
Libero. Revocata la misura cautelare all’ex sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso; per il gip Luca De Ninis non c’è stata alcuna corruzione, ma soltanto finanziamento illecito al partito La Margherita nelle elezioni politiche del 2006. Dunque clamorosa inversione di marcia del giudice per le indagini preliminari che ha concesso la libertà a D’Alfonso in aperto contrasto con il pubblico ministero Gennaro Varone, il quale continua a sostenere l’impianto accusatorio. Secondo il pm infatti, il passaggio in nero di quel denaro è comunque riconducibile ad un episodio di corruzione anche se avvenuto durante la campagna elettorale.
D’Alfonso passerà il Natale da uomo libero e potrebbe finanche ritirare le dimissioni; nel frattempo due giorni fa è tornato in libertà anche Guido Dezio, il braccio destro del sindaco.
Qualcosa di incredibile, in soli dieci giorni l’intero impianto accusatorio perde completamente valore, o comunque si presenta decisamente ridimensionato rispetto al momento dell’arresto.
Secondo il gip non c’è stato alcun pagamento di tangenti, solo finanziamento al partito, regali e favori personali. Insomma non ci sono prove di quella corruzione che dieci giorni fa De Ninis stesso, definiva chiara, logica e indiscutibile, praticamente lapalissiana.
L’inchiesta continua, ma la vicenda mette i brividi, se D’Alfonso risulterà colpevole, questa clamorosa inversione di marcia verrà catalogata come semplice, ma inspiegabile,incidente di percorso. Se D’Alfonso dovesse invece risultare innocente, De Ninis e Varone dovranno spiegare il perché di tanta urgenza e i motivi della loro clamorosa svista. Dovranno rispondere di aver gettato discredito su una città, su un’amministrazione, su un partito. Di aver privato un uomo della sua libertà, per semplice mania di protagonismo.
Non è la prima volta che Luca De Ninis e Gennaro Varone si rendono protagonisti di un errore fragoroso, disdicevole, indegno per il ruolo istituzionale che ricoprono. Nell’ aprile del 2008 la procura di Pescara, ordina l’arresto del chirurgo Marco Basile, accusato di aver asportato un rene ad una paziente provocandone la morte. Per giorni Pescara è al centro dell’attenzione in tutti i tg nazionali, lo scandalo è clamoroso, l’eco mediatico lo è ancor di più.
Anche in quell’occasione accuse pesantissime: omicidio colposo, soppressione, falso in atto pubblico. Il rene non si trova, Basile è dipinto come un mostro, gettato sulla gogna mediatica, processato per direttissima e condannato dall’opinione pubblica senza possibilità di appello. De Ninis e Varone sono i nuovi paladini della lotta alla malasanità. Marco Basile trascorre 40 giorni agli arresti domiciliari, poi il corpo della donna viene riesumato e si scopre che il rene non era mai stato asportato, ma era affetto da una grave malformazione congenita.
Scusi, ci siamo sbagliati, lei è di nuovo libero. Ma basterebbe un sondaggio rapido e veloce per scoprire che molti pescaresi ignorano completamente gli sviluppi di quella triste vicenda.
Detto questo la questione morale esiste e continua ad esistere, il sistema politico è malato, ma quello giudiziario lo è forse di più. Continuare a non accorgersene è grave, gravissimo. Non essere sicuri dell’affidabilità del potere giudicante, significa non poter dormire sogni tranquilli, significa non riuscire ad attrarre investimenti per la lungaggine delle controversie processuali.
Siamo di fronte ad una lotta tra poteri forsennata, che vede politica e magistratura combattersi a vicenda per evitare di perdere spazi di manovra.
In Italia ci sono caste e caste; la differenza tra politica e magistratura è che nel bene e nel male i politici sono eletti dal popolo che, almeno in teoria può disporre delle sorti dei suoi rappresentanti (ergo può scegliere di non votarli di nuovo); i magistrati non sono controllati da nessuno, e mai nessun magistrato ha risposto dei suoi errori, mai nessun magistrato ha mai neanche avuto il buon senso di emettere un comunicato stampa in cui venissero almeno riconosciuti quegli stessi errori.
In definitiva, la giustizia va riformata, la politica va riformata, l’Italia va riformata. Per adesso Luciano D’Alfonso è un uomo libero, domani si vedrà.
Pubblicato da Andrea Sferrella 
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