Pensioni e mercato del lavoro: sono i giovani a pagare

16 Novembre 2009

 

pensione

Pubblico un articolo di Tito Boeri tratto da La Repubblica.

«Finché ci sono io non ci saranno tagli alle pensioni». Non se n´è accorto, ma con queste parole Tremonti ha annunciato l´intenzione di terminare il suo mandato prima della fine della legislatura. Oppure ha deciso di riformare domani, subito, il nostro mercato del lavoro. Il fatto è che la crisi sta già tagliando le pensioni. Non quelle in essere, Ma quelle di chi è entrato, o meglio è rimasto, in attesa di entrare nel mercato del lavoro, da quando la crisi è iniziata. Certo, non possiamo dare la colpa della crisi al governo. Ma quella di non aver fatto sin qui nulla per evitare ai giovani un futuro pensionistico grigio, anzi grigissimo, non possiamo proprio risparmiargliela. Con tutta la buona volontà.

La crisi del lavoro in Italia ha sin qui colpito quasi solo i giovani. A differenza di crisi precedenti, non c´è stato solo il congelamento delle assunzioni, comunque diminuite del 30%. Ci sono anche stati licenziamenti massicci tra chi aveva contratti a tempo determinato, collaborazioni a progetto o partite Iva (tra il 10 e il 15 per cento del loro numero a inizio della crisi). Accade così che oggi un disoccupato su tre ha meno di 25 anni contro uno su quattro prima dell´inizio della crisi. Siamo il paese Ocse in cui il rapporto fra il tasso di disoccupazione dei giovani e il tasso di disoccupazione complessivo è più alto (più che tre volte più alto) ed è aumentato di più dall´inizio della recessione. Significa che il rischio di perdere il lavoro è diventato ancora più concentrato sui giovani. Non era un Paese per giovani, il nostro. Lo sarà ancora meno se non si fa qualcosa. Non sono danni transitori quelli che stiamo facendo ai giovani, non sono danni destinati a evaporare dopo la recessione. Diversi studi documentano che chi inizia la propria carriera con un periodo di disoccupazione (e chi non la inizia del tutto, pur cercando attivamente un lavoro), ha una vita lavorativa caratterizzata da frequenti periodi senza lavoro e con salari più bassi, al contrario di chi non ha vissuto questa esperienza (inizialmente i salari sono fino al 20% più bassi, poi il divario si riduce al 5%, ma solo nel caso in cui non si perda nuovamente il lavoro). È, quindi, una condanna che ci si porta dietro per tutta la vita, fatta di salari più bassi, rischi più alti di perdere il posto di lavoro e anche peggiori condizioni di salute di chi il lavoro non l´ha mai perso. A questi danni bisogna poi aggiungere quello di ricevere una pensione molto più bassa al termine della propria vita lavorativa. Perché chi entra oggi nel mercato del lavoro avrà una pensione calcolata secondo le regole del sistema contributivo, quindi legata ai salari che ha ricevuto durante l´intero arco della vita lavorativa. E chi oggi perde un lavoro precario non si vede riconoscere i cosiddetti oneri figurativi: non c´è qualcuno, lo Stato, che gli versa i contributi mentre egli cerca un impiego alternativo. In altre parole, il giovane occupato a singhiozzo assiste impotente a un ulteriore assottigliamento della sua pensione.

Continuare a ignorare i problemi dell´ingresso nel mercato del lavoro e non disporre l´estensione di ammortizzatori sociali e oneri figurativi ai lavoratori temporanei vuol dire quindi tagliare le pensioni del domani in modo molto consistente, contando sul fatto che le vittime di questo taglio se ne accorgeranno quando ormai sarà troppo tardi e quando i responsabili di questi tagli sono, loro sì, da tempo andati in pensione. Il nostro ministro dell´Economia si vanta spesso di avere previsto l´imprevedibile. Solo lui avrebbe avvistato il cigno nero sulle coste australiane. Gli chiediamo questa volta di vedere ciò che noi tutti vediamo: un futuro pensionistico difficilissimo per i nostri figli e di agire di conseguenza. Ci sono tre cose da fare subito. Primo riformare i percorsi di ingresso nel mercato del lavoro, superando il suo stridente dualismo, con innovazioni come il contratto unico a tempo indeterminato a tutele progressive, ormai condivise da ampi settori dell´opposizione e del sindacato. Secondo estendere la copertura dei nostri ammortizzatori sociali, che sono oggi i meno generosi tra i paesi dell´Ocse, tra cui figura anche la Turchia, come certificato recentemente da questa organizzazione spesso citata dal ministro dell´Economia. Terzo, mandare a tutti i lavoratori un estratto conto previdenziale che, come in Svezia, li informi su quale sarà la loro pensione futura, sulla base di proiezioni realistiche sui loro guadagni futuri. Se non lo fa, nonostante glielo sia stato chiesto da anni (e lo stesso ministro Sacconi si sia impegnato in questo senso ufficialmente all´ultima assemblea della Covip), sarà solo perché ha paura di dire agli italiani la verità sui tagli che sta operando alle loro pensioni rinunciando a riformare il mercato del lavoro.

Tito Boeri

 

 


1 maggio

1 Maggio 2009

 Dal 2007 a oggi in Italia ci sono stati 2245 morti sul lavoro.


Studenti a vita. La “farsa” del 3 + 2

21 Maggio 2008

 

Da un articolo de L’espresso viene fuori una realtà inquietante sulla situazione della disoccupazione giovanile in Italia. I dati parlano chiaro, la disoccupazione media dei giovani laureati è del 2,3% negli Stati Uniti e nel Regno Unito, del 2,8% in Svezia, del 3,3% in Danimarca, del 5% in Germania. Il dato aumenta in Francia e Spagna dove la disoccupazione giovanile raggiunge il 5,9% ma si attesta comunque intorno alla media dell’OCSE e dell’Ue-19. Il dato italiano è sconcertante, 13,5% di giovani laureati senza lavoro, seguito soltanto dal 15,4% della Grecia.

Ovunque si va a scavare nelle classifiche OCSE, si scopre qualcosa di interessante, qualsiasi variabile di riferimento si analizza la costante è una e una sola, l’Italia è il fanalino di coda d’Europa.

Il mondo del lavoro deve fare i conti con una domanda spropositata, una domanda a cui risponde con le offerte di lavoro a tempo determinato e i contratti a progetto.

Con la riforma del 1999 si è fatto di tutto per tentare di riformare il sistema universitario attraverso la creazione delle lauree brevi, nel tentativo di diminuire il numero di studenti fuori corso e abbassare l’età media dei laureati, così da renderli maggiormente competitivi sul mercato del lavoro europeo. A dieci anni dall’entrata in vigore della riforma, il metodo 3+2 sembra essere fallito in tutto e per tutto, l’82% dei laureati prosegue infatti il proprio corso di studi e, in modo molto probabile, lo fa non per scelta personale o volontà di approfondire, ma semplicemente per accumulare carte da giocare sul mercato lavorativo.

Sostanzialmente, almeno nella maggior parte dei casi, la laurea specialistica è nient’altro che questo, nient’altro che un diversivo all’insicurezza, un modo per allontanare ancora un po’ la prospettiva di un futuro precario.

Dunque se il risultato della riforma è ineccepibile dal punto di vista statistico, l’età media dei laureati si attesta infatti attorno ai 24 anni, non lo è altrettanto dal punto di vista pratico e qualitativo. Tra laurea di primo livello, specialistica e master i giovani si affacciano sul mercato del lavoro sempre più tardi, quelli di loro che scelgono la strada europea si trovano a dover combattere contro contendenti di due o tre anni più giovani, senza neanche sfiorare il discorso della preparazione, perché lì si rischia davvero di imbattersi in nell’assurdità di un sistema scolastico sconclusionato e inefficiente.

Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea, specifica che con la riforma Berlinguer si chiedeva alle università di intraprendere un percorso culturale di rinnovamento, “non di versare un litro di vino in una bottiglia da tre quarti”. Questa di Cammelli è la metafora migliore per descrivere il modello 3+2, stessi esami in minor tempo, con l’aggiunta di varie voci professionalizzanti e particolari, significa fare più esami in meno tempo, significa dunque smussare i programmi e di conseguenza imparare di meno per poi ritrovarsi a dover intraprendere un ulteriore percorso di studi, in modo da garantirsi la conoscenza specifica e necessaria per l’accesso alle professioni.

Il ragionamento è semplice, sintetizzato alla perfezione da Angelo Guerraggio, docente di Matematica alla Bocconi, “Di fatto adesso siamo al 4+3: in media uno studente impiega quattro anni per il triennio, poi i due della specialistica, tra ammissione esami e tesi, diventano tre: insomma siamo tornati ai sette anni, quelli che facevano scandalo prima della riforma”. Dunque stesso tempo meno qualità.

Meno qualità significa più laureati per un numero sempre più esiguo di posti di lavoro, significa appiattimento degli studenti attorno alla media, significa difficoltà di individuare i meritevoli, significa quindi meno meritocrazia per un paese che è già di per sé un miraggio di democrazia.


Primo maggio di lacrime e sangue

1 Maggio 2008

 

Chi suda il salario, chi sogna la gloria, chi sogna i milioni, chi ruba e chi lotta, chi muore al lavoro.

Onore a chi si alza tutte le mattine alle sei per andare a lavorare, per andare a morire. Le nostre lacrime e la nostra indignazione sono soltanto rumori di seta per un mondo di sordi. Sono storie di barbe del giorno prima, di occhi rossi dal sonno, di conti a fine mese per vedere tuo figlio sorridere, sono storie di stenti e di lotta e ancora stenti e ancora lotta, sono storie di operai uccisi, morti bruciati in una guerra che non ha vincitori ma solo combattenti.

Onore ai 1300 morti sul lavoro che ogni anno questo paese produce nella piena indifferenza dei più.  

Onore a Rosario Rondinò, Bruno Santino, Roberto Scola, Antonio Schiavone, Angelo Laurino, Rocco Marzo e Giuseppe Demasi, morti ammazzati nel rogo del 6 novembre alla ThyssenKrupp di Torino.    

Piange ciò che muta, anche
    per farsi migliore. La luce
    del futuro non cessa un solo istante
    
    di ferirci: è qui, che brucia
    in ogni nostro atto quotidiano,
    angoscia anche nella fiducia
    
    che ci dà vita, nell’impeto gobettiano
    verso questi operai, che muti innalzano,
    nel rione dell’altro fronte umano,
il loro rosso straccio di speranza.

 Pier Paolo Pasolini