Gomorra e Gomorra

12 Settembre 2009

 

Gomorra

 

 

Ieri ho finalmente potuto guardare Gomorra, il film di Matteo Garrone tratto dall’omonimo libro di Roberto Saviano. Ne sono rimasto deluso. E ho avuto l’ennesima conferma del fatto che la trasposizione cinematografica di un libro finisce raramente con l’aggiungere qualcosa, praticamente mai col migliorare la storia.

 

Il film di Garrone mi è anche piaciuto, ma il paragone con le sensazioni suscitate dal libro non è neanche immaginabile. Ricordo che quando terminai di leggere Gomorra (erano le tre di notte) non riuscii a prender sonno: me ne stavo lì a respirare, a pensare a questa piovra malavitosa che mette le mani praticamente in ogni aspetto della vita economica del paese. Il film questa sensazione non la trasmette. Rappresenta perfettamente le inquietudini dei personaggi e dipinge in maniera realistica e deprimente lo sfondo di Scampìa, dove tutti sono al soldo della camorra, ma non riesce a trasmettere la potenza della camorra. Dipinge i suoi reggenti come un branco di esaltati impegnati in una guerra fratricida, ma non permette allo spettatore di comprendere il peso reale di un’organizzazione malavitosa dove tutto è pianificato, non permette di percepire la vicinanza del pericolo anche a chi non vive in Campania.

 

Il libro di Saviano è un capolavoro e va letto. Poi, se volete, guardate anche il film.

 


L’estate canaglia

30 Luglio 2009

 

burocrazia

Riemergo nel bel mezzo delle meritate ferie estive per dare ragione a Ostellino e per citare in giudizio divino questo stato canaglia che opprime il cittadino oltre la lecita misura; che pretende impegno e risorse senza fornire una contropartita adeguata.  

E allora capita di imboccare una strada a scorrimento veloce e trovare la rampa di raccordo chiusa senza alcun preavviso durante il percorso; capita quindi di dover allungare il tragitto di altri 10 km per arrivare all’uscita successiva, rientrare sulla superstrada in senso opposto, ripercorrere 10 km per tornare al punto di partenza e ricominciare il viaggio verso la meta percorrendo la strada statale. Rabbia per il tempo prezioso buttato via, a cui si aggiunge l’incredulità per una multa commutata dal “canaglia” per un eccesso di 3 km/h rispetto al ridicolo limite prescritto. E il cittadino paga, ha sbagliato e paga; ma chi paga per il tempo perso? Per lo stress? Per l’appuntamento di lavoro saltato? Chi paga per le interminabili code agli uffici? Chi paga per i sette anni di attesa per una sentenza civile? Per i sei mesi di attesa di una linea adsl che produce sei mesi di ritardo nell’apertura di un’attività? Chi pagherà per le arterie dei cittadini aquilani che da gennaio dovranno restituire le tasse in 24 rate?

Domande che cadono in un vuoto inspiegabile; e io non ho risposta.

 


Peppino Impastato 5 gennaio 1948 – 9 maggio 1978

9 Maggio 2009

 

Il 9 maggio del 1978 viene assassinato Giuseppe Impastato, per tutti noi Peppino.

Peppino Impastato è stato un giornalista, uno scrittore, un uomo politico, forse addirittura un rivoluzionario, ma è stato soprattutto uno che nella vita ha scelto di stare da una parte ben precisa, ha scelto di reclamare diritti e legalità, di fottersene dell’indifferenza della sua terra, di sputare sull’omertà mafiosa, di coinvolgere giovani del suo paese in una lotta dura ma necessaria.

Peppino impastato è stato ammazzato perché aveva osato alzare la testa, perché aveva osato fare  nomi e cognomi, perché aveva denunciato il sopruso e il malaffare, la corruzione delle istituzioni, perché aveva dato il via a una rivoluzione culturale che la mafia non poteva tollerare. Infatti non lo fece, il corpo di Giuseppe fu lapidato, adagiato sui binari e fatto saltare in aria con il tritolo. Suicidio, questo fu  il responso delle indagini, suicidio. Peppino ebbe la sfortuna di morire lo stesso giorno del ritrovamento del corpo del presidente della Dc Aldo Moro, così che fu estremamente più facile sostenere la tesi dell’incidente. Una tesi incredibile, neanche lontanamente verosimile, ma è questo la magistratura sostenne fino al 1984, anno in cui venne riconosciuta la matrice mafiosa del delitto per cui tuttavia non fu indicato un responsabile. Bisognerà attendere ancora parecchi anni, anni di lotta e tentativi di depistaggio.  Alla fine le condanne arrivano: il 5 marzo 2001 - trent’anni di reclusione per Vito Palazzolo - e l’11 aprile 2002  quando Gaetano Badalamenti viene condannato all’ergastolo.

Peppino era figlio di una famiglia mafiosa, non sopportava l’atteggiamento di suo padre, l’atteggiamento della sua comunità, sempre pronta ad abbassare lo sguardo, a tapparsi le orecchie, pronta ad evitare di alzare la voce. In questa omertà tombale Peppino entrò come una flotta di navi da guerra, facendo più rumore possibile, risvegliando gli animi, bucando le coscienze di tutti. Stava con la gente, in prima linea nella lotta contro gli espropri dei contadini e degli operai, costretti ad abbandonare le proprie case per fare posto alla terza pista dell’aeroporto di punta Raisi. Peppino era così, un fiume in piena, un terremoto, un recipiente troppo piccolo per la quantità di energia che doveva contenere, infatti non la conteneva distribuendola ai giovani del suo paese; quella Cinisi patria di Gaetano Badalamenti, il boss. Quella Cinisi in cui i giovani, grazie a Peppino, riuscirono a costruire qualcosa di talmente grande e inaspettato, da resistere alle erosioni del tempo e della memoria.

Nel 1975 Giuseppe fondò il collettivo “Musica e cultura” un punto d’incontro per i ragazzi, un punto di partenza per quella che diventerà la sfida di Peppino Impastato alla mafia. Nel 1976 nacque Radio Aut, una delle prime radio libere d’Italia, la diffusione del suo segnale dipendeva dal vento e comunque non superava la montagna. Era una piccola radio fatta da ragazzi, i mezzi tecnici erano scarsi - reperiti al mercato delle pulci di Palermo – ma finì per diventare un pezzo di storia della lotta rivoluzionaria. La trasmissione più importante di Radio Aut era onda pazza, dove si narravano le vicende di mafiopoli e del suo capo Tano seduto (Gaetano Badalamenti).

Quando Gaetano Badalamenti camminava per Cinisi la gente s’impietriva, quasi s’inchinava, Peppino lo derideva in pubblico, costretto com’era dal suo cuore ribelle a urlare un disprezzo che non poteva contenere. “Tano seduto non caca e se caca, caca duro”, diceva. Peppino Impastato ha avuto il coraggio di deriderla la mafia, di sbeffeggiarla, di farla sentire ferita nel suo orgoglio, distrutta nel suo onore.

Nel 1978 Peppino decise di candidarsi alle elezioni comunali con la lista Democrazia Proletaria, venne ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, pochi giorni dopo gli abitanti di Cinisi riuscirono a farlo eleggere votando il suo nome: un gesto disperato di rabbia e orgoglio.

Trentuno anni dopo la sua scomparsa ci rimane di lui il coraggio, l’allegria, la potenza sovversiva delle sue parole. Di Peppino Impastato ci rimane una frase, che circonda tutto e ci rende consapevoli della nostra sorda indifferenza: “la mafia è una montagna di merda”.


Le malattie della scuola secondo Sartori

14 Gennaio 2009

 

Pubblico un editoriale di Giovanni Sartori del 10 novembre scorso. Il Professore ha colto di nuovo, esattamente, nel segno.

di Giovanni Sartori

Berlusconi non è Churchill — non promette lacrime ma felicità perenne — e non ama lo scontro sulle piazze che incrina la sua popolarità «di massa». Così rinvia in parte la preannunziata riforma dell’Università. Approfitto della pausa per approfondire il poco approfondito, e cioè i problemi originari di una scuola che è, a tutti i livelli, un malato anziano, un malato di vecchia data. E se non ricordiamo agli imberbi e alle giovanette (tra le quali la appena 36enne ministro del-l’Istruzione) come e perché la malattia è cominciata, non si vede proprio come siano in grado di curarla. Supposto, beninteso, che questo sia l’intento. All’origine di tutti i mali del nostro sistema educativo c’è la scoperta (dico così per dire) che la scuola coinvolge un enorme serbatoio di voti. Chi la tocca, contenta o disturba tutti i giovani in età scolastica, le loro famiglie, e anche un’armata di insegnanti, anch’essi con famiglie. Se non si tratta di metà del Paese, poco ci manca. Aggiungi che il tasto della scuola è altamente emotivo e infiammabile; in ballo c’è il futuro dei giovani, giovani che sono anche i nostri figli.

Pertanto non è un caso se la Dc non ha mai lasciato ad altri, finché ha regnato, il ministero dell’Istruzione di viale Trastevere. Intendiamoci: la prima Dc di ispirazione degasperiana ha avuto ministri dell’Istruzione bravi e responsabili che avevano davvero a cuore gli interessi della scuola, e che non li sottoponevano agli interessi di partito. Mi piace ricordare, tra questi, il ministro Gui, un gran signore veneto, fatto fuori da uno dei giovani macachi emergenti (Bisaglia) di quegli anni; e mi piace anche ricordare il ministro Malfatti che potrebbe confermare, se non fosse scomparso prematuramente, la mia battaglia, in una commissione ministeriale, per l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Malfatti mi dava ragione, ma mi disse in tutta franchezza (non era un tipo Moro): sarebbe da fare, ma «politicamente non lo posso fare». Già. La caccia al voto o, viceversa, il terrore del voto erano già diventati, a quel tempo, la preoccupazione dominante dei gestori del sistema educativo. Poi arrivò il ‘68 e da allora vige e impera la demagogia scolastica. Della quale sono finalmente venuti al pettine i nodi. Ciò premesso, i fattori distorsivi specifici del cattivo riformismo della scuola sono tre. Il primo è stato, appunto, il Sessantottismo, che è stato esiziale perché ha predicato l’ignoranza del passato, così recidendo quella trasmissione del sapere che dovrebbe essere la prima missione dell’educatore; ed esiziale perché, cavalcando la tigre dell’antielitismo, ha distrutto il principio del merito producendo la «società del demerito» che premia i peggiori e gli incapaci a danno dei competenti e dei migliori. Davvero formidabili quei ragazzi.

Il secondo fattore distorsivo è stato il progressivismo pedagogico (largamente di ispirazione psicoanalitica), che ha infestato tutta la disciplina, ma che ha avuto il suo più dannoso rappresentante nel celebre dottor Benjamin Spock, il guru che ha convertito al permissivismo tutte le madri dell’Occidente con la dottrina che il bambino non doveva essere frustrato da punizioni. E’ vero che poi Spock ha rinnegato, da ultimo, la sua dottrina; ma era troppo tardi. In passato i genitori erano dalla parte dei maestri; ora li assaltano nel chiedere la promozione ad ogni costo dei loro poveri figli. Prima la scuola media si reggeva sull’alleanza genitori-maestri. Ora i maestri che resistono all’andazzo «mammistico» sono lasciati soli e sono vilipesi come «repressivi ». Davvero formidabili quei genitori. C’è infine un fattore distorsivo che sfugge ai più: la teoria della società post-industriale come «società dei servizi» fondata sul sapere, o quantomeno su alti livelli di istruzione.

D’accordo; ma il post-industriale non doveva e non poteva sostituire l’industriale, vale a dire il nocciolo duro della produzione della ricchezza. Senza contare che la società dei servizi si trasforma facilmente in una società parassitaria di «piena occupazione » fasulla (tale anche perché gli economisti misurano bene la produttività industriale, ma assai meno bene la produttività di un universo burocratico). Il punto è, comunque, che è proprio l’idea della società dei servizi nella quale nessuno si sporca le mani che alimenta la insensata corsa universale al «pezzo di carta» del titolo universitario. Se ogni tanto ci fermassimo a pensare, ci dovremmo chiedere: ma perché tutti devono andare all’Università? C’è chi proprio non è tagliato per studi superiori (che difatti si sono «abbassati» per accoglierlo). Nemmeno è vero, poi, che il lavoro «terziario » dia più felicità. Anzi. Più si moltiplicano gli attestati cartacei che creano alte aspettative, e più creiamo legioni di scontenti senza lavoro, o costretti a un lavoro che considerano indegno del loro rango.

Fin qui gli antefatti che hanno prodotto la crisi e le malattie della scuola. Verrò ai fatti a una prossima occasione.

 


BARRY MOORE

21 Ottobre 2008

 

Solo allora Barry Moore si accorgeva di aver passato più tempo a osservare se stesso di quanto gli altri avessero fatto con lui. Spiava la sua condotta come il peggiore dei narcisisti corrotti. Anni dentro decenni a immaginare un tempo che non sarebbe più tornato.

Non sempre puoi avere quello che vuoi. Ma come è triste il tempo di questo lasso di secolo, cade lento e ripetitivo e tu non puoi far nulla per renderlo più attraente, più stravagante. Sono giorni strani, giorni in cui è sempre colpa tua, giorni in cui la seta accarezza il tuo corpo, cade come fosse neve su neve.

Barry Moore aveva il solstizio dentro. Vedute tropicali si incatenavano nelle sue membra producendo visioni di ogni sorta. Nella stanza c’era odore di basilico fresco, un suono pacato e distensivo e una voce di negra ad inondargli i sensi. Barry Moore malediceva il giorno di quella vincita, quando i sogni di gloria erano scomparsi lasciando il posto al desiderio di fuggire via.

Perché quella sconsiderata predisposizione a mandare tutto a puttane era da sempre parte di lui, e nonostante fosse stata attutita da un periodo di lucida razionalità, alla fine era tornata a farsi sentire più forte di prima, più cattiva che mai; come la peggiore tra le droghe si muoveva lenta nelle sue vene, assaporando la sua sostanza, plagiandone pensieri e movimenti.

E Barry tentava di resisterle, ma se l’abuso può uccidere l’astinenza può svuotarti per poi riempire quel vuoto con l’illusione di essere cambiato.

Capitani coraggiosi furbi contrabbandieri macedoni. Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming.

Barry Moore non era un anticristo e non era pazzo. Era solo convinto che avere le palle di rischiare fosse l’unica cosa in grado di distinguere un uomo tra gli uomini. Barry Moore non voleva donne e soldi, fascino e potere, o meglio, voleva averli nella giusta misura, giocare un po’ al coito interrotto con l’onnipotenza sempre convinto di riuscire a fermarsi un attimo prima della catastrofe.

Barry Moore voleva solo essere Barry Moore, poi non conta un cazzo nessuno. Non c’è predica e non c’è morale, non c’è torto e non c’è ragione. Voleva solo essere, senza appellativi, senza piagnistei, senza la paura di mandare tutto a puttane. Io vivo perché respiro, respiro perché credo, credo perché rifletto e continuerò a credere, a riflettere; continuerò a respirare a pieni polmoni boccate di ossigeno di questo zozzo mondo finché ne avrò voglia, finché ne avrò il coraggio. Poi fuggirò via e non mi troverete mai. E non parlerò più con nessuno. E non penserò più per nessuno.

Musica, titoli di coda e vaffanculo a tutti.


Patologie intellettuali all’italiana

1 Settembre 2008

 

Questa terra è sempre più afflitta da due mali culturali, due patologie intellettuali. La prima fa riferimento all’ormai collaudato esordio colloquiale “In questo paese”, sintomo di una cocente insoddisfazione per i malanni della propria nazione e allo stesso tempo spia e indicatore di una sorta di appagamento erotico che si prova nel vederla affondare.

La seconda disfunzione patologica è rappresentata dall’eterna balbuzie elettorale del “ma anche”; recentemente rivalutata da Veltroni è, in realtà, significante raffigurazione della nostra capacità di continuare a trascinarci nel tempo pur di  non scegliere, di non stare né da una parte né dall’altra.

Male, malissimo, perché non scegliere da che parte stare significa non decidere, non decidere significa non agire, non agire significa morire sommersi dalla propria inefficienza.

E l’inefficienza, in Italia, è cultura di stato; patrimonio nazionale.   


Culto del corpo, dominio del tempo e ipermodernità

18 Giugno 2008

 

Diceva Popper, “tutta la vita è risolvere problemi”. Tutta la vita è prendere decisioni, prenderle alla svelta, molto spesso senza riflettere, costretti in una gabbia di abitudini sconclusionate dove il malinteso semantico è dietro l’angolo, dove l’unica cosa da fare è scegliere se schierarsi e da che parte. Il rischio di sbagliare è altissimo, tutto è distratto, fallibile, incerto. E’ la transitorietà che avanza, fate largo!

Dunque la questione della scelta nella società moderna, un fenomeno che può essere analizzato da due diversi punti di vista, il primo rivendica il primato dell’individuo sulla dinamica sociale, viceversa secondo l’altro sarebbe la collettività ad influenzare, spesso in maniera deterministica, i comportamenti soggettivi. Sul meccanismo decisionale, intervengono i cosiddetti processi di influenza sociale, ossia il conformismo, la forza del pensiero di gruppo, fino ad arrivare a quello che gli psicologi sociali hanno definito inerzia sociale o diffusione del senso di responsabilità o più semplicemente deresponsabilizzazione, una tendenza derivante dalla presenza dell’individuo all’interno di un contesto di gruppo.

Il risultato dell’influenza di queste dinamiche sociali sul processo decisionale causa una conseguenza fondamentale: quando l’individuo è chiamato ad operare una scelta viene sottoposto ad una forte pressione sociale che potrebbe alterarne il senso di percezione. Questa è perfettamente in grado di influenzare le decisioni, la sua forza è talmente grande che spesso si decide soltanto in base alla percezione, senza neanche far riferimento alla realtà. In proposito non si può non sottolineare il ruolo fondamentale dei mass-media, spesso principali responsabili dello scollamento tra realtà e percezione.

La realtà sociale può limitare la capacità decisionale del singolo, la sua autonomia di giudizio; una situazione figlia soprattutto della nuova società globale, dentro la quale convivono, paradossalmente, personalismo e massificazione. Nasce dunque una nuova figura sociale, stigmatizzata nella figura di un individuo sempre più incerto, poco padrone delle sue scelte e tendenzialmente succube del pensiero maggioritario. L’individuo incerto ha smarrito i punti di riferimento, non ha orientamento, vive a stretto contatto con i suoi simili ma ne ignora la condizione, ne disconosce speranze e abitudini, abita città invisibili, schermate, affollate ma deserte nei significati.

Viviamo in una realtà multiforme, virtuale, immersi in quella che Zygmunt Bauman ha definito come “modernità liquida”, un mondo globale in cui tutto si dissolve, lasciando l’individuo in una condizione di smarrimento e solitudine.

La nostra è una società ipermoderna, dove il prefisso iper vuol dire eccesso, tutto viene vissuto in maniera eccedente, tutto causa stress e porta al bisogno di riadattare continuamente la propria identità ai dettami della società globale, il che non fa che aumentare il nostro senso di  incertezza.

L’ipermodernità ha tre dirette ripercussioni sulla condizione individuale; la prima riguarda il rapporto con il corpo, che ha finito per assumere – in particolar modo negli ultimi anni – le dimensioni di un vero e proprio culto; il corpo come ultimo baluardo della libertà individuale, visto come ultima chance di autonomia decisionale, come possibilità di rivendicare le proprie scelte, come simbolo su cui sfogare il proprio potere. In realtà, nel momento in cui la cura del corpo diventa culto, ostentazione e dipendenza, anche quest’ultima possibilità di scelta finisce per cadere nella trappola del conformismo.

La seconda dimensione dell’ipermodernità riguarda l’estremizzazione del concetto di tempo, la necessità dell’urgenza, il bisogno di riempire il più possibile le proprie giornate, forse per colmare il vuoto esistenziale o magari per illudersi, ancora una volta, di governare la propria esistenza attraverso il dominio del tempo.

La terza ripercussione sull’individuo è quella che riguarda i rapporti relazionali. Nella società degli eccessi la complessità delle relazioni interpersonali viene ridotta al minimo, tutto è disimpegnato, rapido, estremo e opportunistico. Talmente opportunistico da continuare a combattere una guerra illusoria, una fantomatica sfida tra angeli e demoni. Talmente rapido da non accorgersi di essere parte della stessa condizione di subalternità, talmente estremo da usare tutti i mezzi necessari per affermare se stessi e distruggere gli altri. La società degli eccessi continua a viaggiare senza sosta, dentro un vortice di follia che la condurrà allo schianto.

La possibilità di trovare una soluzione concreta passa anche attraverso il tentativo di riallacciare i legami spezzati della comunità, di rifondare valori aggreganti e riproporre delle forme di cittadinanza attiva.

Attraverso tutto questo passa la possibilità di risollevare le sorti dell’uomo odierno,  evitando la solitudine transazionale e la deriva spirituale, rifiutando un edonismo totemico che pretende di apparire come messianica promessa di libertà e invece altro non è che l’ennesima espressione di uno schiavismo postmoderno in costante ascesa.