Pescara, libero il sindaco D’Afonso; per il Gip nessuna corruzione

24 Dicembre 2008

 luciano20dalfonso

Libero. Revocata la misura cautelare all’ex sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso; per il gip Luca De Ninis non c’è stata alcuna corruzione, ma soltanto finanziamento illecito al partito La Margherita nelle elezioni politiche del 2006. Dunque clamorosa inversione di marcia del giudice per le indagini preliminari che ha concesso la libertà a D’Alfonso in aperto contrasto con il pubblico ministero Gennaro Varone, il quale continua a sostenere l’impianto accusatorio. Secondo il pm infatti, il passaggio in nero di quel denaro è comunque riconducibile ad un episodio di corruzione anche se avvenuto durante la campagna elettorale.

D’Alfonso passerà il Natale da uomo libero e potrebbe finanche ritirare le dimissioni; nel frattempo due giorni fa è tornato in libertà anche Guido Dezio, il braccio destro del sindaco.

Qualcosa di incredibile, in soli dieci giorni  l’intero impianto accusatorio perde completamente valore, o comunque si presenta decisamente ridimensionato rispetto al momento dell’arresto.

Secondo il gip non c’è stato alcun pagamento di tangenti, solo finanziamento al partito, regali e favori personali. Insomma non ci sono prove di quella corruzione che dieci giorni fa De Ninis stesso, definiva chiara, logica e indiscutibile, praticamente lapalissiana.

L’inchiesta continua, ma la vicenda mette i brividi, se D’Alfonso risulterà colpevole, questa clamorosa inversione di marcia verrà catalogata come semplice, ma inspiegabile,incidente di percorso. Se D’Alfonso dovesse invece risultare innocente, De Ninis e Varone dovranno spiegare il perché di tanta urgenza e i motivi della loro clamorosa svista. Dovranno rispondere di aver gettato discredito su una città, su un’amministrazione, su un partito. Di aver privato un uomo della sua libertà, per semplice mania di protagonismo.

Non è la prima volta che Luca De Ninis e Gennaro Varone si rendono protagonisti di un errore fragoroso, disdicevole, indegno per il ruolo istituzionale che ricoprono. Nell’ aprile del 2008 la procura di Pescara, ordina l’arresto del chirurgo Marco Basile, accusato di aver asportato un rene ad una paziente provocandone la morte. Per giorni Pescara è al centro dell’attenzione in tutti i tg nazionali, lo scandalo è clamoroso, l’eco mediatico lo è ancor di più.

Anche in quell’occasione accuse pesantissime: omicidio colposo, soppressione, falso in atto pubblico. Il rene non si trova, Basile è dipinto come un mostro, gettato sulla gogna mediatica, processato per direttissima e condannato dall’opinione pubblica senza possibilità di appello. De Ninis e Varone sono i nuovi paladini della lotta alla malasanità. Marco Basile trascorre 40 giorni agli arresti domiciliari, poi il corpo della donna viene riesumato e si scopre che il rene non era mai stato asportato, ma era affetto da una grave malformazione congenita.

Scusi, ci siamo sbagliati, lei è di nuovo libero. Ma basterebbe un sondaggio rapido e veloce per scoprire che molti pescaresi ignorano completamente gli sviluppi di quella triste vicenda.

Detto questo la questione morale esiste e continua ad esistere, il sistema politico è malato, ma quello giudiziario lo è forse di più. Continuare a non accorgersene è grave, gravissimo. Non essere sicuri dell’affidabilità del potere giudicante, significa non poter dormire sogni tranquilli, significa non riuscire ad attrarre investimenti per la lungaggine delle controversie processuali.

Siamo di fronte ad una lotta tra poteri forsennata, che vede politica e magistratura combattersi a vicenda per evitare di perdere spazi di manovra.

In Italia ci sono caste e caste; la differenza tra politica e magistratura è che nel bene e nel male i politici sono eletti dal popolo che, almeno in teoria può disporre delle sorti dei suoi rappresentanti (ergo può scegliere di non votarli di nuovo); i magistrati non sono controllati da nessuno, e mai nessun magistrato ha risposto dei suoi errori, mai nessun magistrato ha mai neanche avuto il buon senso di emettere un comunicato stampa in cui venissero almeno riconosciuti quegli stessi errori.

In definitiva, la giustizia va riformata, la politica va riformata, l’Italia va riformata. Per adesso Luciano D’Alfonso è un uomo libero, domani si vedrà.

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Obama sarà il 44esimo presidente degli Stati Uniti

5 Novembre 2008

 

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Barack Obama sarà il 44esimo presidente degli Stati Uniti, il primo nero della storia alla Casa Bianca è non è cosa da poco, soprattutto per un paese che ancora oggi continua a convivere con lo spettro della segregazione razziale. Non è un caso che il record di affluenza alle urne sia coinciso con la presenza di un candidato afroamericano, non è un caso perché significa che per la prima volta milioni di afroamericani e ispanici (ormai la maggioranza del paese) hanno potuto esprimere una preferenza per un uomo che ha il loro stesso colore di pelle. Questa è la prima, vera difformità tra Barack Obama e i suoi predecessori ed è la più importante, quella che ha fatto la differenza. Poi c’è la capacità di Obama di proporre un progresso che nessun’altro meglio di lui, men che meno John Mc Cain, avrebbe saputo proporre. Ci sono le sue doti di grande comunicatore, la sua volontà d’acciaio, la chiarezza e perché no, l’eleganza e la bellezza di un quarantenne, tutte cose che in politica contano.

Ci sono i numeri che la lunga notte americana ha prodotto, numeri impressionanti per chiarezza e consistenza: 349 voti elettorali per Obama e 163 per  Mc Cain, per vincere ne sarebbero bastati 270. Ampio vantaggio anche nei voti popolari che non determinano direttamente la vittoria, ma hanno un incredibile peso nella valutazione politica di un’elezione. L’affluenza alle urne è stata del 64%, Obama ha sottratto 9 stati ai repubblicani, i democratici hanno mantenuto il controllo della Camera incrementando notevolmente il numero di seggi al Senato e per la prima volta dopo 16 anni controlleranno contemporaneamente Camera, Senato e Casa Bianca.

La vittoria di Obama è fin troppo netta, quasi accecante, molto difficile da raccontare senza cadere nella retorica, un cammino iniziato con le primarie  in cui Barack ha praticamente fatto a pezzi la super organizzata  macchina elettorale dei Clinton, proseguito con una campagna elettorale pressoché ineccepibile, in cui il democratico ha saputo unire la preoccupazione per la dura crisi economica degli Stati Uniti alla costante rivendicazione del progresso, dell’uguaglianza e del “sogno americano”.

Dicono che governerà in modo estremamente pragmatico ed è un bene, del resto da uno che inizia la campagna elettorale per le primarie con un budget irrisorio rispetto alla sua rivale e la conclude con la vittoria e con l’incremento dei fondi, non c’è che da aspettarsi qualcosa di grandioso.

Subito dopo la vittoria, Obama ha pronunciato un discorso importante, ha detto ” il cambiamento è arrivato, abbiamo fatto la storia” ripetendo più volte “nulla in questo paese è impossibile”, non molto tempo fa probabilmente  in pochi avrebbero scommesso sulla vittoria di Obama contro Hillary, pochissimi, forse nessuno, sulla salita alla Casa Bianca di un presidente nero. Barack Obama ha incarnato il sogno americano per mesi, ieri sera lo ha realizzato parlando al mondo intero; durante il suo discorso è apparso commosso e orgoglioso, convinto di aver realizzato qualcosa di straordinario, eppure estremamente concentrato sul compito che lo aspetta.

Capitolo a parte va riservato a Michelle, la prima first lady afroamericana della storia, lui la definisce “la mia roccia”, due lauree di cui una in legge ad Harvard, un carisma eccezionale. Ha avuto un ruolo importante durante la campagna elettorale e c’è da aspettarsi che lo avrà anche nelle scelte del futuro presidente.

Mc Cain ha fatto il possibile, ha provato a contrastare il suo rivale, ma è da subito apparso come troppo in ombra, troppo legato, troppo vecchio. Troppo vicino e anche, per certi versi, troppo distante dall’amministrazione Bush, è stato da sempre un cane sciolto all’interno del partito repubblicano, che ha puntato tutto sul suo passato da eroe di guerra dimenticando  che l’America di oggi ha altri problemi, altre speranze. Ieri ha annunciato di voler aiutare Obama e sembrava sincero. La scelta di Sarah Palin alla vicepresidenza non ha fatto altro che distruggere le già esigue chance presidenziali di Mc Cain; assolutamente inadeguata, mal vestita, ogni volta che apriva bocca Obama guadagnava voti, ha speso migliaia di dollari del partito in abiti per la campagna elettorale, è apparsa come la solita bambola americana amante delle armi; esce assolutamente distrutta dal confronto con la bella e pensante Michelle.

Da tutto il mondo sono arrivate parole positive, su tutte quelle di Nelson Mandela: “La sua vittoria dimostra che nessuna persona ovunque sulla Terra deve aver paura di sognare di poter cambiare il mondo in meglio”. L’unica nota stonata è stata quella di Gasparri che ha commentato la vittoria con un vergognoso e quanto mai ridicolo: “Al Qaeda è felice”. Glissare, prego.

Barack Obama è chiamato a governare in uno dei momenti più difficili che l’America ricordi, è chiamato ad una responsabilità enorme, che gli viene affidata non solo dai suoi elettori, ma dal mondo intero, Africa in testa. Prima di lui solo John Kennedy era stato capace di tanto. Staremo a vedere cosa sarà in grado di fare, ma per adesso il sogno esiste e non è mai stato così vivo.

Obama sarà il primo presidente nero della storia, ieri era “Yes we can”, oggi è “Yes we did”.

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Obama sarà il primo candidato afro-americano alla Casa Bianca. Hillary non molla, vuole la vicepresidenza

4 Giugno 2008

 

Obama sarà il primo afroamericano della storia candidato alla presidenza degli Stati Uniti.  Il giovane senatore nero ha ottenuto la maggioranza dei delegati, dunque otterrà la maggioranza dei voti alla convention del Partito Democratico. Gran giorno per Barack Obama che risulta essere il favorito nei sondaggi anche per la corsa alla Casa Bianca,  ma quella è decisamente un’altra storia non foss’altro per il fatto che John McCain ce la metterà davvero tutta per strappare il primato ad Obama, sfruttando a pieno il suo simulacro di reduce del Vietnam.

L’età, la sicurezza, la concretezza di Obama hanno fatto il miracolo, sconfiggere la ricca e super organizzata macchina burocratica dei Clinton.

Hillary ha commesso non pochi errori, polverizzando il vantaggio iniziale in termini di consensi e l’abnorme differenza di risorse economiche e mediatiche.

La colpa capitale è stata quella di aver sempre sottovalutato le potenzialità di Obama, considerato, a detta di Bill, come nient’altro che un buon “candidato nero”, una sorta di leader minoritario. E invece il senatore nero è riuscito ad incarnare la speranza dell’intera comunità afroamericana che per la prima volta avrà la possibilità di consegnare il mandato di governo a un “candidato nero”, lo stesso nero che ha fatto rivivere il mito, mai dimenticato, di John Kennedy e di suo fratello Bob e ha ottenuto l’appoggio esplicito della famiglia Kennedy, gente che in America conta ancora molto.

I Clinton sembravano più una comitiva di impresari della democrazia, una famiglia distrutta dalle monellerie di Bill e rimessa insieme, per l’occasione, dal collagene della campagna elettorale.

Ma tutto ciò non è bastato, non è servito, nel momento in cui la popolarità della presidenza Bush tocca il minimo storico e gli americani iniziano a percepire lo spettro della recessione economica , Hillary non è stata considerata la persona adatta a dare agli Usa il nuovo slancio necessario per affrontare la crisi, in questo senso ha presumibilmente inciso il fatto che la Clinton abbia bruciato un budget milionario in pochi mesi senza riuscire ad incrementare i consensi, come dire prove tecniche di risanamento fallite.

Obama è l’uomo della speranza, l’uomo del futuro, l’uomo figlio di un keniota e di una donna bianca del Kansas capace di incarnare il mito del sogno americano, l’uomo del cambiamento, della possibile creazione di un nuovo ordine mondiale, Barack Obama è l’uomo dello «Yes, we can», quello vero.