Gomorra e Gomorra

12 Settembre 2009

 

Gomorra

 

 

Ieri ho finalmente potuto guardare Gomorra, il film di Matteo Garrone tratto dall’omonimo libro di Roberto Saviano. Ne sono rimasto deluso. E ho avuto l’ennesima conferma del fatto che la trasposizione cinematografica di un libro finisce raramente con l’aggiungere qualcosa, praticamente mai col migliorare la storia.

 

Il film di Garrone mi è anche piaciuto, ma il paragone con le sensazioni suscitate dal libro non è neanche immaginabile. Ricordo che quando terminai di leggere Gomorra (erano le tre di notte) non riuscii a prender sonno: me ne stavo lì a respirare, a pensare a questa piovra malavitosa che mette le mani praticamente in ogni aspetto della vita economica del paese. Il film questa sensazione non la trasmette. Rappresenta perfettamente le inquietudini dei personaggi e dipinge in maniera realistica e deprimente lo sfondo di Scampìa, dove tutti sono al soldo della camorra, ma non riesce a trasmettere la potenza della camorra. Dipinge i suoi reggenti come un branco di esaltati impegnati in una guerra fratricida, ma non permette allo spettatore di comprendere il peso reale di un’organizzazione malavitosa dove tutto è pianificato, non permette di percepire la vicinanza del pericolo anche a chi non vive in Campania.

 

Il libro di Saviano è un capolavoro e va letto. Poi, se volete, guardate anche il film.

 


I Gialappi sono come il GF

19 Maggio 2009
 

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Pubblico un articolo di Aldo Grasso tratto da Corriere.it in cui il critico televisivo mette nero su bianco una cosa che ho sempre pensato, ma che non avevo mai razionalizzato fino in fondo. Sono in molti a disprezzare il Grande Fratello, ma a guardare soddisfatti la versione ironica credendo di beneficiare di un prodotto alternativo e intelligente. Nulla di male. Sia chiaro. Ognuno fa quel che vuole; l’importante è evitare di disprezzare il piatto in cui  si mangia con inconsapevole gaudio.

Andrea Sferrella 

 

Tempo fa, mi sono permesso di porre un doman­da retorica ai Gialappi, a Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto: «Cosa volete fare da grandi?». Non mi aspettavo una risposta, che infatti non è arrivata. Stimandoli, non desisto e ne pongo un’altra, meno esistenziale ma più tecnica: «Cre­derete mica di essere diversi dal Grande Fratello?». I Gia­lappi hanno creato un simpatico equivoco, che è presto è dilagato fra i benpensanti del­la tv. Si chiama «alibi dello stu­dio dentistico». Nessuno leg­ge i giornali di gossip, i giorna­li popolari, i giornali con le tet­te al vento; salvo che dal denti­sta.

Nessuno vede il Grande Fratello, spettacolo ripugnan­te. Solo «Mai dire Grande Fra­tello». Trasmissione dove si prendono in giro i concorrenti del reality, si mostrano tutte le loro volgarità, si enumerano le grandi manifestazioni di ignoranza, di liti feroci. In que­sto modo, si può ridere del Grande Fratello, in una sorta di edizione critica per pubbli­co intelligente. Non è così e, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, lo ha di­mostrato lo «Speciale Mai Dire Grande Fratello», condotto dal Mago Forrest con la pre­senza di quasi tutti i concor­renti (Canale 5, domenica, ore 21.30).

Da un punto di vista tecnico, non c’è nessuna diffe­renza tra il Grande Fratello e le sue varie appendici, il cui com­pito è proprio quello di raffor­zare l’immagine dello show, anche prendendolo in giro. O parlandone seriamente, come ha fatto «Matrix». Si trova sempre qualcuno che dirà: i Gia­lappi sono situazionisti, mettono cioè tra virgolette il lavo­ro degli altri; ma una definizione di comodo non cambia le carte in tavola. Certo, Mediaset ha investito su Piero Chiambretti e non sui Gialappi, e questo è un problema. Ma tocca a loro uscire dalla situazione di impasse, inven­tarsi qualcosa di nuovo, smetterla di credersi sempre e co­munque «irriverenti» e diversi dal Grande Fratello.

Aldo Grasso

 


Venti anni in attesa di giustizia e la vita rovinata per sempre. Luigino Scricciolo è morto e nessuno gli ha mai chiesto scusa

5 Aprile 2009

 

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Martedì 24 marzo nel silenzio assordante dei più si è spento per sempre Luigino Scricciolo; sindacalista della Uil arrestato il 4 dicembre 1982 con le accuse di banda armata  e spionaggio. Quattro mesi dopo l’arresto la moglie decide di lasciarlo. Luigi inizia uno sciopero della fame: quando viene arrestato pesa 90 chili, arriverà a pesarne 45. 

Rimane in carcere 900 giorni consecutivi, senza possibilità di difendersi dalle accuse, per un semplice motivo: le accuse non gli vengono rivelate. Scricciolo è in carcere e non sa di cosa è accusato. Gli vengono concessi gli arresti domiciliari – a casa dei genitori visto che la moglie, dopo la separazione, si è tenuta l’appartamento – rimane chiuso in casa per un anno e due mesi.

Viene rimesso in libertà, ma è ancora accusato di essere un terrorista delle Br; trova lavoro come giardiniere (lui che era dirigente nazionale e delegato Uil nella Confederazione europea dei sindacati). Il 6 settembre 2001, dopo 7171 giorni dall’arresto, Luigino Scricciolo viene prosciolto da tutte le accuse. Dal giorno dell’arresto sono passati vent’anni. Una vita intera passata tra il carcere, l’ospedale e gli arresti domiciliari; una vita intera da innocente tra i colpevoli. Chiede un risarcimento: il Tribunale gli risponde che non ha diritto ad alcun indennizzo in quanto non c’è stato il processo. Scricciolo non ci sta, si rivolge alla Cassazione e nel 2008 arriva la sentenza: 21mila euro di risarcimento. Ventunomila euro di risarcimento per una famiglia e una carriera distrutta, tre anni di isolamento carcerario, un anno di arresti domiciliari, venti anni di accuse infamanti e la salute rovinata per sempre. La vita uccisa per sempre.

Quello di Luigino Scricciolo rappresenta uno dei più gravi casi di malagiustizia che l’Italia ricordi. Un’esistenza stroncata, distrutta. E, ancora una volta, senza scuse. E, ancora una volta, senza prove, senza accuse precise, addirittura senza processo; insomma senza nulla di nulla e nel nulla più totale la vita di un uomo è stata sottratta alla sua naturale dialettica, al suo divenire.

Luigino Scricciolo è morto a 61 anni e nessuno gli ha ancora chiesto scusa.  Luciano Consoli lo ha ricordato così:

 

“Fino a due anni fa non ci conoscevamo né avevo sentito parlare di lui.  Ricordavo la notizia letta sui giornali ma non il suo nome e il suo volto. Un suo amico da 40 anni e mio da 5 ci ha fatto incontrare, senza tanti preamboli e tante spiegazioni. La sua faccia rotonda contornata da una barba da sessantottino mi piacque subito, i suoi occhi grandi mi fissavano interrogativi mentre mi raccontava la sua storia. Sentii un brivido di rabbia e senza pensarci un attimo diventammo amici e decidemmo di pubblicare un libro con il racconto degli ultimi “20 anni in attesa di giustizia” di Luigino Scricciolo. Ieri mattina ci siamo sentiti e abbiamo cazzeggiato come sempre, ci siamo scambiati impressioni, dubbi e certezze, fissato appuntamenti e scadenze. Non potremo mantenere niente di tutto quello che avevamo programmato perché Luigino se n’è andato, in un puzzolente, caotico, sporco e disordinato ospedale romano. Lui, sindacalista impegnato nel settore internazionale, una mattina del 1982 era stato arrestato con l’incriminazione di banda armata e addirittura di “spia bulgara”. Dopo 20 anni di isolamento e frustrazione il completo proscioglimento. Senza che nessuno abbia pagato per l’errore. 20 anni tolti ad un combattente, ad un uomo con una gran voglia di vivere e di cambiare il mondo. 

Voi, magistrati che lo avete incriminato, che non avete fatto le indagini, che avete dimenticato quel faldone impolverato su qualche scrivania per anni, a Voi auguro di non dormire questa notte e per le prossime, fin quando non deciderete di lasciare un posto e uno stipendio che state abusivamente ricoprendo. Quel aneurisma che ci ha portato via Luigino è anche colpa Vostra, ma nessun giudice potrà mai provarlo. Ma noi, suoi amici, lo sappiamo e Vi condanniamo. Ciao Luigino. e grazie.”

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L’arte del rispetto e del silenzio

10 Febbraio 2009

 

Questo blog è rimasto in silenzio per tutta la durata della vicenda di Eluana. Molte volte sono stato sul punto di cominciare a scrivere, ma ho sempre pensato di dover riflettere ancora un po’. Evidente che questa mia accortezza non sia una prerogativa condivisa dai più, da tutti quelli che in questi giorni hanno sparlato della vita e della morte senza sapere; senza provare a immaginare.

Abbiamo assistito ad un massacro mediatico intriso di fanatismo – quello sì è un omicidio – di cui si spera rimarranno soltanto le ombre e i fantasmi. Un massacro che si poteva e si doveva evitare. Onore a chi l’ha fatto.

Un giorno, me lo auguro, resterà solo il rispetto e la compassione. Solidarietà a Beppino Englaro e a sua moglie. 


Patologie intellettuali all’italiana

1 Settembre 2008

 

Questa terra è sempre più afflitta da due mali culturali, due patologie intellettuali. La prima fa riferimento all’ormai collaudato esordio colloquiale “In questo paese”, sintomo di una cocente insoddisfazione per i malanni della propria nazione e allo stesso tempo spia e indicatore di una sorta di appagamento erotico che si prova nel vederla affondare.

La seconda disfunzione patologica è rappresentata dall’eterna balbuzie elettorale del “ma anche”; recentemente rivalutata da Veltroni è, in realtà, significante raffigurazione della nostra capacità di continuare a trascinarci nel tempo pur di  non scegliere, di non stare né da una parte né dall’altra.

Male, malissimo, perché non scegliere da che parte stare significa non decidere, non decidere significa non agire, non agire significa morire sommersi dalla propria inefficienza.

E l’inefficienza, in Italia, è cultura di stato; patrimonio nazionale.   


Culto del corpo, dominio del tempo e ipermodernità

18 Giugno 2008

 

Diceva Popper, “tutta la vita è risolvere problemi”. Tutta la vita è prendere decisioni, prenderle alla svelta, molto spesso senza riflettere, costretti in una gabbia di abitudini sconclusionate dove il malinteso semantico è dietro l’angolo, dove l’unica cosa da fare è scegliere se schierarsi e da che parte. Il rischio di sbagliare è altissimo, tutto è distratto, fallibile, incerto. E’ la transitorietà che avanza, fate largo!

Dunque la questione della scelta nella società moderna, un fenomeno che può essere analizzato da due diversi punti di vista, il primo rivendica il primato dell’individuo sulla dinamica sociale, viceversa secondo l’altro sarebbe la collettività ad influenzare, spesso in maniera deterministica, i comportamenti soggettivi. Sul meccanismo decisionale, intervengono i cosiddetti processi di influenza sociale, ossia il conformismo, la forza del pensiero di gruppo, fino ad arrivare a quello che gli psicologi sociali hanno definito inerzia sociale o diffusione del senso di responsabilità o più semplicemente deresponsabilizzazione, una tendenza derivante dalla presenza dell’individuo all’interno di un contesto di gruppo.

Il risultato dell’influenza di queste dinamiche sociali sul processo decisionale causa una conseguenza fondamentale: quando l’individuo è chiamato ad operare una scelta viene sottoposto ad una forte pressione sociale che potrebbe alterarne il senso di percezione. Questa è perfettamente in grado di influenzare le decisioni, la sua forza è talmente grande che spesso si decide soltanto in base alla percezione, senza neanche far riferimento alla realtà. In proposito non si può non sottolineare il ruolo fondamentale dei mass-media, spesso principali responsabili dello scollamento tra realtà e percezione.

La realtà sociale può limitare la capacità decisionale del singolo, la sua autonomia di giudizio; una situazione figlia soprattutto della nuova società globale, dentro la quale convivono, paradossalmente, personalismo e massificazione. Nasce dunque una nuova figura sociale, stigmatizzata nella figura di un individuo sempre più incerto, poco padrone delle sue scelte e tendenzialmente succube del pensiero maggioritario. L’individuo incerto ha smarrito i punti di riferimento, non ha orientamento, vive a stretto contatto con i suoi simili ma ne ignora la condizione, ne disconosce speranze e abitudini, abita città invisibili, schermate, affollate ma deserte nei significati.

Viviamo in una realtà multiforme, virtuale, immersi in quella che Zygmunt Bauman ha definito come “modernità liquida”, un mondo globale in cui tutto si dissolve, lasciando l’individuo in una condizione di smarrimento e solitudine.

La nostra è una società ipermoderna, dove il prefisso iper vuol dire eccesso, tutto viene vissuto in maniera eccedente, tutto causa stress e porta al bisogno di riadattare continuamente la propria identità ai dettami della società globale, il che non fa che aumentare il nostro senso di  incertezza.

L’ipermodernità ha tre dirette ripercussioni sulla condizione individuale; la prima riguarda il rapporto con il corpo, che ha finito per assumere – in particolar modo negli ultimi anni – le dimensioni di un vero e proprio culto; il corpo come ultimo baluardo della libertà individuale, visto come ultima chance di autonomia decisionale, come possibilità di rivendicare le proprie scelte, come simbolo su cui sfogare il proprio potere. In realtà, nel momento in cui la cura del corpo diventa culto, ostentazione e dipendenza, anche quest’ultima possibilità di scelta finisce per cadere nella trappola del conformismo.

La seconda dimensione dell’ipermodernità riguarda l’estremizzazione del concetto di tempo, la necessità dell’urgenza, il bisogno di riempire il più possibile le proprie giornate, forse per colmare il vuoto esistenziale o magari per illudersi, ancora una volta, di governare la propria esistenza attraverso il dominio del tempo.

La terza ripercussione sull’individuo è quella che riguarda i rapporti relazionali. Nella società degli eccessi la complessità delle relazioni interpersonali viene ridotta al minimo, tutto è disimpegnato, rapido, estremo e opportunistico. Talmente opportunistico da continuare a combattere una guerra illusoria, una fantomatica sfida tra angeli e demoni. Talmente rapido da non accorgersi di essere parte della stessa condizione di subalternità, talmente estremo da usare tutti i mezzi necessari per affermare se stessi e distruggere gli altri. La società degli eccessi continua a viaggiare senza sosta, dentro un vortice di follia che la condurrà allo schianto.

La possibilità di trovare una soluzione concreta passa anche attraverso il tentativo di riallacciare i legami spezzati della comunità, di rifondare valori aggreganti e riproporre delle forme di cittadinanza attiva.

Attraverso tutto questo passa la possibilità di risollevare le sorti dell’uomo odierno,  evitando la solitudine transazionale e la deriva spirituale, rifiutando un edonismo totemico che pretende di apparire come messianica promessa di libertà e invece altro non è che l’ennesima espressione di uno schiavismo postmoderno in costante ascesa.