
Capisco che la legge elettorale possa apparire, ai più, come una questione distante dalla realtà e buona solo per i discorsi dei tecnici. In parte è così. Ma la legge elettorale è la regola fondante delle elezioni e di conseguenza della democrazia. Il sistema elettorale serve per tradurre i voti in seggi, vale a dire che determina come i voti popolari vanno a formare l’assemblea rappresentativa: il parlamento. Dal metodo di traduzione: in proporzione o meno, dipende la distinzione basilare tra sistemi elettorali maggioritari e proporzionali.
Domani si vota per un referendum che tenta di modificare la legge elettorale esistente, rinominata, dal suo stesso creatore ( il ministro Calderoli), con l’appellativo di Porcellum. Insomma domani si vota per un referendum sulla legge elettorale, il che dovrebbe bastare, data l’importanza del tema in gioco, a generare una grossa campagna informativa al riguardo. Epperò, la maggior parte degli italiani ignora il contenuto dei quesiti referendari, molti ignorano che ci sia un referendum e tanti non hanno ancora deciso come votare. Cerchiamo di fare il punto sulla situazione.
L’attuale legge elettorale, che per brevità chiameremo Porcellum, è una legge elettorale proporzionale con un forte premio di maggioranza assegnato alla coalizione o alla lista più votata, ne deriva che alla coalizione più votata vengono assegnati un numero di seggi tale da raggiungere il 54% (340 deputati) dell’assemblea parlamentare. Se una coalizione – Pdl e Lega ad esempio – conquista 290 seggi, la legge elettorale gliene assegna 50 per consentirgli di raggiungere la maggioranza assoluta: questi seggi aggiuntivi rappresentano il premio di maggioranza, un accorgimento concepito per garantire la solidità delle maggioranze parlamentari e la conseguente stabilità dei governi. Al Senato la questione cambia: il premio di maggioranza è presente comunque, ma viene assegnato su base regionale: in ogni regione un premio diverso. Questo spiega, in concomitanza con la presenza di soglie di sbarramento più elevate, perché al Senato sia più difficile ottenere un’ampia maggioranza: normalmente le due coalizioni finiscono per ottenere premi di maggioranza nello stesso numero di regioni, per cui l’effetto si annulla.
Questa legge elettorale prevede poi due elementi altamente tossici: la presenza delle liste bloccate e la possibilità di effettuare candidature multiple.
Liste bloccate: gli elettori sono costretti a votare per candidati già scelti in precedenza dai partiti. Non possono esprimere alcuna preferenza.
Candidature multiple: il territorio nazionale è diviso in 26 circoscrizioni, in ogni circoscrizione si assegnano un numero variabile di seggi a seconda del numero degli aventi diritto (es. Lombardia due elegge 43 deputati, la circoscrizione del Molise ne elegge 3). Il porcellum prevede la possibilità di effettuare candidature multiple: vale a dire che un candidato si può presentare in tutte le circoscrizioni così da avere la certezza di risultare eletto. L’elettore si reca alle urne: vede che in lista c’è Di Pietro o Berlusconi e decide di votarli: poi Di Pietro viene eletto in 8 circoscrizioni diverse e l’elettore si ritrova ad aver votato per un Pincopallino scelto da Di Pietro dopo le elezioni. Il terzo quesito referendario punta ad eliminare questa scandalosa pratica di malcostume politico che getta le sue basi sulla gestione clientelare delle candidature, impendendo anche quel minimo rapporto candidato-elettore che sarebbe possibile in un sistema di questo tipo.
Quanto ai primi due quesiti referendari: questi puntano ad abolire la possibilità di formare coalizioni elettorali da 18 partiti (di cui 10 dell’1%) create solo per conquistare il premio di maggioranza e che poi trovano grosse difficoltà ad esprimere quella coesione necessaria a governare.
Nell’ultima tornata elettorale abbiamo avuto una decisa semplificazione del quadro politico dovuta alla formazione di due grossi partiti e alla loro scelta di correre quasi da soli. Ma basta andare poco indietro nel tempo per trovare l’esperienza del governo Prodi: sostenuto da una coalizione di 15 partiti tra cui spiccavano ben due diversi partiti comunisti (Prc e Pdci) e due partiti di matrice centrista/democristiana (Margherita e Udeur). Un governo che per due anni andò avanti a stenti, pressato dalla risicata maggioranza al Senato e dai continui ricatti dei partitini della coalizione. Tant’è che fu proprio l’uscita dalla maggioranza di uno di questi “nanetti” (l’Udeur di Mastella) che causò la caduta del governo. Ora: i sostenitori del No che tanto sbraitano sulla questione della democrazia, dicano se è concepibile e democratico, che un governo votato dalla metà del popolo italiano debba cadere perché Ceppaloni (paese in provincia di Benevento, bacino elettorale che garantisce a Mastella il suo 1,4% dei voti ndr) ha deciso che così deve essere.
L’affermazione secondo cui il referendum non sarebbe più necessario perché la politica avrebbe superato da sola la malsana stagione dei barconi elettorali, è pressoché ridicola: primo perché se la legge è ancora presente niente garantisce che alle prossime politiche non ci troveremo di nuovo di fronte il barcone “Unione” o il carrozzone “Casa delle libertà”. In seconda battuta, sia dal Pd che dal Pdl, si levano già urla di godimento per un eventuale ritorno al passato: i primi, preso atto del costante calo di consensi, hanno già fatto intendere di voler riaprire le porte al popolo bertinottiano, vendoliano, ferreriano, il che è tutto dire; i secondi in vista della, non troppo lontana, uscita di scena di Belusconi, potrebbero riabbracciare il solitario Casini o il buon Storace. Tra l’altro basterebbe che un solo schieramento decidesse di riformare la coalizione per costringere l’altro a fare altrettanto.
In definitiva i referendum cercano di garantire la governabilità e la stabilità delle maggioranze – principio sacrosanto in una democrazia moderna – togliendo potere di ricatto ai partitini. Certo votare sì non risolverà il problema di una legge elettorale orrenda che andrebbe cancellata e rifatta da principio, ma astenersi – o peggio votare no – significherebbe gettare alle ortiche qualsiasi possibilità futura di riformare il sistema.
Di seguito un breve riassunto:
QUESITO n.1: premio di maggioranza alla lista più votata – Camera.
QUESITO n.2: premio di maggioranza alla lista più votata – Senato.
Votando Sì a questi primi due quesiti s’impedisce la formazione di coalizioni elettorali prive di alcuna coesione (18 partiti e un programma di 340 pagine di contraddizioni) che non essendo in grado di assumersi responsabilità di governo, generano l’immobilismo e la mancata risoluzione dei problemi.
QUESITO n.3: abrogazione candidature multiple.
Votando Sì a questa terza proposta si abolisce la possibilità di candidarsi in tutte le circoscrizioni per avere la certezza di essere eletti. I candidati saranno costretti a candidarsi in una sola circoscrizione: fare campagna elettorale sul territorio e cercare di ottenere i voti, se non riusciranno a farsi eleggere nella propria circoscrizione rimarranno fuori dal Parlamento.
Il referendum non risolve tutti i problemi, ma è l’unico modo per provare a cambiare una legge elettorale che piace a tutti i partiti proprio perché consente l’elezione sicura ai dirigenti e permette di non assumersi la responsabilità dell’azione di governo, dispersa com’è tra le mille anime di una coalizione.
Le urne resteranno aperte:
domenica 21 giugno dalle 8 alle 22;
lunedì 22 giugno dalle 7 alle 15.
Per votare basta recarsi al proprio seggio muniti di tessera elettorale e documento d’identità.
Per ultriori informazioni visita il sito http://www.referendumelettorale.org/
