Pietro Ichino: “Perchè mi sono costituito parte civile al processo contro le nuove Br”

30 Gennaio 2009

 

Pubblico una sintesi della deposizione di Pietro Ichino nel processo contro le nuove Brigate Rosse. Pietro Ichino, giuslavorista e senatore Pd, vive sotto scorta dal 2002.  

L’allarme è incominciato con l’assassinio di Massimo D’Antona, nel maggio 1999: fino a quel momento tutti pensavamo che il terrorismo fosse finito. All’inizio di quell’estate la Digos mi contattò per darmi alcuni consigli per la mia sicurezza.

Alla fine di quell’anno il ministro dei Trasporti Bersani mi chiese di continuare il lavoro di D’Antona all’Enav, per cercare di ricondurre entro limiti di correttezza e ragionevolezza un sistema di relazioni sindacali che sembrava impazzito. Accettai quell’incarico con qualche preoccupazione per la mia sicurezza. Nei tre anni successivi confesso che ero un po’ preoccupato: al mattino, quando uscivo di casa, pensavo che quello poteva essere il luogo dove sarebbe avvenuta l’aggressione e mi pareva di vedere in anticipo la scena della mia morte. D’altra parte, rinunciare a a dire e scrivere quel che penso avrebbe significato subire l’intimidazione. Erano gli anni in cui collaboravo strettamente con Marco Biagi, che avevo chiamato a insegnare diritto comunitario del lavoro nel Master di cui ero Direttore e collaborava con me anche per la Rivista italiana di diritto del lavoro. Lui era ancora sotto scorta, prima che gliela togliessero. Mi ricordo che, parlando di questo pericolo, ci dicevamo che i nostri genitori e i nostri nonni erano stati chiamati a rischiare la vita su frontiere che meritavano assai di meno quel sacrificio: a noi toccava rischiarla su di una frontiera che lo meritava molto di più, quella del progresso civile, della difesa della Costituzione repubblicana, della libertà di pensiero e di parola.

Poi a lui la scorta venne tolta; e pochi mesi dopo venne ucciso sulla porta di casa. Il giorno dopo quell’assassinio, il 20 marzo 2002, venne immediatamente attivata la protezione per me. E da allora vivo sotto scorta.

Nel febbraio 2003 ci fu un’improvvisa intensificazione dell’allarme: un giorno per l’altro venni avvertito che avrei dovuto viaggiare sempre con un’auto blindata e un’altra auto al seguito, con cinque agenti; viaggiavamo sempre a sirene spiegate, mi accompagnavano anche in Università con le armi imbracciate. Poche settimane dopo capii meglio il perché, quando ci fu la sparatoria sul treno, nella quale venne ucciso Galesi e venne catturata Nadia Lioce: la polizia aveva notizia della preparazione di un attentato contro un giuslavorista particolarmente impegnato sul terreno delle riforme e aveva ragione di ritenere che potessi essere io il bersaglio.

Qualche tempo dopo quell’episodio la scorta è stata di nuovo ridotta a due soli agenti con una macchina. Fra il 2004 e il 2005 ho chiesto un paio di volte al Prefetto di Milano se non fosse il caso di revocare il dispositivo di protezione; e tutte le volte mi rispose che non era ancora il momento per farlo.

Nel giugno 2006, quando il Governo Prodi si era insediato da pochi giorni, il neo-ministro Tommaso Padoa Schioppa annunciò che sarebbero stati necessari alcuni tagli nella spesa pubblica. Poiché mi pareva che ormai il pericolo fosse cessato, colsi l’occasione per scrivergli una lettera, proponendogli di incominciare dal taglio della mia scorta. Nel settembre successivo, invece, il Prefetto mi convocò per dirmi che erano sopravvenuti motivi gravi, riguardanti specificamente me, per non abbassare la guardia. E nel febbraio 2007 capii quali erano quei motivi: fin dall’estate dell’anno prima era in corso un’indagine della Digos, dalla quale emergeva che un nuovo gruppo di terroristi aveva proprio me nel mirino: avevano fatto degli appostamenti e stavano preparando un’aggressione.

Così mi è toccato continuare a girare con la scorta, ad avere i due agenti alle costole anche in Università, davanti alla porta del mio studio, nell’aula in cui facevo lezione. Anche questa è una mortificazione, perché in qualche misura incide sul rapporto educativo tra me e i miei studenti; quei due agenti significano che, per le cose che insegno, che sostengo, che scrivo, c’è qualcuno che mi vorrebbe morto; qualcuno che considera quelle cose delittuose, addirittura mostruose: altrimenti perché le si considererebbero meritevoli della pena di morte? In qualche misura questa minaccia è rivolta, indirettamente, anche a loro, agli studenti: è come dire loro che stiano attenti, che non mi credano, che le mie idee sono pericolose come la peste.

Ma, soprattutto, quella minaccia è rivolta all’intera comunità dei giuslavoristi: è il loro dibattito che viene falsato, inquinato dall’intimidazione. Ne è leso nella sua libertà anche chi dissente dalle mie idee, perché non può esprimere il suo dissenso con la stessa serenità con cui lo farebbe in qualsiasi altro Paese civile, dove il dibattito è veramente libero.

 


Le malattie della scuola secondo Sartori

14 Gennaio 2009

 

Pubblico un editoriale di Giovanni Sartori del 10 novembre scorso. Il Professore ha colto di nuovo, esattamente, nel segno.

di Giovanni Sartori

Berlusconi non è Churchill — non promette lacrime ma felicità perenne — e non ama lo scontro sulle piazze che incrina la sua popolarità «di massa». Così rinvia in parte la preannunziata riforma dell’Università. Approfitto della pausa per approfondire il poco approfondito, e cioè i problemi originari di una scuola che è, a tutti i livelli, un malato anziano, un malato di vecchia data. E se non ricordiamo agli imberbi e alle giovanette (tra le quali la appena 36enne ministro del-l’Istruzione) come e perché la malattia è cominciata, non si vede proprio come siano in grado di curarla. Supposto, beninteso, che questo sia l’intento. All’origine di tutti i mali del nostro sistema educativo c’è la scoperta (dico così per dire) che la scuola coinvolge un enorme serbatoio di voti. Chi la tocca, contenta o disturba tutti i giovani in età scolastica, le loro famiglie, e anche un’armata di insegnanti, anch’essi con famiglie. Se non si tratta di metà del Paese, poco ci manca. Aggiungi che il tasto della scuola è altamente emotivo e infiammabile; in ballo c’è il futuro dei giovani, giovani che sono anche i nostri figli.

Pertanto non è un caso se la Dc non ha mai lasciato ad altri, finché ha regnato, il ministero dell’Istruzione di viale Trastevere. Intendiamoci: la prima Dc di ispirazione degasperiana ha avuto ministri dell’Istruzione bravi e responsabili che avevano davvero a cuore gli interessi della scuola, e che non li sottoponevano agli interessi di partito. Mi piace ricordare, tra questi, il ministro Gui, un gran signore veneto, fatto fuori da uno dei giovani macachi emergenti (Bisaglia) di quegli anni; e mi piace anche ricordare il ministro Malfatti che potrebbe confermare, se non fosse scomparso prematuramente, la mia battaglia, in una commissione ministeriale, per l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Malfatti mi dava ragione, ma mi disse in tutta franchezza (non era un tipo Moro): sarebbe da fare, ma «politicamente non lo posso fare». Già. La caccia al voto o, viceversa, il terrore del voto erano già diventati, a quel tempo, la preoccupazione dominante dei gestori del sistema educativo. Poi arrivò il ‘68 e da allora vige e impera la demagogia scolastica. Della quale sono finalmente venuti al pettine i nodi. Ciò premesso, i fattori distorsivi specifici del cattivo riformismo della scuola sono tre. Il primo è stato, appunto, il Sessantottismo, che è stato esiziale perché ha predicato l’ignoranza del passato, così recidendo quella trasmissione del sapere che dovrebbe essere la prima missione dell’educatore; ed esiziale perché, cavalcando la tigre dell’antielitismo, ha distrutto il principio del merito producendo la «società del demerito» che premia i peggiori e gli incapaci a danno dei competenti e dei migliori. Davvero formidabili quei ragazzi.

Il secondo fattore distorsivo è stato il progressivismo pedagogico (largamente di ispirazione psicoanalitica), che ha infestato tutta la disciplina, ma che ha avuto il suo più dannoso rappresentante nel celebre dottor Benjamin Spock, il guru che ha convertito al permissivismo tutte le madri dell’Occidente con la dottrina che il bambino non doveva essere frustrato da punizioni. E’ vero che poi Spock ha rinnegato, da ultimo, la sua dottrina; ma era troppo tardi. In passato i genitori erano dalla parte dei maestri; ora li assaltano nel chiedere la promozione ad ogni costo dei loro poveri figli. Prima la scuola media si reggeva sull’alleanza genitori-maestri. Ora i maestri che resistono all’andazzo «mammistico» sono lasciati soli e sono vilipesi come «repressivi ». Davvero formidabili quei genitori. C’è infine un fattore distorsivo che sfugge ai più: la teoria della società post-industriale come «società dei servizi» fondata sul sapere, o quantomeno su alti livelli di istruzione.

D’accordo; ma il post-industriale non doveva e non poteva sostituire l’industriale, vale a dire il nocciolo duro della produzione della ricchezza. Senza contare che la società dei servizi si trasforma facilmente in una società parassitaria di «piena occupazione » fasulla (tale anche perché gli economisti misurano bene la produttività industriale, ma assai meno bene la produttività di un universo burocratico). Il punto è, comunque, che è proprio l’idea della società dei servizi nella quale nessuno si sporca le mani che alimenta la insensata corsa universale al «pezzo di carta» del titolo universitario. Se ogni tanto ci fermassimo a pensare, ci dovremmo chiedere: ma perché tutti devono andare all’Università? C’è chi proprio non è tagliato per studi superiori (che difatti si sono «abbassati» per accoglierlo). Nemmeno è vero, poi, che il lavoro «terziario » dia più felicità. Anzi. Più si moltiplicano gli attestati cartacei che creano alte aspettative, e più creiamo legioni di scontenti senza lavoro, o costretti a un lavoro che considerano indegno del loro rango.

Fin qui gli antefatti che hanno prodotto la crisi e le malattie della scuola. Verrò ai fatti a una prossima occasione.

 


In Abruzzo centri commerciali su zone a rischio esondazione

21 Dicembre 2008

 

megalo

Sembra una congiura degli Dèi olimpici e invece è il frutto dei malgoverni, del consociativismo, della barbarie e dell’inciviltà, della chiusura intellettuale di chi rincorre il profitto a qualsiasi costo.

Si scrive nuova opportunità economica per il rilancio della regione,  si legge crimine contro l’ambiente, abuso di potere, scempio del territorio. Si scrive proficua commistione d’interessi tra imprenditoria e politica, si legge mafia.

Ancora l’Abruzzo, ancora l’annosa questione del fiume Pescara, un fiume che presenta livelli di inquinamento copiosamente oltre il livello massimo stabilito dalle normative. Un fiume sul cui letto posa la più grande discarica abusiva d’Europa.

Ma un altro primato europeo spetta alla regione che fu di D’Annunzio, quello della più alta concentrazione di centri commerciali. La zona metropolitana tra Pescara e Chieti è una distesa senza fine di centri commerciali di ogni sorta, doppioni, a  volte triple copie sorgono a distanza di pochi metri come cattedrali del nuovo consumo massificato.

Una proliferazione di ipermercati che ha tolto praticamente ogni flebile possibilità di esistenza al tessuto del piccolo e medio commercio di due città.

Per chi non lo sapesse l’Abruzzo è domicilio del più grande centro commerciale dell’Italia centrale; si chiama Megalò e il nome, molto poco fantasioso, è la definizione migliore per le sue inadeguate, spropositate, dimensioni.

Il Megalò è un’impressionante struttura polifunzionale, più che un centro commerciale sembra un aeroporto: due piani, oltre 100 negozi, multisala da 2000 spettatori, 2800 posti auto; sorge ai piedi di Chieti, poco più di 50 mila abitanti, se si stringessero entrerebbero tutti sulle scale mobili.

In pochi anni il Megalò è diventato il luogo di riferimento dei giovani del capoluogo teatino, e  basterebbe questo a chiudere il discorso con un bilancio pesantemente negativo. Invece no, siamo in Italia e c’è sempre qualcosa in più, sempre qualcosa di cui avere paura.

Il secondo nome di Megalò è Regalò, come regalato e il prezzo a cui è stato venduto il terreno su cui, 7 anni fa (giunta Pace di centrodestra), fu dato avvio ai lavori poi ultimati nel 2006 con l’inaugurazione dell’ ipermercato (giunta Del Turco di centrosinistra).

 Il complesso sorge su un’area a massimo rischio di esondazione (f4), un’area completamente inedificabile, terreni che costano un’ inezia perché il loro valore d’uso è pressoché nullo, a meno che qualcuno, evidentemente con qualche “conoscenza”, non riesca a tirarne fuori una mega-macchina da soldi, il Regalò appunto. Ma l’ingegner Merlino, il padre del progetto, è in attesa di un altro regalo, il nulla osta definitivo per l’ampliamento della struttura attraverso la costruzione di una nuova ala commerciale di 23 mila metri quadrati.

Il fiume è poco distante, pressato, schiacciato, soffocato da 10 metri di argine tirato su per reprimere la sua naturale tendenza ad occupare spazio. Male, malissimo perché il fiume non lo fermi, se gli impedisci di espandersi durante il percorso (zona Megalò) lui arriva a valle con più forza, con più massa.  E a valle c’è Pescara, tagliata in due com’è dal suo fiume, in caso di esondazione verrebbe sommersa; pochi scherzi, poche risatine, è già successo, nel 1888 e poi nel 1992 quando ancora il Megalò non c’era, il Megalò come Auchan-Mall, Mercatone Uno  e tutti gli altri. Scendendo a valle da Chieti  verso Pescara, sorgono infatti altri dieci centri commerciali, sembrano matriosche del consumo adagiate sul corso del fiume.

Ma non finisce qui, perché oltre ad essere in Italia siamo in Abruzzo, dove c’è ancora qualcosa in più rispetto alla media nazionale. Il qualcosa in più è di nuovo un centro ludico-commerciale, il più grande d’Italia, si chiamerà “Grand Prix One” e sarà grande come tutti quelli della zona messi insieme; un milione di metri quadrati, autodromo, negozi e alberghi di lusso. Superfluo dire che anche questa struttura sorgerà sopra un’area non edificabile a massimo rischio di esondazione.

Il via libera della Regione non è ancora arrivato per via delle elezioni, ma ora che i giochi elettorali sono terminati non dovrebbe esserci impedimento alcuno. E’ cambiata la connotazione politica della giunta, ma non sembra proprio un gran problema, tutti gli scandali di malgoverno della regione sono votati alla più assoluta continuità decisionale tra schieramenti differenti.

Le valutazioni d’impatto ambientale non esistono, non esistono limiti; tutto è possibile, compreso la distruzione di un territorio devastato dalle piaghe sociali, un territorio su cui la criminalità organizzata (edilizia e rifiuti) ha messo le mani da tempo anche se ai cittadini sembra non interessare, indaffarati come sono con la crisi e gli acquisti di Natale.

La realtà è molto diversa dal clima tutto lustrini e paillette, luci di Natale e trenini del Megalò ; la realtà ci dice che Pescara è ormai terra di conquista per palazzinari senza lodi. Lo scempio del territorio è compiuto con il placet trasversale della politica.

Paolo Rumiz di Repubblica ha scritto: Il mare non c’è più, le dune sono sparite, i veleni avanzano, il fiume è diventato una belva selvaggia, ma pochi protestano. Gli abruzzesi sono abituati a tacere da secoli. La loro è una “regione camomilla”, utilmente nascosta in una zona d’ombra dei media. Il dossier di un’azienda multinazionale la descrive così: “facilità di penetrazione, costi d’insediamento minimi, zero conflittualità sociale”. Soprattutto, “poche obiezioni ecologiche”. Sembra il Congo, invece è l’Italia.

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Atenei inutili, sperperi, campanilismo e malcostume (preview)

11 Dicembre 2008

 

Seguirà lungo post sulle condizioni delle università italiane, sulla demagogia e su quanto sia ridicola la protesta a fianco dei baroni; ora non ho tempo di scrivere. Accontentatevi dunque di questo ennesimo articolo di Gian Antonio Stella (tratto da Corriere.it) sulla pietosità della gestione dei fondi pubblici e sulla necessità di una VERA e quanto mai URGENTE riforma strutturale del mondo accademico.

Andrea Sferrella

 

L’Italia degli «atenei inutili»
In 33 nemmeno una matricola

Il caso limite di Celano, sui monti della Marsica: un corso di ingegneria agroindustriale con 7 prof per 17 ragazzi

Zero, zero, zero, zero, zero… È tutta lì, la fotografia della follia dell’Università italiana. Nella ripetizione per 33 volte, nella casella «immatricolati» di altrettanti «atenei» distaccati, del numero «0». Neppure un nuovo iscritto. Manco uno. Prova provata che la decisione megalomane e cocciuta di volere a tutti i costi almeno un corso di laurea sotto il campanile era totalmente sballata. Il dato, che conferma le denunce più allarmate, è contenuto nel Rapporto annuale 2008 sul nostro sistema universitario.
Il rapporto (i cui dati sono del 2007, qua e là aggiornati fino alla primavera scorsa) viene presentato oggi da Mariastella Gelmini. E possiamo scommettere che accenderà un dibattito infuocato. Perché delle due l’una: o queste cifre sono corrette (e se è così in molti casi serve un lanciafiamme) o lo sono solo in parte. E in questo caso il quadro sarebbe paradossalmente ancora più grave. Ogni numero del documento, infatti, risulta ufficialmente fornito alla banca dati del Miur dagli stessi atenei. Il rapporto, si capisce, offre una carrellata su un sacco di cose. Dice che gli studenti stranieri sono al massimo il 7,1% (a Trieste) e si inabissano allo 0,1 a Messina. Riconosce che la spesa media per ogni giovane iscritto negli atenei statali è di 8.032 euro contro i 15.028 che vengono spesi in Austria o i 23.137 in Svizzera. Spiega che siamo «al terzo posto al mondo, e addirittura al primo in Europa, per accessibilità, cioè per il numero di università (e relativi studenti) che si trovano tra le prime 500 università», ma che al contrario scivoliamo al 30˚ «per Flagship, ovvero per la qualità delle primissime università». Denuncia che le spese per il personale sono passate dal 2001 al 2006 da 5 miliardi e 764 milioni di euro a quasi 8 miliardi. Annota che l’età media dei docenti si è inesorabilmente alzata ancora.

LE CLASSIFICHE Riporta le classifiche mondiali elaborate dalla Quacquarelli Symonds, secondo le quali abbiamo solamente 10 università nelle prime 200 d’Europa (contro 47 del Regno Unito, 37 della Germania, 19 della Francia o 12 dell’Olanda, che ha un quarto dei nostri abitanti) e per di più queste, ad eccezione del Politecnico di Milano, di Padova e della Federico II di Napoli, perdono nel 2008 nuove posizioni rispetto alla già scoraggiante hit-parade dell’anno precedente. I numeri più impressionanti, però, sono forse quelli che dimostrano l’assurdità della moltiplicazione di «città universitarie». Cioè di paesotti, borghi e contrade a volte microscopici che hanno fortissimamente voluto qualcosa che potesse definirsi «universitario» come simbolo di riscatto o di promozione sociale alla pari di uno svincolo autostradale o di una circonvallazione. Una mania ridicolizzata dal costituzionalista Augusto Barbera con una battuta irresistibile: «Sogno di trovare all’ingresso dei paesi il cartello “comune de-universitarizzato”».
Un esempio per tutti? Poggiardo, seimila anime tra Maglie e Santa Cesarea Terme, in provincia di Lecce, dove il sindaco Silvio Astore non si è dato pace finché non ha avuto un distaccamento della Lum, Libera università mediterranea: «Il nostro paese è oramai una meravigliosa realtà accademica d’eccellenza e concorre a pieno titolo a un rilancio culturale del tessuto socioeconomico del territorio». Dice dunque il Rapporto annuale del ministero, liquidando questi «napoleonismi» campanilistici, che su 239 «città universitarie» inserite nel «catalogo» (anche se i conti non tornano con altri studi, come quello di Salvatore Casillo, Sabato Aliberti e Vincenzo Moretti, tre docenti salernitani autori mesi fa di un censimento che aveva contato 251 comuni che ospitavano almeno un corso di laurea) molte esistono ormai solo sulla carta. E dopo essere appassite in una manciata di anni, risultano somigliare a certi Enti Inutili che si trascinano dietro pendenze varie che ne ostacolano l’immediata soppressione.

SENZA STUDENTI Numeri ufficiali alla mano, 42 «atenei» hanno meno di cinquanta immatricolati, 20 ne hanno meno di venti (Moncrivello, Bisceglie e Pescopagano 12, Caltagirone e Andria 11, Figline Valdarno 5, Trani uno solo) e trentatré, come dicevamo all’inizio, non hanno più un solo studente che si sia aggiunto agli iscritti precedenti. Iscritti che in rari casi erano abbastanza numerosi (esempio: 480 ad Acireale), ma nella grande maggioranza dei casi erano già talmente pochi da fare impallidire chi si era incaponito sulla voglia di aprire una sede che potesse dirsi «universitaria». Venticinque studenti in totale al corso di «Tecniche erboristiche» a Bivona (dove non ci sono mense né pensionati né postazioni Internet né laboratori né biblioteche), 41 a Sanluri, che coi suoi 8.519 abitanti è il capoluogo della provincia sarda di Medio Campidano, 11 nell’emiliana Varzi, 4 a Corigliano Calabro e nella siciliana Vittoria. E poi un solo sopravvissuto a Spoleto, Città della Pieve, San Casciano in Val di Pesa… Al di là di questo e quel caso singolo, più o meno tragico o ridicolo, è un po’ tutto il sistema da riformare. Lo dice, ad esempio, il presidente della Provincia di Agrigento Eugenio D’Orsi. Il quale, in crisi coi conti, ha sparato a zero sul modo in cui è stato costruito il polo universitario agrigentino, legato a quello di Palermo, dicendo che è del tutto «superfluo avere ben 17 corsi di laurea uno dei quali addirittura con un solo studente». Tanto più che un docente portato a insegnare nella valle dei Templi costa quasi il triplo più che nella città di santa Rosalia.

«MODELLO CELANO» – Al «modello Celano» è stata dedicata qualche settimana fa un’inchiesta del Messaggero. Che si è chiesto che senso avesse mettere su, in un «borgo montano sperduta nel nulla » con le aule affacciate sui monti della Marsica, un corso di laurea in Ingegneria Agro-Industriale. Corso partito quest’anno con 17 matricole e 7 professori. Uno ogni due studenti. Il tutto finanziato («Noi non ci rimettiamo un euro», ci tiene a spiegare il rettore dell’Università dell’Aquila Ferdinando di Orio) da un Consorzio voluto dal Comune, banche e alcune aziende locali. Il record però, probabilmente, è di Sorgono, un paese sardo che coi suoi 1.949 abitanti è meno popolato di certi palazzoni popolari nelle periferie delle metropoli. Senza una facoltà proprio non riusciva a stare. Adesso c’è un corso di laurea in Informatica. Se dovesse non essere sufficiente (nessun immatricolato nuovo, ma i vecchi iscritti sono 38: wow!), il panorama nazionale è in grado di suggerire un mucchio di corsi alternativi. Tra le migliaia e migliaia già offerti ai più fantasiosi studenti italiani, almeno alcuni meritano una segnalazione: «Scienze e Tecnologie del Fitness e dei Prodotti della Salute», «Scienze del Fiore e del Verde», «Etologia degli Animali d’Affezione»…

Gian Antonio Stella


Eire, euroquangos, euroscettici e l’Europa appesa a un filo

30 Giugno 2008

 

Lo scorso 13 giugno 800 mila elettori irlandesi hanno detto no, attraverso il referendum, all’approvazione del Trattato di Lisbona, seconda versione della Carta Costituzionale europea, già bocciata due anni fa da Francia e Olanda. Si è aperto un periodo di stallo nel processo di unificazione europea. Ha vinto il campanilismo, l’egoismo sociale e forse la demagogia. Facile fare il muso duro alla recessione economica tirando fuori le vecchie logiche localistiche, per poi tornare, subito dopo, ad usufruire delle generose risorse di mamma Europa.

«Molti europei non capiscono il modo in cui costruiamo l’Europa in questo momento» ha detto Sarkozy e forse ha ragione perché, nel calderone dei commenti, tra euroscettici ed europeisti,  sembra essere l’unico ad aver colto il nocciolo del problema: la mancanza di collegamento tra il potere decisionale europeo e la cittadinanza, la difficile comprensione dei meccanismi della politica comunitaria in generale e la scarsa conoscenza del trattato in particolare.

Non è mancato chi ha brindato alla complicità di colori dell’asse Dublino – Pontida e non sono mancate le dichiarazioni ad effetto di chi, come Pera, ha attribuito la stasi alla cacciata di Dio dalla costituzione definendo il no irlandese come «la vendetta cristiana, la storica risposta dei credenti all’Europa senza Dio».

Crisi dunque, e c’era da aspettarselo date le difficoltà che il processo di unificazione europea ha avuto fin dal principio, le comunità nazionali non vogliono cedere il passo ad un organismo sovranazionale che potrebbe togliere loro ulteriori stralci di sovranità e margini di manovra. Una sovranità peraltro già abbondantemente logorata dai dettami del mercato globale, dalla delocalizzazione di capitali e produzioni, che partono per orizzonti lontani lasciando sulle spalle della vecchia Europa il peso di uno stato sociale insostenibile. Di conseguenza il no irlandese può essere visto come un tentativo di non piegarsi alla volontà dei grossi gruppi di potere finanziario che hanno fatto di Bruxelles il centro preferito per le attività di lobbying.

Ma l’Europa è soltanto questo? No. Non lo è per il semplice fatto che l’Europa rappresenta un disegno di aggregazione, per il fatto che le regole comunitarie potrebbero rappresentare un’ancora di salvezza per quei paesi, Italia in testa, che faticano nell’opera di modernizzazione perché pervasi dalla corruzione, dal malgoverno, dall’inciviltà.

Dunque gli euroscettici e i detrattori del Trattato non tengono conto di  due questioni determinanti, l’enorme flusso di denaro che arriva nel nostro paese sotto la dicitura Fondo europeo per…, nonché la preziosa questione identitaria che fa capo a una concezione di movimento, di convivenza tra popoli diversi. Dimenticano inoltre che senza i vincoli europei di bilancio l’Italia sarebbe da tempo arrivata al collasso economico, sommersa dalla voracità di un debito pubblico insostenibile.

Si può discutere, certamente, di alcune questioni legate al sistema decisionale e alle logiche di potere, si può discutere della proliferazione dei comitati, della pesantezza della macchina burocratica  comunitaria, del ruolo che le multinazionali esercitano a Bruxelles, ma non si può discutere della necessità di garantire uniformità favorendo il processo di unificazione, necessario proprio per rendere più agevole il governo del processo decisionale.

L’Europa è appesa a un filo, a noi italiani non resta che augurarci che continui a reggere.

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Miraggio PSOE

12 Aprile 2008

 

 

Sul Corriere di oggi leggo di un certo Partido Socialista Obrero Español  e del suo quarantasettenne  leader Josè Luis Zapatero a cui il popolo spagnolo ha affidato il secondo mandato di governo consecutivo. Leggo e arrivano ventate di libertà, raggi di sole ad illuminare le spiagge e il progresso, leggo di un governo composto da nove donne e otto uomini, leggo di un ministro della difesa donna Carme Chacon arrivata al vertice del prestigioso dicastero dopo essersi distinta per il buon lavoro fatto come ministro della Casa nel primo governo Zapatero, lavoro che  può essere facilmente riassunto in un solo, emblematico, risolutivo provvedimento chiamato «Legge di aiuto agli affitti » e allora continuo a leggere e  leggo di assegni mensili di 210 euro per i giovani fra i 22 e i 30 anni con reddito inferiore a 22 mila euro ( che sarebbero circa 1700 euro al mese considerando anche la tredicesima).

Leggo di questo PSOE che ha saputo unire la sua tradizione di partito operaio ad una visione laica e riformista dello stato, che ha saputo operare con rigore e attenzione partecipando attivamente all’opera di modernizzazione della macchina burocratica del paese, un partito che ha saputo coniugare le visioni di ognuno dei suoi elettori in un’unica cellula di idee che continua a rigenerarsi e a far sì che la Spagna diventi ogni giorno di più una specie di terra promessa per quelli della mia generazione. La Spagna di oggi è un paese estremamente evoluto, un paese in cui la maggioritaria volontà modernizzatrice ha avuto la meglio sulle vecchie logiche di potere, la Spagna è un paese che negli ultimi anni ha fatto di tutto per liberarsi di un passato scomodo, un passato segnato dalla dittatura fascista di Francisco Franco e dall’ingombrante presenza della chiesa cattolica, un passato molto simile a quello della nostra repubblica che però ha ormai lasciato il posto ad un divenire storico decisamente ottimista. La dittatura del Franco Bahamonde si è protratta fino al 1975, anno della morte del generale, da quel momento in poi si è aperta una fase di transizione politica, che non senza difficoltà, ha portato alla nascita di uno stato democratico. Non si riesce quindi a capire come le numerose assonanze storiche e geopolitiche, tra Italia e Spagna siano poi sfociate in una così drastica differenza di vedute, e in due situazioni socio-economiche talmente diverse tra loro da rendere ormai assolutamente anacronistico quanto inutile il paragone tra le stesse.

Non è più tempo di paragoni, non è più tempo di proclami elettorali, è tempo di seguire un esempio di civiltà, di laicità, un esempio di progresso economico attento alle esigenze dello stato sociale, è tempo, cara Italia, di porre fine a una sistema di potere che ha soltanto smussato i toni, allentato le censure, ma che non si è mai sottratto al suo incontenibile desiderio di potere, alla sua genetica disposizione verso il controllo.

In Italia il fascismo non è mai terminato, il fascismo delle raccomandazioni, dei reclami che finiscono nel vuoto, il fascismo di un’informazione vessata, controllata, il fascismo dell’invadenza delle gerarchie ecclesiastiche negli affari del potere temporale, il fascismo di chi non ha mai rinunciato alle vecchie logiche di governo dell’apparato statale, il fascismo di chi compra i voti, di chi definisce un mafioso come un eroe, di chi ha ucciso il progresso nella culla, di chi continua a farlo magari senza rendersene conto.

Leggo un articolo di Enric Gonzales, giornalista di El Pais, che definisce il nostro paese una “gerontocrazia politica”, il che rappresenta una sorta di nuovo dominio costituzionale se vogliamo, in realtà come lo stesso Gonzales precisa la senilità della classe politica non è un’anomalia del sistema paese, ma una sua triste verità:

“la gerontocracia política no es una anomalía. La población italiana es la más vieja de la UE, con una media de 42 años, y la sociedad parece haber evolucionado hacia un sistema gerontocrático que bloquea el ascenso de los jóvenes”.

Leggo El Pais e mi torna in mente li sorriso di una Catalunya da baciare e la voglia di vivere in un paese autenticamente contemporaneo, poi i miei occhi tornano a posarsi sul secondo articolo del Corriere, si parla di Matrix, Mentana, Veltroni e Berlusconi.

Ritorno alla realtà; domani si vota. Siamo italiani e oggi esserlo e soprattutto voler continuare ad esserlo suona come una triste, lenta e inesorabile condanna alla solitudine intellettuale.