Studenti a vita. La “farsa” del 3 + 2
21 Maggio 2008
Da un articolo de L’espresso viene fuori una realtà inquietante sulla situazione della disoccupazione giovanile in Italia. I dati parlano chiaro, la disoccupazione media dei giovani laureati è del 2,3% negli Stati Uniti e nel Regno Unito, del 2,8% in Svezia, del 3,3% in Danimarca, del 5% in Germania. Il dato aumenta in Francia e Spagna dove la disoccupazione giovanile raggiunge il 5,9% ma si attesta comunque intorno alla media dell’OCSE e dell’Ue-19. Il dato italiano è sconcertante, 13,5% di giovani laureati senza lavoro, seguito soltanto dal 15,4% della Grecia.
Ovunque si va a scavare nelle classifiche OCSE, si scopre qualcosa di interessante, qualsiasi variabile di riferimento si analizza la costante è una e una sola, l’Italia è il fanalino di coda d’Europa.
Il mondo del lavoro deve fare i conti con una domanda spropositata, una domanda a cui risponde con le offerte di lavoro a tempo determinato e i contratti a progetto.
Con la riforma del 1999 si è fatto di tutto per tentare di riformare il sistema universitario attraverso la creazione delle lauree brevi, nel tentativo di diminuire il numero di studenti fuori corso e abbassare l’età media dei laureati, così da renderli maggiormente competitivi sul mercato del lavoro europeo. A dieci anni dall’entrata in vigore della riforma, il metodo 3+2 sembra essere fallito in tutto e per tutto, l’82% dei laureati prosegue infatti il proprio corso di studi e, in modo molto probabile, lo fa non per scelta personale o volontà di approfondire, ma semplicemente per accumulare carte da giocare sul mercato lavorativo.
Sostanzialmente, almeno nella maggior parte dei casi, la laurea specialistica è nient’altro che questo, nient’altro che un diversivo all’insicurezza, un modo per allontanare ancora un po’ la prospettiva di un futuro precario.
Dunque se il risultato della riforma è ineccepibile dal punto di vista statistico, l’età media dei laureati si attesta infatti attorno ai 24 anni, non lo è altrettanto dal punto di vista pratico e qualitativo. Tra laurea di primo livello, specialistica e master i giovani si affacciano sul mercato del lavoro sempre più tardi, quelli di loro che scelgono la strada europea si trovano a dover combattere contro contendenti di due o tre anni più giovani, senza neanche sfiorare il discorso della preparazione, perché lì si rischia davvero di imbattersi in nell’assurdità di un sistema scolastico sconclusionato e inefficiente.
Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea, specifica che con la riforma Berlinguer si chiedeva alle università di intraprendere un percorso culturale di rinnovamento, “non di versare un litro di vino in una bottiglia da tre quarti”. Questa di Cammelli è la metafora migliore per descrivere il modello 3+2, stessi esami in minor tempo, con l’aggiunta di varie voci professionalizzanti e particolari, significa fare più esami in meno tempo, significa dunque smussare i programmi e di conseguenza imparare di meno per poi ritrovarsi a dover intraprendere un ulteriore percorso di studi, in modo da garantirsi la conoscenza specifica e necessaria per l’accesso alle professioni.
Il ragionamento è semplice, sintetizzato alla perfezione da Angelo Guerraggio, docente di Matematica alla Bocconi, “Di fatto adesso siamo al 4+3: in media uno studente impiega quattro anni per il triennio, poi i due della specialistica, tra ammissione esami e tesi, diventano tre: insomma siamo tornati ai sette anni, quelli che facevano scandalo prima della riforma”. Dunque stesso tempo meno qualità.
Meno qualità significa più laureati per un numero sempre più esiguo di posti di lavoro, significa appiattimento degli studenti attorno alla media, significa difficoltà di individuare i meritevoli, significa quindi meno meritocrazia per un paese che è già di per sé un miraggio di democrazia.
Primo maggio di lacrime e sangue
1 Maggio 2008
Chi suda il salario, chi sogna la gloria, chi sogna i milioni, chi ruba e chi lotta, chi muore al lavoro.
Onore a chi si alza tutte le mattine alle sei per andare a lavorare, per andare a morire. Le nostre lacrime e la nostra indignazione sono soltanto rumori di seta per un mondo di sordi. Sono storie di barbe del giorno prima, di occhi rossi dal sonno, di conti a fine mese per vedere tuo figlio sorridere, sono storie di stenti e di lotta e ancora stenti e ancora lotta, sono storie di operai uccisi, morti bruciati in una guerra che non ha vincitori ma solo combattenti.
Onore ai 1300 morti sul lavoro che ogni anno questo paese produce nella piena indifferenza dei più.
Onore a Rosario Rondinò, Bruno Santino, Roberto Scola, Antonio Schiavone, Angelo Laurino, Rocco Marzo e Giuseppe Demasi, morti ammazzati nel rogo del 6 novembre alla ThyssenKrupp di Torino.
Piange ciò che muta, anche
per farsi migliore. La luce
del futuro non cessa un solo istante
di ferirci: è qui, che brucia
in ogni nostro atto quotidiano,
angoscia anche nella fiducia
che ci dà vita, nell’impeto gobettiano
verso questi operai, che muti innalzano,
nel rione dell’altro fronte umano,
il loro rosso straccio di speranza.
Pier Paolo Pasolini
Pubblicato da Andrea Sferrella 
Pubblicato da Andrea Sferrella 
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