco. Oppure, meglio ancora, che cominci a incrociare le braccia e a scioperare, non presentando la dichiarazione dei redditi almeno per una volta.
Certo, se lo facessi da solo il fisco mi stangherebbe. Ma se lo faccio insieme ad altri diecimila o centomila contribuenti, nessuno sa che cosa può accadere. Voglio citare un vecchio adagio, adatto a quanto sto dicendo. Se un tizio fuma sotto un cartello che avverte “Vietato fumare”, il tizio viene multato. Ma se a fumare in quel luogo sono dieci, venti, cinquanta persone, il cartello viene tolto.
Insomma si rischia una rivolta dei contribuenti onesti. Qualche governo comincia a capirlo e a temerlo. Per esempio, il governo degli Stati Uniti, il Paese che per primo ha iniziato una guerra vera contro gli evasori. A partire dai furbastri che, per frodare il fisco, hanno nascosto milioni di dollari nei paradisi fiscali: in Svizzera, ma non soltanto lì.

Sul Sole 24 Ore di venerdì 21 agosto, Claudio Gatti ci ha descritto un personaggio sconosciuto in Italia. È Douglas H. Shulman, quarantadue anni, il “commissioner”, ossia il capo, dell’Irs: l’Internal Revenue Service, l’equivalente della nostra Agenzia delle entrate. A nominarlo in quell’incarico, nel novembre 2007, era stato George W. Bush e l’amministrazione di Barack Obama l’ha confermato.
Gatti racconta che Shulman è stato anche fortunato. Pochi mesi prima della sua nomina, ha bussato alla porta dell’Irs un manager dell’Ubs negli Usa, Bradley Birkenfeld. Aveva una confessione da fare: la sua banca svizzera era responsabile di un’enorme frode fiscale. Da anni permetteva ai propri clienti americani di evadere le tasse per centinaia di milioni di dollari.

Shulman ha stretto un patto di ferro con il Dipartimento della Giustizia, per seguire insieme la pista offerta dal banchiere. Così hanno sfiancato la resistenza dell’Ubs e del governo svizzero. Costretti a consegnare i nomi di chi aveva nascosto i dollari in territorio elvetico. Proprio in questi giorni, Birkenfeld è stato condannato a quaranta mesi di prigione, con uno sconto di pena assai forte.

Pure il governo italiano ha bisogno di soldi. Le nostre emergenze si stanno moltiplicando. La ricostruzione dell’Aquila, gli interventi nel Mezzogiorno, gli aiuti alle aziende in crisi, la cassa integrazione da rifinanziare, i buchi della sanità da colmare, e mi fermo qui. Anche per questo è da apprezzare che il ministro Giulio Tremonti abbia messo in moto l’Agenzia delle entrate e la Guardia di finanza. Aprendo la caccia agli evasori, e non soltanto a quelli che hanno portato i soldi in Svizzera. Su tutto domina il rebus dell’avvocato Agnelli: anche lui ha truffato alla grande il fisco?

Un lettore del Riformista ci ha scritto temendo che sia una caccia finta, fumo negli occhi e basta. Il “Bestiario” non la pensa così. Forse è cominciata anche da noi la rivoluzione culturale di cui ho parlato all’inizio. E forse non si fermerà neppure davanti alle porte dei consulenti che hanno aiutato i clienti a nascondere al fisco i guadagni, trasferendoli nei paradisi fiscali. Negli Stati uniti sta già avvenendo. Perché non dovrebbe accadere anche da noi?

Tuttavia sentiamo il bisogno di una prova. La nostra Agenzia delle entrate ci dia presto un po’ di nomi di evasori, meglio ancora se illustri. Li sbatteremo in prima pagina. E gli onesti si sentiranno un po’ meno cornuti e mazziati.

 


Mi hanno ucciso il Terzino più forte del mondo

25 Maggio 2009

 

MILAN - ROMA

 

Oggi per me è un giorno triste, perché uccidendo il mito di Maldini hanno ucciso l’ultima parte di bambino che c’era in me, hanno ucciso quel bambino milanista in una classe di juventini, quel bambino che a nove anni perse la finale della Coppa dei Campioni a cinque minuti dalla fine, che pianse e il giorno dopo andò a scuola con sciarpa e maglia, si prese i fischi dei compagni di quarta elementare e imparò il bruciore della sconfitta e la fierezza della dignità.  Dopo ieri tutto questo va definitivamente in soffitta, perché antico e anacronistico per un mondo in cui conta solo il risultato e non ci sono più sogni, valori e non ci sono più bambini di quarta con lo stemmino cucito sul grembiule, e non c’è più il grembiule o forse c’è ancora perché l’hanno rimesso, ma non c’è più la fierezza nel portarlo. Non c’è più il tifo vero e non c’è più il mio idolo da bambino, c’è una razionalità spietata che ha invaso le curve degli stadi, da sempre altare delle emozioni più genuine. Ieri insieme al Campione Maldini è morto quel bambino di nove anni che guardava la mamma cucirgli lo stemmino dello scudetto con sopra una sola stellina, che pregava la notte di raggiungere presto i venti scudetti perché: «i compagni di classe della Juve di stelline ne hanno due».

Non dite: «sono i soliti idioti e… in fondo si tratta solo di calcio». No. Non si tratta solo di calcio,  si tratta di un’orrenda manifestazione di vigliaccheria e nefandezza che va ben al di là della curva sud di San Siro e riguarda tutti noi. Riguarda l’Italia. Perché quando viene a mancare il rispetto per gli uomini non c’è limite al peggio. Quando si calpestano simboli e bandiere e gli uomini che li rappresentano, si apre un vuoto di valori difficile da colmare. Tanto più in una fase storica che richiederebbe principi e virtù che possono arrivare solo dall’aggregazione sociale, vale a dire dal momento in cui il popolo si fa popolo e si riconosce in valori comuni. E il calcio è sempre stato un fenomeno di aggregazione sociale e oggi, col tramonto dell’ultima bandiera non lo è più. E non lo è più perché l’ultima bandiera è stata tradita da chi ha contribuito a costruire il mito.

In Inghilterra, quando un giocatore, uno qualunque, che ha vestito la maglia per tanti anni lascia il calcio perché le ginocchia non ti reggono più e il fiato neanche, perché puoi giocare una partita sì e tre no, perché per tenere il passo degli altri devi allenarti il doppio e faticare il doppio o semplicemente perché quando hai esordito tu sulla maglietta non c’era neanche lo sponsor e, a quei tempi, il campioncino che oggi tenta di farti il tunnel non era neanche nato. In Inghilterra, dove il calcio è il gioco della worker-class, si alzano le sciarpe e si canta tutti insieme per tributare il giusto ringraziamento al giocatore qualunque. Se cercate sul dizionario dei contrari, accanto a qualunque, c’è scritto Paolo Maldini; l’emblema della bandiera, il simbolo di quel calcio che non c’è più proprio perché non ci sono più quelli come lui. Quelli che rifiutano i miliardi per la maglia, quelli rispettati da tutti, quelli silenziosi, quelli che dopo anni di vittorie e coppe alzate e riconoscimenti, non abbandonano la squadra nel momento difficile, decidono di operarsi a entrambe le ginocchia per giocare solo un altro anno, il venticinquesimo consecutivo sempre con la stessa maglia e a 41 anni sono ancora, costantemente, i migliori in campo.

Tra qualche anno il Milan tornerà a vincere e a convincere, i fischi di ieri si trasformeranno in urla di gioia e tutti saranno fierissimi di apprezzare il campioncino forte con i piedi e con la lingua, che bacia la maglia e a fine stagione vola via a inseguire fama, miliardi e puttane. E Capitan Maldini, il terzino più forte del mondo, non sarà più lì a sfiorare la palla sulla fascia sinistra, ad anticipare gli avversari, rubare palla e spingersi in avanti, non sarà più lì a ricevere gli applausi di tutti gli stadi del mondo, ad ascoltare i cori, non sarà più lì ad indossare quella fascia da capitano intrisa di lacrime e sudore, non sarà più lì a vestire quella maglia numero tre su cui ieri avete sputato perdendo in un sol colpo la dignità di tifosi e di uomini.

 


Tante sottoscrizioni attive. Ecco come aiutare i terremotati (donazioni bancarie, alimenti, sms)

6 Aprile 2009

In Francia flash mob contro la riforma universitaria

5 Marzo 2009

Le malattie della scuola secondo Sartori

14 Gennaio 2009

 

Pubblico un editoriale di Giovanni Sartori del 10 novembre scorso. Il Professore ha colto di nuovo, esattamente, nel segno.

di Giovanni Sartori

Berlusconi non è Churchill — non promette lacrime ma felicità perenne — e non ama lo scontro sulle piazze che incrina la sua popolarità «di massa». Così rinvia in parte la preannunziata riforma dell’Università. Approfitto della pausa per approfondire il poco approfondito, e cioè i problemi originari di una scuola che è, a tutti i livelli, un malato anziano, un malato di vecchia data. E se non ricordiamo agli imberbi e alle giovanette (tra le quali la appena 36enne ministro del-l’Istruzione) come e perché la malattia è cominciata, non si vede proprio come siano in grado di curarla. Supposto, beninteso, che questo sia l’intento. All’origine di tutti i mali del nostro sistema educativo c’è la scoperta (dico così per dire) che la scuola coinvolge un enorme serbatoio di voti. Chi la tocca, contenta o disturba tutti i giovani in età scolastica, le loro famiglie, e anche un’armata di insegnanti, anch’essi con famiglie. Se non si tratta di metà del Paese, poco ci manca. Aggiungi che il tasto della scuola è altamente emotivo e infiammabile; in ballo c’è il futuro dei giovani, giovani che sono anche i nostri figli.

Pertanto non è un caso se la Dc non ha mai lasciato ad altri, finché ha regnato, il ministero dell’Istruzione di viale Trastevere. Intendiamoci: la prima Dc di ispirazione degasperiana ha avuto ministri dell’Istruzione bravi e responsabili che avevano davvero a cuore gli interessi della scuola, e che non li sottoponevano agli interessi di partito. Mi piace ricordare, tra questi, il ministro Gui, un gran signore veneto, fatto fuori da uno dei giovani macachi emergenti (Bisaglia) di quegli anni; e mi piace anche ricordare il ministro Malfatti che potrebbe confermare, se non fosse scomparso prematuramente, la mia battaglia, in una commissione ministeriale, per l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Malfatti mi dava ragione, ma mi disse in tutta franchezza (non era un tipo Moro): sarebbe da fare, ma «politicamente non lo posso fare». Già. La caccia al voto o, viceversa, il terrore del voto erano già diventati, a quel tempo, la preoccupazione dominante dei gestori del sistema educativo. Poi arrivò il ‘68 e da allora vige e impera la demagogia scolastica. Della quale sono finalmente venuti al pettine i nodi. Ciò premesso, i fattori distorsivi specifici del cattivo riformismo della scuola sono tre. Il primo è stato, appunto, il Sessantottismo, che è stato esiziale perché ha predicato l’ignoranza del passato, così recidendo quella trasmissione del sapere che dovrebbe essere la prima missione dell’educatore; ed esiziale perché, cavalcando la tigre dell’antielitismo, ha distrutto il principio del merito producendo la «società del demerito» che premia i peggiori e gli incapaci a danno dei competenti e dei migliori. Davvero formidabili quei ragazzi.

Il secondo fattore distorsivo è stato il progressivismo pedagogico (largamente di ispirazione psicoanalitica), che ha infestato tutta la disciplina, ma che ha avuto il suo più dannoso rappresentante nel celebre dottor Benjamin Spock, il guru che ha convertito al permissivismo tutte le madri dell’Occidente con la dottrina che il bambino non doveva essere frustrato da punizioni. E’ vero che poi Spock ha rinnegato, da ultimo, la sua dottrina; ma era troppo tardi. In passato i genitori erano dalla parte dei maestri; ora li assaltano nel chiedere la promozione ad ogni costo dei loro poveri figli. Prima la scuola media si reggeva sull’alleanza genitori-maestri. Ora i maestri che resistono all’andazzo «mammistico» sono lasciati soli e sono vilipesi come «repressivi ». Davvero formidabili quei genitori. C’è infine un fattore distorsivo che sfugge ai più: la teoria della società post-industriale come «società dei servizi» fondata sul sapere, o quantomeno su alti livelli di istruzione.

D’accordo; ma il post-industriale non doveva e non poteva sostituire l’industriale, vale a dire il nocciolo duro della produzione della ricchezza. Senza contare che la società dei servizi si trasforma facilmente in una società parassitaria di «piena occupazione » fasulla (tale anche perché gli economisti misurano bene la produttività industriale, ma assai meno bene la produttività di un universo burocratico). Il punto è, comunque, che è proprio l’idea della società dei servizi nella quale nessuno si sporca le mani che alimenta la insensata corsa universale al «pezzo di carta» del titolo universitario. Se ogni tanto ci fermassimo a pensare, ci dovremmo chiedere: ma perché tutti devono andare all’Università? C’è chi proprio non è tagliato per studi superiori (che difatti si sono «abbassati» per accoglierlo). Nemmeno è vero, poi, che il lavoro «terziario » dia più felicità. Anzi. Più si moltiplicano gli attestati cartacei che creano alte aspettative, e più creiamo legioni di scontenti senza lavoro, o costretti a un lavoro che considerano indegno del loro rango.

Fin qui gli antefatti che hanno prodotto la crisi e le malattie della scuola. Verrò ai fatti a una prossima occasione.

 


Patologie intellettuali all’italiana

1 Settembre 2008

 

Questa terra è sempre più afflitta da due mali culturali, due patologie intellettuali. La prima fa riferimento all’ormai collaudato esordio colloquiale “In questo paese”, sintomo di una cocente insoddisfazione per i malanni della propria nazione e allo stesso tempo spia e indicatore di una sorta di appagamento erotico che si prova nel vederla affondare.

La seconda disfunzione patologica è rappresentata dall’eterna balbuzie elettorale del “ma anche”; recentemente rivalutata da Veltroni è, in realtà, significante raffigurazione della nostra capacità di continuare a trascinarci nel tempo pur di  non scegliere, di non stare né da una parte né dall’altra.

Male, malissimo, perché non scegliere da che parte stare significa non decidere, non decidere significa non agire, non agire significa morire sommersi dalla propria inefficienza.

E l’inefficienza, in Italia, è cultura di stato; patrimonio nazionale.   


Una questione di convenienza

11 Luglio 2008

 

Pubblico un articolo di Curzio Maltese tratto da la Repubblica tanto per ribadire che il problema non sono gli insulti della Guzzanti né i deliri suburbani di Grillo, che potrebbe almeno avere l’accortezza di documentarsi prima di parlare. Il problema è l’aver perduto un’ occasione per trattare di questioni concrete, per ribadire la presenza di un ideale politico diverso da quello dell’attuale maggioranza di governo e averla perduta per colpa dei due o tre soliti noti a cui, evidentemente, sta molto poco a cuore la causa democratica. Non è un problema di cosa si è detto, casomai di quello di cui non si è parlato proprio per lasciare spazio agli isterismi di Grillo, il punto focale della mia obiezione è la questione convenienza, dunque non è un problema di “cosa si può dire e cosa no”, è un problema di “conviene dirlo oppure no”.

No, non conviene, non conviene perché così facendo si perdono per strada i contenuti mettendo in risalto la questione Ratzinger all’inferno perseguitato dai diavolacci, che sarà pure una grande intuizione artistica, ma non ha nulla a che vedere con l’opposizione politica di cui il nostro paese avrebbe bisogno in questo momento. Grillo e la Guzzanti dimostrano ancora una volta di avere grande capacità oratoria, grande padronanza del palcoscenico, ma assolutamente meno lungimiranza politica, non era difficile infatti immaginare che i media avrebbero subito puntato il dito contro le dichiarazioni ad effetto tralasciando i motivi di fondo per cui la manifestazione è stata convocata.

La Guzzanti è caduta nel tranello del centro-destra; resta da capire la natura del suo passo falso, che potrebbe derivare da uno scarso fiuto mediatico-politico, opzione poco condivisibile data l’astuzia e le indiscutibili doti intellettuali di Sabina, oppure, considerazione ben più grave, da una precisa vocazione polemica frutto della volontà di mettersi in mostra, di far parlare di sé scioccando gli adepti della Santa Madre Chiesa Romana Cattolica e Apostolica, se così fosse la tesi sopra sostenuta verrebbe confermata, a questi signori interessa molto poco la causa democratica, interessa molto di più la fama personale, la possibilità di riempire i palazzetti per un altro anno.

La presa di posizione degli organizzatori contro i loro stessi invitati è quanto mai ridicola, quasi inverosimile, espressione della mancanza di contenuti politici, di volontà riformatrice, di convinzione che pur non cambiando nulla a loro non sarà mai negata, bensì accresciuta, la possibilità di  essere i protagonisti indiscussi dell’antiberlusconismo radicale all’italiana.

 

Di seguito l’articolo di Curzio Maltese.

Manifestazioni come quella di Piazza Navona dell’altro giorno sono show business. Servono a sfogare i sentimenti di un pubblico di spettatori, servono ai protagonisti a vendere merci sul mercato: libri, dvd, spettacoli teatrali. Non servono a cambiare le cose. Quindi non sono politica. I guai cominciano se si scambia lo show business per politica e lo si prende sul serio.

Quando Beppe Grillo o Sabina Guzzanti o altri comici sanno di dover intervenire a una manifestazione pubblica, riuniscono i loro autori e chiedono un “pezzo” efficace. Un testo per una riunione politica è diverso da un testo comico per il teatro, ma segue regole rigide. Non dev’essere serio ma neppure troppo divertente: sarebbe un errore. Si bruciano belle battute del repertorio, che è giusto riservare al pubblico pagante dei teatri e dei palazzetti. Oltretutto, se la gente ride troppo, pensa. E se pensa non si scalda abbastanza, non urla. Bisogna dunque tenere alto il livello dell’emozione e “spararle grosse”. Contro un bersaglio non scontato. Altrimenti non si fa notizia. Occorre anche valutare se alla manifestazione parteciperanno altri comici, come nel caso di piazza Navona. In tal caso il livello di fuoco aumenta, perché si corre il rischio di essere oscurati dalla concorrenza, in gergo televisivo “impallati”.

La logica è simile a quella che si segue per lanciare un film o un libro in una comparsata televisiva importante, uno show del sabato sera o il festival di Sanremo. È inutile parlare del prodotto in sé, perché il pubblico se lo aspetta e si perde l’effetto sorpresa. Benigni, quando doveva lanciare un film, non andava a parlare del film da Baudo o dalla Carrà ma s’inventava memorabili performances, tipo toccare gli attributi di Baudo o palpare le curve della Raffaella nazionale, con gran successo di promozione. Non tutti naturalmente, parlando di sesso o di altri temi “bassi” – penso al magnifico “Inno del corpo sciolto” – mostrano il talento di poeta contadino di Roberto. Le allusioni sessuali comunque funzionano sempre, soprattutto in Italia. Un altro trucco è attaccare un bersaglio imprevisto e in teoria intoccabile. Insomma, se Grillo o la Guzzanti si fossero limitati ad attaccare Berlusconi, nessuno ne avrebbe parlato. Per questo, hanno spostato l’obiettivo sul presidente della Repubblica e sul Papa.


Nulla è lasciato al caso. Si tratta di strategie calcolate, testi scritti e riscritti, trucchi del mestiere di grandi teatranti. Stiamo parlando di professionisti. Dello spettacolo. Scambiati per professionisti della politica. Da un punto di vista morale saranno discutibili. Ma che c’entrano la morale o la politica? In Italia, nel volgere di pochi secoli, si è finalmente capito che etica e politica sono separate. Per la verità, lo si è capito fin troppo. Un giorno si capirà che anche politica e spettacolo sono campi separati. Per ora, il giorno è lontano.

Gli eventi creati di Beppe Grillo, dai Vaffa Day in poi, non sono azioni politiche. Il fine non è cambiare le cose, ma accrescere la popolarità del protagonista. Basterebbe un po’ di lucida attenzione per comprenderlo. Purtroppo, chi vi partecipa e chi li osteggia non brilla in lucidità. La maggior parte dei bersagli di Grillo sono irrilevanti, innocui oppure marginali. Che importanza volete che abbia la presenza di diciotto parlamentari condannati in Parlamento, su mille, quando ce ne sono stati in passato due, tre, cinque volte tanti e 200 inquisiti? D’altra parte se la presenza in politica di un pregiudicato fosse un tema così importante, i seguaci di Grillo non si affiderebbero a lui, che ha una condanna definitiva e ricopre un ruolo politico, per quanto improprio, assai più importante dei diciotto messi assieme. Lo stesso discorso vale per altri obiettivi, come il doppio mandato, l’ordine dei giornalisti, i finanziamenti ai giornali di partito. Tutte storture, tutte battaglie condivisibili, s’intende, ma quisquilie. Nel caso del referendum sulla legge Gasparri non si tratta di una quisquilia, ma è ancora peggio. È un suicidio politico. Se si votasse oggi, quel referendum sarebbe una catastrofe per l’opposizione e un trionfo per Berlusconi.

Ma la cosa più probabile è che il referendum non si faccia, per fortuna. Nessuna delle altre proposte avrà poi uno sbocco politico. Che senso ha dunque sbattersi tanto? Senso politico, nessuno. Ma il comico ha enormemente aumentato il proprio seguito, pubblico, clientela. Dico subito che trovo indegno e ridicolo ogni moralismo in proposito. Grillo è un uomo di spettacolo, è grottesco giudicarlo sulla base di un metro politico o etico. In più, se guadagna tanto, se lo merita. Ha fatto scelte coraggiose che gli hanno impedito di accedere alla principale fonte di arricchimento degli attori, la televisione pubblica e privata. È giusto che si cerchi altre audience. Il blog è la principale alternativa e lui lo ha intuito fra i primi. Ma se fosse un po’ più sincero, dovrebbe ammettere che il suo blog non è tanto uno strumento di lotta politica e confronto di opinioni (peraltro, sono tutti d’accordo) quanto un fenomenale punto vendita di merci autoprodotte. O quanto meno è l’uno e l’altro. Grillo è dotato di un altro talento tipico dei comici, la scelta dei tempi. I suoi interventi sono ottimamente calibrati. Non frequenti, non distanti.

Appena calano l’attenzione e le vendite, ecco l’evento, il vaffanculo col botto mediatico. Nelle settimane successive, le vendite e la popolarità schizzeranno di nuovo alle stelle. Gli altri hanno capito e lo imitano. Oggi la frase che gli agenti di spettacolo si sentono ripetere più spesso dagli attori, ma ormai perfino da registi, scrittori e professori di diritto comparato col saggio in uscita, è “facciamo una cosa alla Grillo, facciamo un gran casino”. S’intende, per lanciare il prodotto. I più avveduti o i più aristocratici, come Nanni Moretti, si sono sottratti per tempo alla trappola.

L’interesse delle persone di spettacolo a usare eventi politici a fini di popolarità e commerciali è insomma piuttosto evidente. Come dovrebbero essere chiare le analogie di meccanismo e di linguaggio fra queste tecniche e il populismo berlusconiano. Misteriosa è invece la ragione per cui i politici e gli organizzatori si prestino a queste operazioni di marketing, dalle quali hanno tutto da perdere. Paolo Flores ha il grande merito di aver avviato con la manifestazione del Palavobis del 2002 la stagione dei movimenti che, negli anni successivi, riempì le piazze italiane di milioni di persone. Da storico e filosofo di valore, può stimare lui stesso l’abissale distanza che separa la sobria e feconda forza politica del Palavobis di allora con la sguaiata impotenza di Piazza Navona. L’ultima adunata non avvierà una stagione di protesta. Al contrario, può aver contribuito a stroncarla sul nascere.

I toni, i modi, l’eco mediatica per quanto parziale e magari ingiusta dell’evento, hanno contribuito a rafforzare il disegno del “nemico” berlusconiano. Il quale da anni cerca di rovesciare la questione centrale della criminalità delle classi dirigenti italiane nel suo contrario, l’emarginazione fra gli estremisti di chi difende la magistratura e i valori della Costituzione. Con gli insulti di piazza Navona gli si è reso un enorme favore.

Quanto ad Antonio Di Pietro, non gode forse degli stessi strumenti culturali di Flores, ma ha di sicuro fiuto politico. Capirà prima o poi che la strada in cui si è messo porta a un finale scontato: Grillo in cima alle classifiche dei best sellers e l’Italia dei Valori allo 0,5 per cento dei voti. Perché prima o poi gli toccherà dissociarsi, anzi ha già cominciato, e sarà bollato come codardo e venduto.

Ma in questo scambio di favori ed equivoci fra primedonne, l’unico aspetto che davvero intristisce è l’inganno del pubblico. Le persone che sono andate a Piazza Navona da cittadini e si sono ritrovati spettatori, come sempre. Hanno applaudito un idolo che attaccava un altro idolo. Portando a casa la sera il tacito, amaro dubbio che le cose non cambieranno. E come potrebbero? A colpi di eventi? Gli show servono a consolare, non a cambiare la realtà. Lo show di Berlusconi, che rimane l’inventore del metodo, si rappresenta da quindici anni e l’Italia è il paese meno cambiato al mondo. Soltanto ogni giorno un po’ più volgare, ignorante e incattivito. È la politica che cambia le cose, e quella non c’è più.