Pietro Ichino: “Perchè mi sono costituito parte civile al processo contro le nuove Br”

30 Gennaio 2009

 

Pubblico una sintesi della deposizione di Pietro Ichino nel processo contro le nuove Brigate Rosse. Pietro Ichino, giuslavorista e senatore Pd, vive sotto scorta dal 2002.  

L’allarme è incominciato con l’assassinio di Massimo D’Antona, nel maggio 1999: fino a quel momento tutti pensavamo che il terrorismo fosse finito. All’inizio di quell’estate la Digos mi contattò per darmi alcuni consigli per la mia sicurezza.

Alla fine di quell’anno il ministro dei Trasporti Bersani mi chiese di continuare il lavoro di D’Antona all’Enav, per cercare di ricondurre entro limiti di correttezza e ragionevolezza un sistema di relazioni sindacali che sembrava impazzito. Accettai quell’incarico con qualche preoccupazione per la mia sicurezza. Nei tre anni successivi confesso che ero un po’ preoccupato: al mattino, quando uscivo di casa, pensavo che quello poteva essere il luogo dove sarebbe avvenuta l’aggressione e mi pareva di vedere in anticipo la scena della mia morte. D’altra parte, rinunciare a a dire e scrivere quel che penso avrebbe significato subire l’intimidazione. Erano gli anni in cui collaboravo strettamente con Marco Biagi, che avevo chiamato a insegnare diritto comunitario del lavoro nel Master di cui ero Direttore e collaborava con me anche per la Rivista italiana di diritto del lavoro. Lui era ancora sotto scorta, prima che gliela togliessero. Mi ricordo che, parlando di questo pericolo, ci dicevamo che i nostri genitori e i nostri nonni erano stati chiamati a rischiare la vita su frontiere che meritavano assai di meno quel sacrificio: a noi toccava rischiarla su di una frontiera che lo meritava molto di più, quella del progresso civile, della difesa della Costituzione repubblicana, della libertà di pensiero e di parola.

Poi a lui la scorta venne tolta; e pochi mesi dopo venne ucciso sulla porta di casa. Il giorno dopo quell’assassinio, il 20 marzo 2002, venne immediatamente attivata la protezione per me. E da allora vivo sotto scorta.

Nel febbraio 2003 ci fu un’improvvisa intensificazione dell’allarme: un giorno per l’altro venni avvertito che avrei dovuto viaggiare sempre con un’auto blindata e un’altra auto al seguito, con cinque agenti; viaggiavamo sempre a sirene spiegate, mi accompagnavano anche in Università con le armi imbracciate. Poche settimane dopo capii meglio il perché, quando ci fu la sparatoria sul treno, nella quale venne ucciso Galesi e venne catturata Nadia Lioce: la polizia aveva notizia della preparazione di un attentato contro un giuslavorista particolarmente impegnato sul terreno delle riforme e aveva ragione di ritenere che potessi essere io il bersaglio.

Qualche tempo dopo quell’episodio la scorta è stata di nuovo ridotta a due soli agenti con una macchina. Fra il 2004 e il 2005 ho chiesto un paio di volte al Prefetto di Milano se non fosse il caso di revocare il dispositivo di protezione; e tutte le volte mi rispose che non era ancora il momento per farlo.

Nel giugno 2006, quando il Governo Prodi si era insediato da pochi giorni, il neo-ministro Tommaso Padoa Schioppa annunciò che sarebbero stati necessari alcuni tagli nella spesa pubblica. Poiché mi pareva che ormai il pericolo fosse cessato, colsi l’occasione per scrivergli una lettera, proponendogli di incominciare dal taglio della mia scorta. Nel settembre successivo, invece, il Prefetto mi convocò per dirmi che erano sopravvenuti motivi gravi, riguardanti specificamente me, per non abbassare la guardia. E nel febbraio 2007 capii quali erano quei motivi: fin dall’estate dell’anno prima era in corso un’indagine della Digos, dalla quale emergeva che un nuovo gruppo di terroristi aveva proprio me nel mirino: avevano fatto degli appostamenti e stavano preparando un’aggressione.

Così mi è toccato continuare a girare con la scorta, ad avere i due agenti alle costole anche in Università, davanti alla porta del mio studio, nell’aula in cui facevo lezione. Anche questa è una mortificazione, perché in qualche misura incide sul rapporto educativo tra me e i miei studenti; quei due agenti significano che, per le cose che insegno, che sostengo, che scrivo, c’è qualcuno che mi vorrebbe morto; qualcuno che considera quelle cose delittuose, addirittura mostruose: altrimenti perché le si considererebbero meritevoli della pena di morte? In qualche misura questa minaccia è rivolta, indirettamente, anche a loro, agli studenti: è come dire loro che stiano attenti, che non mi credano, che le mie idee sono pericolose come la peste.

Ma, soprattutto, quella minaccia è rivolta all’intera comunità dei giuslavoristi: è il loro dibattito che viene falsato, inquinato dall’intimidazione. Ne è leso nella sua libertà anche chi dissente dalle mie idee, perché non può esprimere il suo dissenso con la stessa serenità con cui lo farebbe in qualsiasi altro Paese civile, dove il dibattito è veramente libero.

 


Pescara, libero il sindaco D’Afonso; per il Gip nessuna corruzione

24 Dicembre 2008

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Libero. Revocata la misura cautelare all’ex sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso; per il gip Luca De Ninis non c’è stata alcuna corruzione, ma soltanto finanziamento illecito al partito La Margherita nelle elezioni politiche del 2006. Dunque clamorosa inversione di marcia del giudice per le indagini preliminari che ha concesso la libertà a D’Alfonso in aperto contrasto con il pubblico ministero Gennaro Varone, il quale continua a sostenere l’impianto accusatorio. Secondo il pm infatti, il passaggio in nero di quel denaro è comunque riconducibile ad un episodio di corruzione anche se avvenuto durante la campagna elettorale.

D’Alfonso passerà il Natale da uomo libero e potrebbe finanche ritirare le dimissioni; nel frattempo due giorni fa è tornato in libertà anche Guido Dezio, il braccio destro del sindaco.

Qualcosa di incredibile, in soli dieci giorni  l’intero impianto accusatorio perde completamente valore, o comunque si presenta decisamente ridimensionato rispetto al momento dell’arresto.

Secondo il gip non c’è stato alcun pagamento di tangenti, solo finanziamento al partito, regali e favori personali. Insomma non ci sono prove di quella corruzione che dieci giorni fa De Ninis stesso, definiva chiara, logica e indiscutibile, praticamente lapalissiana.

L’inchiesta continua, ma la vicenda mette i brividi, se D’Alfonso risulterà colpevole, questa clamorosa inversione di marcia verrà catalogata come semplice, ma inspiegabile,incidente di percorso. Se D’Alfonso dovesse invece risultare innocente, De Ninis e Varone dovranno spiegare il perché di tanta urgenza e i motivi della loro clamorosa svista. Dovranno rispondere di aver gettato discredito su una città, su un’amministrazione, su un partito. Di aver privato un uomo della sua libertà, per semplice mania di protagonismo.

Non è la prima volta che Luca De Ninis e Gennaro Varone si rendono protagonisti di un errore fragoroso, disdicevole, indegno per il ruolo istituzionale che ricoprono. Nell’ aprile del 2008 la procura di Pescara, ordina l’arresto del chirurgo Marco Basile, accusato di aver asportato un rene ad una paziente provocandone la morte. Per giorni Pescara è al centro dell’attenzione in tutti i tg nazionali, lo scandalo è clamoroso, l’eco mediatico lo è ancor di più.

Anche in quell’occasione accuse pesantissime: omicidio colposo, soppressione, falso in atto pubblico. Il rene non si trova, Basile è dipinto come un mostro, gettato sulla gogna mediatica, processato per direttissima e condannato dall’opinione pubblica senza possibilità di appello. De Ninis e Varone sono i nuovi paladini della lotta alla malasanità. Marco Basile trascorre 40 giorni agli arresti domiciliari, poi il corpo della donna viene riesumato e si scopre che il rene non era mai stato asportato, ma era affetto da una grave malformazione congenita.

Scusi, ci siamo sbagliati, lei è di nuovo libero. Ma basterebbe un sondaggio rapido e veloce per scoprire che molti pescaresi ignorano completamente gli sviluppi di quella triste vicenda.

Detto questo la questione morale esiste e continua ad esistere, il sistema politico è malato, ma quello giudiziario lo è forse di più. Continuare a non accorgersene è grave, gravissimo. Non essere sicuri dell’affidabilità del potere giudicante, significa non poter dormire sogni tranquilli, significa non riuscire ad attrarre investimenti per la lungaggine delle controversie processuali.

Siamo di fronte ad una lotta tra poteri forsennata, che vede politica e magistratura combattersi a vicenda per evitare di perdere spazi di manovra.

In Italia ci sono caste e caste; la differenza tra politica e magistratura è che nel bene e nel male i politici sono eletti dal popolo che, almeno in teoria può disporre delle sorti dei suoi rappresentanti (ergo può scegliere di non votarli di nuovo); i magistrati non sono controllati da nessuno, e mai nessun magistrato ha risposto dei suoi errori, mai nessun magistrato ha mai neanche avuto il buon senso di emettere un comunicato stampa in cui venissero almeno riconosciuti quegli stessi errori.

In definitiva, la giustizia va riformata, la politica va riformata, l’Italia va riformata. Per adesso Luciano D’Alfonso è un uomo libero, domani si vedrà.

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L’affare rifiuti e le mafie globali

12 Giugno 2008

 

Fine degli anni ‘70; la criminalità organizzata dà il via al suo mutamento, cambia il legame con il territorio, cambiano le strategie; la camorra alza il tiro. Dal traffico internazionale di droga scaturiscono enormi flussi di denaro che permettono ai clan di aumentare la propria capacità gestionale, continua l’estorsione, continua lo sfruttamento della prostituzione, continuano i crimini tradizionali, ma l’attenzione dei vertici si sposta sugli affari; enormi somme di denaro vengono non solo riciclate attraverso attività lecite, ma reinvestite sul mercato in modo da generare profitti sterminati.

Anche la criminalità organizzata punta al mercato globale, due volte globale per la eterogeneità delle sue forme e per l’estensione della sua gestione territoriale.

Con la crescita della consapevolezza ambientalista cresce anche l’interesse della malavita per l’affare rifiuti, la camorra si inserisce nel percorso raccolta-stocaggio-smaltimento e lo gestisce direttamente. L’imprenditoria ha bisogno di smaltire i rifiuti, ovviamente ha interesse a pagare il prezzo più basso possibile. La camorra gestisce l’intero ciclo a prezzi ridotti, si impadronisce di ciò che rappresenta un intralcio per la produzione industriale e lo trasforma in ricchezza. Tutto questo causa un effetto collaterale devastante, l’alterazione del mercato. L’impresa che appalta lo smaltimento ad organizzazioni legali è costretta a dover pagare prezzi più alti, trovandosi quindi in una posizione sfavorevole rispetto ai suoi diretti concorrenti, il risultato di questo circolo perverso è che tutte le imprese finiscono per appaltare, più o meno consapevolmente, lo smaltimento dei rifiuti alla camorra.

Le fonti di guadagno della camorra non terminano qui, per la verità sembrano non terminare mai. Una sorta di ciclo infinito. Un ciclo formato da vari passaggi, come fossero le mani di un poker, un poker in cui la camorra vince sempre e non passa mai. Così ai rifiuti si affianca il calcestruzzo e l’edilizia. Inoltre spesso gli interessi convergono verso la stessa zona, verso lo stesso buco. Un buco sul quale la camorra guadagna tre volte; la prima con i movimenti terra, la seconda con lo sversamento dei rifiuti e la terza con l’edificazione, sugli stessi terreni, di costruzioni abusive.

Il clan dei Casalesi, in particolare la famiglia Zagaria, è, secondo la direzione distrettuale antimafia di Napoli, l’impresa più forte nella gestione dei movimenti terra a livello nazionale. Tutto questo come fosse nulla, sotto lo sguardo di uno stato assente o presente a intermittenza, che prima osserva tacitamente e poi addirittura condona. Niente di più sbagliato credere che il binomio rifiuti-camorra sia una questione tutta campana, la maggior parte dei rifiuti tossici presenti nel casertano o nella zona di Pianura  arrivano dal nord, spesso dal ricco nord-est, dal triveneto, magari pure scortati da qualche insulto razzista. La verità è che le province di Napoli e Caserta sono “pattumiere nazionali”, zone franche in cui riversare tutto ciò che non può stare altrove, il territorio della provincia di Caserta è quello con il maggior numero di discariche abusive in Europa.

Il poker continua e la malavita vince sempre. Approfittando dei numerosi viaggi dei tir per il carico dei rifiuti, la malavita prende contatto con il territorio, organizza lo spaccio di materiali e stupefacenti. Spesso la criminalità organizzata entra in un territorio attraverso la cosiddetta “triangolazione”. Questo processo consente di far circolare materiale tra due ditte che non potrebbero entrare in contatto tra loro, attraverso il passaggio intermedio per un’organizzazione “pulita”, la quale attraverso la falsificazione dei documenti riesce a rendere possibile il transito delle merci. E’ importante sottolineare, inoltre, che in materia di reati contro l’ambiente esistono un gran numero di norme non concatenate tra loro, la presenza di una normativa poco chiara costituisce un vantaggio importante per chi punta a delinquere. La produzione legislativa è importante così come il coordinamento tra le istituzioni, però è altrattanto importante la cultura e il livello d’informazione della società civile.

E’ necessario, inoltre, stabilire nuovi criteri di progettazione industriale che tengano conto dei danni procurati all’ambiente, procedendo, attraverso le valutazioni d’impatto ambientale, alla previsione delle possibili ripercussioni sull’ecosistema. Uno degli intralci sul percorso di comprensione delle dinamiche della criminalità organizzata è rappresentato dal fatto che tutti noi abbiamo sempre concepito la mafia come un fenomeno cultural-territoriale. La mafia è un fenomeno globale, ha addirittura anticipato la globalizzazione e probabilmente è riuscita a farlo anche grazie a questa incapacità di analisi della società civile.

Siamo di fronte ad un fenomeno delittuoso in ascesa, negli ultimi dodici anni sono state accertate 321 mila infrazioni contro l’ambiente. L’affare rifiuti inizia ad avere un impatto significativo nell’89  quando i Casalesi prendono contatti con il territorio di Pianura, un territorio che, nonostante abbia ottenuto da poco l’attenzione mediatica del paese, è da molti anni il vero e proprio centro dell’affare rifiuti. Un territorio ormai distrutto, concimato dai rifiuti tossici e mai bonificato.

Oggi si parla di “ecomafie”. Il fatto stesso che sia stato creato un neologismo per descrivere il fenomeno la dice lunga sulle dimensioni dello stesso. Sul territorio nazionale sono presenti 469 mila edifici abusivi edificati. Lo scempio del territorio è stato compiuto.

C’è un solo, unico motivo che spinge le mafie a tutto ciò, il più classico: il dio denaro. L’unico punto di riferimento della criminalità organizzata è il business. Traffico internazionale di armi e droga, estorsioni, usura, riciclaggio, tutto questo genera una mole di profitti sterminata. Il bilancio delle mafie sembra una finanziaria dello stato, un giro d’affari di 90 miliardi di euro, 36 miliardi solo in mano alla ‘ndrangheta. Parliamo di masse di denaro smisurate, ma parliamo soprattutto di un fatto fondamentale, la mafia si è liberata del suo status originario, oggi indossa abiti firmati, parla inglese, è in grado di operare sul mercato globale.  Le mafia è entrata negli affari leciti, è tra di noi. La mafia di oggi è meno riconoscibile ed è più pericolosa. Questo è il punto fondamentale, finché si continuerà a considerare la mafia come una piaga esclusivamente meridionale, finché si crederà che questo problema non ci riguarda direttamente, non ci saranno giudici, magistrati, non ci saranno scorte, non ci saranno leggi che riusciranno a sconfiggere questa ulcera sociale devastante.

In Calabria, oggi, ci sono soltanto 1.900.000 abitanti, il che significa che 1 su 4 o è affilato o è colluso con la ‘ndrangheta. Questo significa che quel territorio è stato già spremuto, questo significa che la mafia ha già varcato i confini, è già in Europa, è già in Italia, ha già preso contatti con le nuove mafie dell’est europeo e con quelle cinesi. Oggi più che mai è necessario parlare di mafie. Oggi più che mai è necessaria una risposta decisa dello stato. Troppe volte la magistratura e le forze dell’ordine sono rimaste sole a combattere contro un nemico troppo grande per essere sfidato in solitudine. Troppe volte la politica ha abbandonato chi rischia la vita per lo stato e chi l’ha persa.

E’ fondamentale un intervento legislativo, bisogna arrivare ai beni finanziari, stroncare il flusso di denaro. Ma anche questo non basta, se non avviene un altro passo fondamentale, lo scollamento definitivo tra le mafie e la società civile. Tutti questi punti, necessari a far sì che si possa sconfiggere la mafia, sono solo anelli di una catena. Sono complementari ma non autosufficienti, il che significa che il buon lavoro di un singolo anello è pressoché nullo se anche gli altri anelli della catena non partecipano alla lotta. Ovviamente esistono anelli più importanti di altri, potremmo definirli anelli portanti. Uno su tutti: la politica. La politica deve guardarsi dentro, modificare le sue dinamiche.

Nicola Gratteri, Sostituto Procuratore della Repubblica presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, un giorno disse: “la ‘ndrangheta sta col centro-destra e col centro-sinistra, ma non sta mai all’opposizione”. La politica deve privarsi del marcio, finché esisteranno i collusi e finché esisterà lo stato nello stato anche la mafia continuerà ad esistere e la sua, è un’esistenza da protagonista.

 


In memoria di Giovanni Falcone a sedici anni dalla strage di Capaci

23 Maggio 2008

 

23 maggio 1992, autostrada A29 Palermo-Trapani svincolo di Capaci. Cinque quintali di tritolo esplodono per ordine di Toto’ Riina, per mano di Giovanni Brusca. Si spegne per sempre, senza possibilità di appello, la vita di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e della scorta.

Giovanni Falcone ha sacrificato la sua vita per lo stato, era un’anomalia palermitana, era uno spietato persecutore del crimine organizzato, sentiva il bisogno di lottare contro la mafia, sentiva la necessità impellente di sacrificarsi alla causa. Aveva un senso del dovere smisurato, credeva nella possibilità di liberare quella sua disgraziata terra dal cancro della mafia, credeva nella possibilità di costruire una società giusta, una società in cui lo stato sarebbe stato in grado di proteggere i propri cittadini e la credibilità delle proprie istituzioni.

Diceva: “Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell’esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell’amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere”.

Era un uomo d’onore, riusciva ad attirare a sé le persone, le calamitava. Giovanni Falcone ha avuto il coraggio di portare avanti una lotta pericolosa, sapendo perfettamente che la sua esistenza sarebbe rimasta segnata per sempre. Giovanni Falcone è morto ammazzato dalla mafia, abbandonato dallo stato, ossia da chi avrebbe dovuto proteggerlo. Dal maxiprocesso in poi Giovanni Falcone è stato lasciato sempre più solo a combattere un nemico troppo grande anche per la sua straordinaria lungimiranza e decisione. E’ stato lasciato solo perché credeva nella possibilità reale di sconfiggere la mafia, credeva nella possibilità di estirpare il marcio, credeva soprattutto nella necessità di provocare l’allontanamento dello stato dall’antistato. Credeva nel dovere, nel risultato, nell’abnegazione, nel sacrificio. Giovanni Falcone ha passato notti senza dormire per lo stato, ha vissuto nell’isolamento per lo stato, pagandosi le spese per il vitto. Giovanni Falcone ha sopportato le infamità di quanti vedevano nella sua figura un pericolo reale, una forza catalizzatrice capace di sconfiggere la corruzione dello stato, Giovanni Falcone è morto per lo stato italiano, è morto perché noi potessimo vivere in una società libera dalle metastasi della criminalità organizzata, è morto per garantire che la giustizia facesse il suo corso.

Diceva: “la mafia non è affatto un fenomeno invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine”. Viviamo come se Lei fosse ancora qui, costretti a combattere contro un fenomeno che ci fa sentire inermi, sconfitti ogni giorno di più. Sono passati sedici anni da quel maledetto giorno del maggio 1992 giorno della strage di Capaci, la mafia esiste ancora ed esisterà ancora a lungo. Esistono ancora i corrotti, i collusi, gli uomini di stato senza coscienza che inneggiano all’eroismo di un mafioso senza neanche avere l’accortezza di sputarsi in faccia al mattino.

Sono tempi difficili Giovanni, sono passati sedici anni dalla Sua morte ed è cambiato tutto e non è cambiato nulla, le stesse logiche di sopraffazione governano questo paese, attaccare un politico significa sottoporsi alla gogna mediatica, essere etichettati come criminali, falsi, sovversivi. Del resto lo stato italiano non è mai stato in grado di proteggere i suoi cittadini, soltanto i suoi assassini. La mafia esiste ancora, controlla esattamente ogni aspetto della vita di questo paese, ma ha allargato la visuale, ora punta i mercati globali e sembra essere diventata qualcosa di cui non tener più conto, neppure in campagna elettorale. Esiste ancora chi, come Lei, è costretto a vivere sotto scorta, perché ha avuto il coraggio di alzare la voce, di denunciare, di raccontare i fatti. Esistono ancora magistrati impegnati, costretti a pagarsi la benzina, poi fatti fuori dal politico di turno e abbandonati dal sistema.

Esiste ancora chi ricorda Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, chi cerca ogni giorno di raccontare la Sua storia, di diffondere il Suo messaggio. Esiste ancora chi vuole provare a lottare senza risparmiarsi per provare a cambiare lo stato di cose attuali, esiste ancora chi crede nel senso del dovere, nella possibilità di poter affermare, un giorno, che il Suo sacrificio non è stato vano.

Il 23 maggio del 1992 è morto un uomo di stato, un eroe, circondato da chi fino all’ultimo è rimasto al suo fianco per proteggerlo. Un uomo d’onore tra uomini d’onore. Il Suo ricordo vive nella nostra lotta, nella nostra voglia di credere che tutto questo un giorno finirà tra le pagine di storia, pagine su cui noi incideremo il Suo nome. Onore a Lei Giovanni, non la dimenticheremo.