I Gialappi sono come il GF

19 Maggio 2009
 

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Pubblico un articolo di Aldo Grasso tratto da Corriere.it in cui il critico televisivo mette nero su bianco una cosa che ho sempre pensato, ma che non avevo mai razionalizzato fino in fondo. Sono in molti a disprezzare il Grande Fratello, ma a guardare soddisfatti la versione ironica credendo di beneficiare di un prodotto alternativo e intelligente. Nulla di male. Sia chiaro. Ognuno fa quel che vuole; l’importante è evitare di disprezzare il piatto in cui  si mangia con inconsapevole gaudio.

Andrea Sferrella 

 

Tempo fa, mi sono permesso di porre un doman­da retorica ai Gialappi, a Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto: «Cosa volete fare da grandi?». Non mi aspettavo una risposta, che infatti non è arrivata. Stimandoli, non desisto e ne pongo un’altra, meno esistenziale ma più tecnica: «Cre­derete mica di essere diversi dal Grande Fratello?». I Gia­lappi hanno creato un simpatico equivoco, che è presto è dilagato fra i benpensanti del­la tv. Si chiama «alibi dello stu­dio dentistico». Nessuno leg­ge i giornali di gossip, i giorna­li popolari, i giornali con le tet­te al vento; salvo che dal denti­sta.

Nessuno vede il Grande Fratello, spettacolo ripugnan­te. Solo «Mai dire Grande Fra­tello». Trasmissione dove si prendono in giro i concorrenti del reality, si mostrano tutte le loro volgarità, si enumerano le grandi manifestazioni di ignoranza, di liti feroci. In que­sto modo, si può ridere del Grande Fratello, in una sorta di edizione critica per pubbli­co intelligente. Non è così e, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, lo ha di­mostrato lo «Speciale Mai Dire Grande Fratello», condotto dal Mago Forrest con la pre­senza di quasi tutti i concor­renti (Canale 5, domenica, ore 21.30).

Da un punto di vista tecnico, non c’è nessuna diffe­renza tra il Grande Fratello e le sue varie appendici, il cui com­pito è proprio quello di raffor­zare l’immagine dello show, anche prendendolo in giro. O parlandone seriamente, come ha fatto «Matrix». Si trova sempre qualcuno che dirà: i Gia­lappi sono situazionisti, mettono cioè tra virgolette il lavo­ro degli altri; ma una definizione di comodo non cambia le carte in tavola. Certo, Mediaset ha investito su Piero Chiambretti e non sui Gialappi, e questo è un problema. Ma tocca a loro uscire dalla situazione di impasse, inven­tarsi qualcosa di nuovo, smetterla di credersi sempre e co­munque «irriverenti» e diversi dal Grande Fratello.

Aldo Grasso

 


L’idea dei soldi come manna

31 Dicembre 2008

 

Pubblico un editoriale di Sartori sulla crisi economica tratto da Corriere.it

di Giovanni Sartori

Il 2009 sarà il primo anno — temo — di una tempesta economica perfetta. Una tempesta perfetta destinata a durare finché non torneremo a capire come nasce il denaro, cosa fa ricchezza.
Grazie a una scuola che non è più magistra vitae, i giovani non lo sanno di certo. Per loro è come se piovesse dal cielo come la manna. Per loro il denaro ci deve essere e basta. Ma è così, purtroppo, anche per i non-più-giovani. Nell’ottica di quasi tutti la ricchezza c’è, così come c’è l’aria o il mare. Se manca è perché è maldistribuita e perché se la mangiano i ricchi. E nemmeno i ricchi, o quantomeno gli straricchi, ne sanno di più. I Berlusconi del mondo sanno benissimo fare i soldi per sé; ma perché i soldi ci siano, e come e da cosa zampillino, non è un problema che li interessi.
L’economia come scienza ha cominciato a deragliare con la sua politicizzazione diciamo di sinistra: una politicizzazione che la induce ad anteporre il problema della distribuzione della ricchezza al problema della creazione della ricchezza e, in questo solco, anche a confondere i due problemi. Ed è questa confusione che ha allevato una opinione pubblica graniticamente convinta del fatto che la ricchezza ci sia (come ci sono, che so, le piante), e che il guaio sta in come viene distribuita, cioè maldistribuita.
Ora, che la distribuzione della ricchezza sia per lo più iniqua, moralmente inaccettabile e spesso anche economicamente dannosa, è un fatto. Un fatto che però non autorizza a confondere tra la grandezza della torta e la sua divisione in fette. Perché non è in alcun modo vero che la ridistribuzione della ricchezza produca ricchezza. Anzi, se la mettiamo così, è più probabile che produca povertà.
In prospettiva — e la prospettiva ci vuole — fino alla rivoluzione industriale del primissimo Ottocento l’economia è stata prevalentemente agricola, e quindi una economia di sostentamento. Dopo la lunga stagnazione medievale il primo accumulo di ricchezza avviene con il commercio e con le città marinare (per esempio, Venezia) nelle quali è fiorito. Ma la ricchezza prodotta dalla società pre-industriale fu ricchezza da consumare (in palazzi, chiese e, s’intende, in bella vita per i pochissimi che ne disponevano), non ricchezza da accumulare per investimento, e quindi ricchezza in denaro da investire nel processo economico. Pertanto fino alla rivoluzione industriale, che è poi la rivoluzione della macchina che moltiplica a dismisura il lavoro manuale, l’uomo è vissuto in grande povertà. Il tepore del benessere si affacciò, nel contesto dello Stato territoriale nel suo complesso, soltanto nel corso dell’Ottocento. Ma sino al Novecento, talvolta inoltrato, l’uomo occidentale non ha conosciuto la società opulenta, la cosiddetta società del benessere. Che da noi è durata soltanto una cinquantina d’anni. Per dire come si fa presto a diventare viziati.
Come e quando usciremo dalla gravissima recessione nella quale siamo peccaminosamente incappati nessuno lo sa. Il punto da capire sin d’ora è che il diritto a qualcosa sussiste solo se c’è la cosa. Il diritto di mangiare presuppone che ci sia cibo. E il «diritto ai soldi» presuppone che i soldi vengano creati.


Nuovo scandalo in Abruzzo. 25 milioni di Euro per un depuratore che non funziona e non funzionerà

10 Settembre 2008

 

Proprio non sembra essere il momento migliore per l’Abruzzo; mentre si dibatte in aula sul caso Del Turco, una nuova bufera precipita sulla regione. Solite questioni: cattiva amministrazione, acqua e  inquinamento. Per l’ennesimo anno consecutivo la città di Chieti è rimasta a secco in estate, stessa sorte toccata, l’anno passato, a Pescara (parte della città continua ad avere acqua soltanto nelle ore serali).

L’emergenza acqua sarebbe già grave di per sé, ma se ad essa si affiancano gli altri due, ormai datati problemi regionali, ossia inquinamento delle falde e mal governo, l’emergenza si trasforma in catastrofe annunciata.

Il fatto del giorno riguarda lo sperpero di denaro pubblico, 25 milioni di euro, perpetrato da quattordici dirigenti di enti pubblici per la costruzione di un depuratore mai aperto, impossibilitato all’utilizzo dagli altissimi livelli di inquinamento del fiume Pescara.

 

Pubblico un articolo di Davide Milosa tratto da Corriere.it, che riassume la questione.

 

MILANO – Venticinque milioni di euro (erogati dal ministero del Lavori pubblici e dalla Ue) per un potabilizzatore che non serve a niente perché l’acqua del fiume Pescara è talmente inquinata da rendere inutili i macchinari che dovrebbero trasformala in bevanda potabile. Accade in Abruzzo, a Chieti, contrada San Martino. Uno sperpero di denaro politicamente trasversale, contro il quale nessuno ha mosso un dito. Dalla giunta di centro-destra di Giovanni Pace (presidente della Regione dal 2000 al 2005) a quella di centro-sinistra di Ottaviano Del Turco «nessun politico è mai intervenuto per metter fine allo scempio», dice Guido Conti comandante della Guardia forestale di Pescara che, su «input della magistratura contabile», ha inviato un rapporto alla Procura della Corte dei Conti. Risultato? Quattordici dirigenti di enti pubblici (tutti del Partito Democratico), tra cui la Regione, la Asl, l’Azienda Consortile Acquedottistica (Aca) che comprende 64 Comuni e il cui presidente Bruno Catena (Pd) è indagato nell’inchiesta sulla discarica chimica di Bussi (la più grande d’Europa) e l’Ente d’Ambito pescarese (Ato), commissariato, si ritrovano sotto inchiesta con l’accusa di avere sperperato 25 milioni di denaro pubblico. La storia del potabilizzatore di Chieti inizia quarant’anni fa: «Il progetto risale al 1970», racconta Augusto De Sanctis del Wwf Abruzzo. Ma solo nel 1990 nasce un piccolo impianto mai entrato in funzione e costato 850.000 euro, provenienti da fondi pubblici. Nel 2000 l’accelerazione nella realizzazione del megaimpianto quando il ministero dei Lavori pubblici mette sul piatto i fondi europei per la costruzione di grandi potabilizzatori in tutta Italia. E se altrove, oggi, questi impianti funzionano a dovere, quello di Chieti no. «Questi macchinari possono potabilizzare l’acqua fino a un certo livello di inquinamento, superato il quale è impossibile utilizzarli», continua De Sanctis. Per dire: il legislatore classifica i livelli di inquinamento delle acque da 1 a 3.

Il Pescara supera abbondantemente livello 3. E ancora: se il livello massimo di idrocarburi consentito nell’acqua è pari a 1, nel fiume da potabilizzare si arriva a 67. Le analisi rilevano che «bere l’acqua del Pescara significa rischiare il cancro. Tutti hanno sempre saputo dello stato del fiume, tant’è che negli anni ‘90 la Provincia finanziò diverse campagne di sensibilizzazione per allertare la popolazione a non bagnarsi e non bere l’acqua». La legge prevede che le autorità competenti, su tutti la Regione, eseguano analisi sull’acqua. «Nel 2000 però – aggiunge il comandante Conti – l’Asl non fa le analisi». Eppure i lavori iniziano e proseguono lo stesso. L’Aca, che gestisce l’appalto, dal 2000 «una volta all’anno», invia una richiesta alla Regione per le analisi delle acque. Richieste alla quali l’Asl non risponde. Nel 2004, con l’impianto ormai terminato, l’Asl dà finalmente mandato all’Arta di fare le analisi. Il documento porta la data del 26 novembre. E prova l’inquinamento oltre il livello massimo. «La triangolazione delle responsabilità – prosegue Conti – si conclude con il collaudo». Operazione impossibile visto lo stato del fiume. «Ma necessaria per ottenere i finanziamenti europei». Nel 2006 il collaudo. Fatto «senza far funzionare il potabilizzatore».


Cambio della guardia all’Unità. Travaglio non capisce; noi neanche.

25 Agosto 2008

 

Oggi s’insedia a l’Unità la nuova direttrice Concita De Gregorio, la giornalista livornese subentra ad Antonio Padellaro che nel 2005 aveva assunto la guida del quotidiano continuando sulla scia del suo predecessore Furio Colombo, il quale aveva spinto la testata verso l’indipendenza dai Ds.  

In un articolo polemico Marco Travaglio sostiene che il passaggio di testimone sia da relazionare ad una precisa volontà di arrestare il disegno di Colombo e Padellaro per poi ”riallineare” il giornale alla linea scelta dal Pd di Veltroni.

Effettivamente non si comprendono i motivi della “cacciata” di Padellaro, Concita De Gregorio è persona competente e preparata, a lei il compito di smentire le supposizioni di Travaglio, a lei la possibilità di scegliere tra la strada che porta verso l’allineamento al Pd e quella più tortuosa dell’indipendenza. 

 

Di seguito il sopraccitato articolo di Travaglio tratto da l’Unità di oggi. 

Leggo e rileggo il comunicato dell’editore e, lo confesso, continuo a non capire. Una sola cosa capisco: il licenziamento di Antonio Padellaro da direttore de l’Unità non dipende dal fatto che Padellaro non è abbastanza «multimediale». Sgombero subito il campo da un paio di equivoci.

Primo: sono molto affezionato al principio di autorità, nonché al motto lombardo “offelè, fa el to mestè”. Dunque riconosco agli editori il potere di nominare i direttori che più li aggradano e non penso affatto che l’umile collaboratore di un giornale debba metter becco nelle loro decisioni. Ma, siccome a questo giornale collaboro fin dal 2002, avrei preferito che qualcuno spiegasse ai lettori e ai giornalisti dell’Unità perché l’avventura di questo giornale morto nel 2000 e risorto nel 2001 grazie al duo Colombo-Padellaro, a una redazione tenace disposta a ogni sacrificio e a un pugno di editori coraggiosi debba concludersi così bruscamente e inspiegabilmente.

Secondo: sono abituato a basarmi sui fatti e dunque non farò processi alle intenzioni, ergo non dirò una parola sul nuovo direttore, Concita De Gregorio, se non che è un’ottima giornalista e una persona squisita, che ho avuto modo di sentirla un paio di volte nelle ultime settimane, che mi ha garantito massima continuità e libertà, che le auguro i migliori successi.

Ma il punto è ciò che è accaduto finora, negli ultimi tre mesi sottotraccia e negli ultimi tre giorni alla luce del sole. Prima le voci. Poi l’intervista di Walter Veltroni al Corriere della Sera che, all’indomani dell’acquisto dell’Unità da parte di Renato Soru, auspicava un “direttore donna”, cioè il licenziamento di Padellaro (che purtroppo è maschio). Lì s’è avvertita la prima, violenta rottura: non è usuale che un segretario di partito licenzi un direttore di giornale e indichi le caratteristiche del successore, specie se quel giornale non appartiene né a lui né al suo partito. Se, nell’autunno del 2002, pur provenendo da tutt’altra storia e tradizione, accettai con gioia la proposta di Colombo e Padellaro, mediata dal comune amico Claudio Rinaldi, di collaborare all’Unità con una rubrica quotidiana, fu proprio perché l’Unità non era più un giornale di partito, ma un giornale libero, che rispondeva soltanto ai suoi editori, direttori e lettori. Infatti in questi sei anni mi sono sentito libero di scrivere in assoluta autonomia, senza mai subire la benchè minima censura. Ora quel fatto da troppi trascurato -­ l’intervista di Veltroni – comporta una svolta non da poco, un peccato originale destinato inevitabilmente a incombere sul futuro.

Il secondo fatto è che l’uscita di scena di Padellaro segue, a tre anni di distanza e in qualche modo completa, quella di Colombo, l’altro direttore che aveva resuscitato l’Unità. E attende spiegazioni più plausibili delle chiacchiere sulla “multimedialità”. Il giornale va male? Pare di no, anche se paga le scarse risorse finanziarie (e pubblicitarie) e, politicamente, la grande depressione seguita al biennio della cosiddetta Unione al governo. Se dunque non è un problema di copie (la media giornaliera di 48 mila, con 274 mila lettori, è tutt’altro che disprezzabile, visti i chiari di luna, e speriamo di non doverla mai rimpiangere), è un problema “di linea”. Lo stesso che era stato sollevato nel 2005, quando fu allontanato Colombo.

Ora l’esperienza nata sette anni fa dalla straordinaria alchimia di questi due direttori, capaci di coinvolgere e coalizzare in una sorta di campo-profughi collaboratori delle più varie provenienze e culture, oggettivamente si chiude. Si finisce il lavoro e si completa il disegno avviato nel 2005, quando Furio fu defenestrato dopo mesi di mobbing praticato da ben noti ambienti Ds, insofferenti per la linea troppo autonoma, troppo aperta, diciamo pure troppo libera del giornale. Tre anni fa il disegno si compì a metà, magari nella segreta speranza che Antonio capisse l’antifona e riconsegnasse il giornale al partito che l’aveva ucciso. Padellaro, pur con la sua diversa sensibilità rispetto a Colombo, l’antifona non la capì. Continuò a scrivere e a farci scrivere in assoluta libertà. Beccandosi le reprimende più o meno sotterranee di molti politici del Pd e quelle pubbliche del Caimano. Il quale avrà tanti difetti, ma non quello di nascondere simpatie e antipatie. Lui i veri oppositori li riconosce subito e, a suo modo, li onora molto meglio di chiunque altro. Infatti, a dimostrazione del nostro successo, nei giorni delle ultime elezioni tornò a sventolare minacciosamente l’Unità additandola a nemico pubblico numero uno (chi sostiene che l’antiberlusconismo fa il gioco di Berlusconi, mentre le vere spine nel fianco del Cavaliere sono i “riformisti”, spiegherà forse un giorno perché lui abbia continuato a sventolare l’Unità, anziché Il Riformista o Europa, semprechè ne abbia notata l’esistenza).

Ora, è evidente che la chiusura di questo ciclo non si deve a lui. E’ il padrone di quasi tutto, ma non ancora di tutto. Lo si deve a chi, nel centrosinistra, vedeva in questa Unità una minaccia. Salvo poi, si capisce, meravigliarsi insieme a Nanni Moretti se l’opinione pubblica latita (o forse, più propriamente, non trova sponde politiche, punti di riferimento, occasioni di manifestarsi e manifestare). Nell’Agenda Unica del Pensiero Unico del Padrone Unico, mentre la gran parte dell’opposizione dialogava o andava a rimorchio, l’Unità ha continuato a proporre pervicacemente un’altra agenda, un altro pensiero, un altro vocabolario. A dire le cose che, altrove, non si possono dire e a vedere le cose che, altrove, si preferisce non vedere. Nel paese dove, come ha detto efficacemente Gianrico Carofiglio all’Espresso, «da 15 anni Berlusconi è il padrone delle parole della politica», perché «ha scelto lui i nomi con cui chiamare le cose e gli argomenti», l’Unità portava ogni giorno in prima pagina altre parole, continuando ostinatamente a chiamare le cose col loro nome, non con gli pseudonimi berlusconiani e dunque “riformisti”: su questa Unità la guerra è guerra, non missione di pace; il separatismo è separatismo, non federalismo fiscale; il razzismo è razzismo, non sicurezza; il monologo è monologo, non dialogo; l’inciucio è inciucio, non riformismo; il regime è regime, non governo di destra con cui dialogare; i mafiosi sono mafiosi e i corrotti corrotti, non vittime del giustizialismo; i processi sono processi, non guerra tra giustizia e politica; le leggi incostituzionali sono leggi incostituzionali, non risposte eccessive a problemi reali; Mangano era un mafioso e chi lo beatifica non «fa una gaffe»: è come lui.

Mentre scrivo, ho appena letto l’addio di Padellaro. E mi tornano alla mente le nostre mille telefonate all’ora di pranzo (mi sveglio tardi) per decidere insieme la rubrica del giorno. Scambi di battute e trovate che nascevano cazzeggiando e ridendo fra noi fino alle lacrime e poi finivano regolarmente nel “Bananas”, poi nell’”Uliwood Party”, infine nell’”Ora d’aria”. Articoli che, come spesso ci ripetevamo, potevano uscire su un solo quotidiano: questo. Quello che dava il nome alle celebri feste estive, dalle quali sono bandito da quattro anni, pur scrivendo sull’Unità quasi ogni giorno da sei (ma ora han cambiato opportunamente nome). «Un giorno – mi diceva spesso Antonio, tra il serio e il faceto – me le faranno pagare tutte insieme, le tue rubriche, insieme al resto. Ma scrivi tutto, è troppo divertente». Ora che quel giorno è arrivato, mi sento soltanto di dirgli grazie. Per avermi sopportato, da gran signore e da liberale autentico, a suo rischio e pericolo. È stata una splendida avventura. Speriamo che continui ancora a lungo.


Tokyo Rose

9 Giugno 2008

 

Pubblico un articolo di Furio Colombo tratto da l’Unità

 

C’è chi non si rassegna. Come Emma Bonino, che dice chiaro e fuori dai denti e con un po’ di maleducazione quello che pensa dello storico momento politico che il Paese sta attraversando, tra benedizioni papali, atti di sottomissione dello Stato alla Chiesa da alto medioevo (anche per esasperata, simbolica teatralità). Una Repubblica laica e indipendente che va in Vaticano rappresentata da un Gentiluomo vaticano, il sottosegretario Gianni Letta (e pensare che Filippo Facci era giunto a scrivere su Il Giornale che Fiamma Nirenstein, vice presidente della commissione Esteri della Camera, Pdl, non può parlare a nome dell’Italia sulla questione di Israele perché è ebrea) e un bel pacchetto di atti crudeli, inventati, costosi e inutili, quasi tutti contro i rom, certo più legati di Bossi e Borghezio alle radici cristiane d’Europa.

Ma ecco perché Emma Bonino è stata così duramente redarguita e rimessa al suo posto dall’editorialista del Giornale Giancarlo Perna. Perché si era permessa, da persona politica di una certa esperienza, di anticipare e interpretare le ragioni della «gioia» del Papa. Si ricorderà che parlando ai vescovi italiani, il Pontefice aveva lodato la nuova armonia (traduzione: la mancanza di confronto democratico tra opposti punti di vista di governo e minoranza) nella vita pubblica italiana. Parlare di «gioia» per l’Italia dopo la caccia ai rom di Ponticelli e prima della caccia ai rom di Venezia, «è un po’ patetico» come dice, commentando le parole del Papa, la Bonino. È vero che l’ex ministro di Prodi («La persona con cui lavoro meglio» aveva detto il professore mentre lei portava a casa, di mese in mese, risultati sempre migliori, e ormai sfumati, nel commercio con l’estero) intendeva soprattutto anticipare il senso profetico di quelle parole. In pochi giorni, il capo della Chiesa e dello Stato Vaticano avrebbe ricevuto il baciamano di sottomissione completa della Repubblica italiana, e la garanzia dei dovuti versamenti per le scuole private cattoliche.

Ma la Bonino avrebbe dovuto sapere che in questa Italia del pensiero liberale (che copre tutta l’area di consenso dalla corporazione Malpensa alla corporazione tassisti) certe cose, se riguardano il Papa, non si possono dire. O meglio si possono dire solo lodi ed esaltazioni, meglio se esagerate, come fanno, scaltri, tutti i telegiornali. Annunciano, con il tono di voce dei “Giornali Luce” di un tempo, che «è durato un’ora e mezzo l’incontro di Berlusconi con il Santo Padre». L’ora e mezza, record di tutti gli incontri mai avvenuti fra un rappresentante politico e il rappresentante di Dio, si raggiunge sommando l’incontro Berlusconi-Papa più l’incontro Berlusconi-Cardinal Bertone, più l’offerta di diamanti e pietre preziose (imbarazzante, no?) in nome della sottomessa e pacificata tribù italiana al re della Chiesa. Più i complimenti al “giovane” Gentiluomo vaticano in veste di sottosegretario italiano, più il tempo che c’è voluto a Berlusconi per aggiustare la giacca del capo del protocollo di Palazzo Chigi, a quanto pare troppo abbottonato.

La disgraziata Bonino, invece, ha parlato di “questua”, e la parola le viene buttata addosso come olio bollente, con una evidente nostalgia di celebrare la gioia papale alla Giordano Bruno.

Non c’è bisogno di essere credenti, basta essere militanti del nuovo ordine, per dare alla peccatrice radicale ciò che le spetta, e che spetta ai suoi compagni radicali di malefatte. Quali malefatte? Darsi da fare per essere eletti, se non hai santi in paradiso, se non hai in terra una mano invisibile che vede, provvede e – al momento giusto – concede. In quei casi sfortunati devi cercare fondi e sostegni alla luce del sole, devi chiederli ai cittadini e agli alleati. Ma qui cade l’asino. La logica dell’accusatore del foglio liberale Il Giornale, organo del Popolo della libertà, è implacabile: come osa una mendicante rimproverare al Papa la nobile questua con cui la Chiesa chiede allo Stato di pagare le scuole cattoliche?

«Sarà l’effetto dei 60 anni che la biondina di Bra ha appena compiuto» osserva l’articolista con delicatezza. Il suo fa parte del gruppo di giornali disposti a qualunque vendetta e ritorsione (per non parlare delle aggressioni preventive) contro chiunque osi accennare, anche per sbaglio o per equivoco, ai tratti fisici dei campioni di destra. Vorremmo ricordare (insieme a molte volonterose istituzioni religiose) che oggi – mentre scriviamo dall’Italia di Bossi-Borghezio-Calderoli-Castelli-Maroni – si celebra nel mondo “La giornata del rifugiato”. Proprio oggi (scrivo il sabato 7 giugno) dieci di quei rifugiati sono stati trovati cadaveri in mezzo al Mediterraneo da un peschereccio italiano che – in violazione della futura legge Maroni – ha soccorso i sopravvissuti, tra cui donne e bambini. Li hanno salvati con l’espediente delle gabbie del tonno (si cala la gabbia in mare e si tenta di prendere i corpi) per poi consegnarli a quel tipo di casa-albergo detto Cpt. Le cose vanno in questo modo: o finisci in fondo al mare o vieni salvato, trattato da clandestino e rispedito alla fame e alla minaccia di morte da cui speravi di fuggire in nome del tuo diritto di essere umano.

Sul senso di questa giornata ci illumina il Capo di stato maggiore della Difesa generale Vincenzo Camporini: «Gli aerei senza pilota “Predator”, impiegati anche in Afghanistan, sarebbero sicuramente un modo molto economico per pattugliare i mari e impedire lo sbarco dei clandestini» ha detto il capo dell’esercito italiano durante l’esercitazione aereo-navale italo-maltese “Canale 2008”.

«Ben venga il Predator se è un mezzo per risolvere a fondo il problema» ha commentato il sottosegretario alla Difesa Giuseppe Cossiga (Corriere della Sera, 7 giugno). La parola «a fondo» non è mai stata più appropriata per celebrare la festa italiana del rifugiato.

***

Resta la domanda, e anzi si ripropone con forza specialmente se, come sostiene l’organo del liberalismo italiano, ha torto la Bonino che, a causa dell’età, comincia a straparlare benché sia di un decennio e mezzo più giovane del giovane presidente del Consiglio. Che cosa ha il Papa di cui “gioire” nell’Italia più cattiva, punitiva, carceraria, ingegnosamente attiva in ogni aspetto e modo di perseguitare chiunque sia colto in condizioni di inferiorità e debolezza? Che cosa avrà da far festa il Papa in un’Italia che si sarà forse ingessata in certe sue funzioni politiche (come quella di dire no) ma si spezza sulla decenza, sulla tolleranza, sulla tradizione di civiltà, sul rispetto degli esseri umani. E scatena in piena guerra di camorra e in piena tempesta economica (il petrolio a 140 dollari al barile, un’impennata di dieci dollari in un solo giorno) una guerra dello Stato e della forza dello Stato contro tutti i deboli? Le vittime scelte e designate per i pogrom di Stato sono gli immigrati, da considerare tutti sospetti. Sono gli zingari, da definire tutti e pubblicamente “ladri di bambini”, persino se non è mai (mai) accaduto. Sono i clandestini, da associare alla peggiore delinquenza o alla sicura intenzione di delinquere (”vengono qui per commettere reati”), sono le prostitute, immediatamente definite “criminali”, evidentemente capaci di generare, malevolmente e da sole, l’alto patrocinio dei padri di famiglia italiani, compresa una massiccia parte di Popolo della libertà e di leghisti (per naturali, non confutabili ragioni statistiche) che affollano certe strade italiane.

La fantasia dei persecutori (per capire suggerisco di ascoltare una o due frasi di Borghezio, poi tradotte in italiano dal ministro dell’Interno Maroni, che si finge normale ma è il braccio armato di sentimenti di rivincita e di vendetta che si stanno appena rivelando) però non si placa tanto presto. Geniale l’idea di sequestrare le case affittate ai clandestini, trovata intelligente e crudele per buttare preventivamente sulla strada, con bambini e stracci, gente che lavora e che finora ha pagato cifre oltraggiose per alloggi troppo disumani anche per un film. Ma adesso il passaparola febbrile fa scattare i comportamenti da Ku Klux Klan prima che sia iniziata la discussione di ciascuna delle vergognose leggi di cui stiamo parlando. I padroni di catapecchie le svuotano subito, prima che passi la polizia e senza distinguere. Lo Stato ci sta dicendo che sono tutti feccia. A Roma la polizia si presenta nelle portinerie, rispondendo a soffiate. A Milano si fanno rastrellamenti sui tram finora vietati dalla Costituzione. Qualunque cliente stradale – tra cui ottimi padri di famiglia – si sentirà in diritto di abusare in tutti i modi, psicologici e fisici, di una prostituta. «Che lo vada a dire alla polizia». Intanto i “blitz”, bella parola militare che fa irruzione nelle notti di gente stanca di povertà e di lavoro, si ripetono in tutti i campi nomadi, Forze dell’ordine e volontari, tanto non c’è nessuna norma da rispettare. Tutto sta avvenendo mentre il “pacchetto sicurezza” è stato molto annunciato, ma nulla di esso è stato finora discusso nel luogo chiamato Parlamento.

I vescovi hanno già fatto sapere che su alcune di queste ignobili norme persecutorie non sono d’accordo. Ma l’Italia dell’asse Gentilini-Maroni-Berlusconi farà finta di niente. Dopotutto i clandestini non sono embrioni, le prostitute, nonostante il Vangelo, non c’entrano con la sacralità della famiglia, gli immigrati si adattino a venire in Italia rispettando i “flussi” (che non esistono). Se non li rispettano, sono prede libere, come in certi allucinanti giochi di delirio sul futuro.

Vorrei ricordare ai miei colleghi dell’opposizione l’esemplare storia di Tokyo Rose. Era una bella voce di donna, apparentemente americana, con lieve e gentile accento del Sud, che la propaganda giapponese ha usato con straordinario successo per fermare o rallentare l’avanzata – e persino la resistenza e la tenuta psicologica – dei soldati americani, inglesi, australiani, nascosti nelle paludi o impantanati nelle trincee in attesa di attaccare. La voce di Tokyo Rose, che ascoltavano da migliaia di altoparlanti per decine di chilometri, ricordava ai ragazzi yankee accampati in una giungla estranea, migliaia di miglia lontani da casa, come è dolce la vita, come è quieta e tranquilla se non insisti nel far la guerra ai giapponesi. Sosteneva che c’è tanto da condividere se si smette di combattere, sussurrava di donne, belle come era bella quella voce, che li aspettavano. I libri di storia americani ricordano Tokyo Rose come il più grande tentativo di guerra psicologica. Centinaia di soldati alleati hanno disertato per scomparire dall’altra parte della giungla. I giapponesi volevano soldati-ombra. Per fortuna solo pochi sono caduti nella trappola.


L’Italia è nata romana e cristiana, non morirà gay e musulmana. Ennesimo pestaggio neonazista nella capitale

25 Maggio 2008

 

Dunque la parola d’ordine è picchiare tutti selvaggiamente fino a farli pentire di aver abbandonato la miseria della propria condizione d’origine ed essersi spinti oltre i confini, alla ricerca di qualcosa di migliore. Sono i martiri dell’altra globalizzazione, quella non consentita, quella della fine delle barriere dello stato nazione.

I proclami del governo, le dichiarazione xenofobe – più o meno velate – di Maroni e Bossi alla Tv, hanno fatto breccia tra le solite frange violente di estrema destra, le quali hanno sempre goduto di un lascito di impunità benvoluta anche se non dichiarata. Da pochi giorni però, hanno ottenuto la tanto attesa legittimazione mediatica, il benestare ad usare il pugno duro e l’arma intellettuale migliore che conoscono: la spranga. Così incoraggiati dal clima da Far West del paese si è dato il via alle danze. Botte, incendi, percosse senza distinzione alcuna, senza possibilità di difesa.

Ieri a Pigneto, quartiere della capitale, ha avuto luogo l’ennesimo pestaggio ad opera dei “soliti bravi ragazzi” neonazisti. I 20 in questione, tutti rigorosamente col volto coperto da un foulard con incisa la svastica, hanno distrutto a sprangate tre negozi gestiti da extracomunitari, pestando con violenza il gestore di un bar, un uomo del Bangladesh. Una giornalista testimone ha dichiarato di aver tentato di chiamare la polizia per diversi minuti, ma di non essere riuscita a mettersi in contatto con le forze dell’ordine; l’elemento non fa che rendere l’accaduto ancora più surreale. Allora viene da chiedersi come mai, nessuno di accorga di pestaggi che avvengono sempre con le stesse modalità, viene da chiedersi come sia possibile che venti individui col volto coperto e assi di legno in mano, possano girare per le strade di Roma senza che nessuno si accorga di nulla.

Quando si costruisce ad arte un fenomeno, sfruttando lo stress e il risentimento delle persone, indirizzandole verso un nemico comune, capro espiatorio di tutti i malanni di una società. Quando si permette a  certi telegiornali, di sparare, come fossero cartucce, servizi televisivi dove le parole extracomunitario e sicurezza vengono ripetute un secondo sì e l’altro pure. Quando si fa leva sull’ignoranza delle persone, sulla tendenza, tipicamente italiana, a fare di tutt’erba un fascio. Quando si permette tutto ciò le conseguenze non possono essere che queste. L’obiettivo della Lega Nord e del governo non è mai stato quello di  combattere i fenomeni delittuosi connessi all’immigrazione clandestina, l’obiettivo è sempre stato uno e uno solo, scatenare una guerra di popolo, una guerra che permetta di agire nella più totale indifferenza della nazione, occupata a combattere un nemico immaginario in una guerra che non c’è, quella stessa guerra che qualcuno ha definito “la guerra tra ultimi e penultimi”.

 

Di seguito un articolo di Paolo Conti tratto da Corriere.it

Sotto choc il quartiere trendy e di sinistra

ROMA – Pier Giorgio Bellocchio, 34 anni, figlio di Marco, da sei anni dirige al Pigneto la scuola di cinema Digital Desk. «Mai vista violenza vera. C’è una caserma dei carabinieri lì vicino ma le loro macchine non inseguono mai nessuno. Piccoli scippi, forse. Mai avvistato un picchiatore in circolazione. Parliamo di una zona apertamente di sinistra: se camminassero qui, troverebbero pane per i loro denti con i tanti senegalesi alti due metri in giro… ». Una pausa: «Non ho altre parole per dirlo. Questo è un vero, orrendo crimine ».

Per capire l’atmosfera del Pigneto, popolarissimo quartiere costruito tra fine ‘800 e il 1930 tra la Casilina e la Prenestina, basta scorrere l’elenco degli abitanti famosi che hanno trasformato un riuscito esempio di vecchia integrazione razziale (dall’India, dal Bangladesh, dal Senegal) in una sorta di trendissimo Village de Noantri pieno di attori, pittori, musicisti, politici. Wladimir Luxuria, per esempio, forse il simbolo più eloquente del nuovo corso del quartiere. Poi Silvia Baraldini, dopo il suo ritorno dagli Stati Uniti. L’artista Alfredo Pirri (Biennale di Venezia 1988). E una bella flotta di volti noti, roba da autografi. Gli occhi seri di Lisa Natoli e lo sguardo da cerbiatta di Alessia Barela di «Distretto di polizia». Nino Castelnuovo e Sergio Ammirata, però qui siamo a quella vecchia generazione che arrivò in avanscoperta vent’anni fa. Lo straordinario percussionista Karl Potter (complice di Charles Mingus, Dizzy Gillespie, Lucio Dalla, Pino Daniele). Il giornalista Luca Telese con la sua libreria «Il corsaro».

E i due giovani registi Luca Ragazzi e Gustav Hofer, da nove anni compagni di vita e di lavoro, autori del dibattuto documentario autobiografico «Improvvisamente, l’inverno scorso» dedicato ai Dico, in concorso al 58˚ Festival del cinema di Berlino nella sezione «Panorama». Dice Luca: «Speriamo non sia l’inizio di un cambiamento molto triste in questo quartiere. Chi saranno? Magari coatti scemi di qui intorno. Il fatto è che certa gente ora si sente più legittimata a uscire allo scoperto dall’ondata xenofoba e anche dal nuovo sindaco di Roma, Alemanno, che li fa sentire più potenti». Aggiunge Gustav: «Giorni fa un venditore ambulante è stato aggredito, un ragazzotto gli ha preso a calci la borsa che stava vendendo. Nessuno ha reagito. Il clima qui forse sta cambiando. E penso che qualcuno abbia interesse a frantumare questo straordinario equilibrio, a diffondere la paura, a creare instabilità, a dividere chi ha sempre convissuto in pace e vera allegria».

La convivenza pacifica, qui al Pigneto, dove Roberto Rossellini ambientò «Roma città aperta» e Luchino Visconti girò «Bellissima », la tocchi con mano (le sete indiane vendute all’aperto accanto alle scope di saggina intrecciate alla romana). La annusi (odori di soffritti romaneschi dalle finestre, e gli altri più grevi di chissà dove). La registri con gli occhi. Bambini con la pelle di ogni tinta che si rincorrono nell’isola pedonale di via del Pigneto, una sorta di Fifth Avenue locale. La lunga tunica azzurra di un senegalese seduto al bar. I piercing e le treccione di qualche punkabbestia con cane al laccio di corda. Le vecchie affacciate alla finestra, magari si ricordano i pini («Il Pigneto») che, dicono, proprio qui incantarono il compositore Ottorino Respighi («I pini di Roma») e ora sono spariti distrutti dalla speculazione. La romanità incarnata dal proprietario seduto all’ingresso di «Ugo Civitenga, carni dal 1895», o da quel bar Necci dove Pasolini si fermava durante le pause di «Accattone » (dalle memorie del proprietario Pietro: «Alla prima di Pasolini mi chiese “ma tu non ridi?”. E io gli dissi “Che c’è da ride, ‘a Pierpà, ’ste cose le vedo tutti i giorni” »). Monumenti di una tradizione fusi, senza perdere un grammo di autentica identità, con l’«Infernotto», vineria con uso di cucina, consapevolmente al passo con gli anni Duemila e oltre. Oppure con «Primo al pigneto», cucina con fornelli e cuochi glamour a vista dalla vetrina su strada, come si usa a Berlino o Londra, e ben esposta al pubblico l’affettatrice rossa Berkel, una specie di costosissima Ferrari nel suo genere.

Il mixer è continuo. Proprio di fronte al negozio di alimentari semidistrutto dai teppisti in via Macerata, numero civico 28, c’è una boutique per cani e gatti (civico 47) dove si vendono «trapunte con cuscini » per i vostri piccoli amici, roba buona per i Parioli, Prati o magari quella Trastevere meno rimasta Trastevere. «Fuori i fascisti dal Pigneto», ordina una scritta in spray nero in via Macerata. Però va benone anche «Avorio erotic movie », sala solo per adulti. Non manca niente, al Pigneto. «’A Gino!». Ti giri. In strada c’è solo un uomo dalla pelle scura. Ha gridato lui. Dal negozio di alimentari esce un romano: «’A Alì!» Ecco, questo è il Pigneto. Rovinato ieri da quattro cretini.


Badante rumena schiavizzata. Anziana in manette

24 Maggio 2008

 

MILANO – L’ha cercata tra le più disperate, in una comunità d’accoglienza per donne straniere sole, a Milano, ha fatto finta di prenderla in servizio a casa sua come badante, e invece l’ha schiavizzata, umiliandola, picchiandola e facendole fare una vita miserabile perchè tanto era «solo una romena». La storia, di per sé squallida, ha però anche dell’incredibile se si considera che la presunta aguzzina è una pensionata di 75 anni, una tranquilla signora di provincia, con un discreto gruzzolo e una villetta. Ma nel seminterrato faceva vivere, come una specie di novella Cenerentola, una contadina di 54 anni che nemmeno sapeva di essere cittadina comunitaria e sopportava tutte le angherie per timore di essere espulsa.

Riduzione in schiavitù – Ieri, alla fine, la libertà le è stata restituita dai carabinieri, dopo la denuncia di una delle figlie che cominciava a sospettare che sua madre, dopo un anno di mezze parole sussurrate e mai nemmeno un incontro, fosse trattenuta contro la sua volontà in quella casa a Lainate, a nord di Milano. L’accusa, per l’anziana, è molto grave: riduzione in schiavitù. Solo l’età avanzata le ha permesso di essere posta agli arresti domiciliari.

Condizioni disumane – «Vorrei precisare che la pensionata, pur bisognosa di essere accudita – ha spiegato il capitano Necci, comandante della Compagnia di Rho – era perfettamente lucida, anche se evidentemente al limite della maniacalità. L’impressione è stata quella di trovarsi di fronte a un mix di cattiveria, ignoranza e razzismo». E altre persone, i vicini, potrebbero presto finire sul registro degli indagati dato che non potevano non sapere. Le condizioni dettate dalla «padrona» erano le seguenti: nessuna visita di parenti o amici, possibilità di fare la doccia solo una volta al mese, divieto di utilizzare l’acqua calda, un solo pezzo di sapone per bucato da utilizzare anche per l’igiene personale, cibo scarso, possibilità di bere solo acqua del rubinetto, e poi tante botte, date anche con pentole. E, naturalmente, di soldi non se ne parlava neanche.

Telecamere per controllare – A questo si aggiungeva un controllo totale sui suoi spostamenti: alloggiata nel seminterrato, poteva accedervi da una sola porta dotata di sensore acustico. E tutta la villetta era dotata di telecamere a circuito chiuso, le cui immagini venivano controllate dalla pensionata dalla camera da letto, e tutte le porte degli ambienti utilizzati dalla badante, compreso il bagno, erano tenute aperte e legate con dello spago per non essere mai chiuse, nemmeno quando lei andava in bagno. Il tutto avveniva sotto il continuo ricatto di essere denunciata e quindi espulsa dal territorio italiano: quando i carabinieri sono entrati nell’ appartamento, infatti, lei temeva di essere arrestata. Poi, grazie a un’interprete, pian pianino ha preso fiducia, e alla fine, in caserma, davanti ai militari, è arrivato un pianto liberatorio e l’abbraccio con la figlia.

Tratto da Corriere.it

 

Il fatto è grave, segno di una psicosi collettiva ormai in atto, costruita sapientemente da chi basa il suo consenso politico su proclami medioevali e reazionari. Si tratta della solita vecchietta benestante, la solita persona per bene tra persone per bene.

Il fatto è grave, ma non fa notizia, perché commesso da una cittadina italiana e noi, si sa, siamo gente per bene. Dunque rendersi colpevoli di un reato assurdo, segregare una persona in casa, tenerla sotto controllo 24 ore su 24, impedirle di lavarsi, picchiarla sotto le minacce di una fantomatica espulsione, non è una notizia che vale la pena di raccontare se non in nicchia su qualche quotidiano.

La spettacolarizzazione viene concessa invece agli scippatori, ai piccoli furti, ai presunti rapimenti, purchè commessi da rom, rumeni o extracomunitari in genere.  Il clima è terrificante, non è neanche più xenofobia, è guerra aperta al diverso, un diverso da combattere, estirpare,  annientare, tutto questo con la benedizione del governo e il benestare dell’opposizione.