Crisi economica, 4 milioni di americani senza lavoro. A New York 5 mila in fila per un posto

6 Marzo 2009

 

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La crisi economica è un fiume in piena. Solo a febbraio negli Stati Uniti sono stati persi 651 mila posti di lavoro; per il terzo mese consecutivo la perdita è stata superiore ai 600 mila posti. Il tasso di disoccupazione è salito all’ 8,1%, per trovare un dato più alto bisogna tornare al 1983. Dal dicembre 2007, data di inizio della recessione, 4,4 milioni di americani sono rimasti senza occupazione.

Barack Obama ha parlato di dati spaventosi e ha aggiunto: ”questo paese non ha mai risposto a una crisi facendo lo spettatore e sperando per il meglio, il governo deve continuare ad agire in modo coraggioso sull’economia”. “Non accetto un futuro di disoccupazione per questo paese”. La risposta più immediata sono gli sgravi fiscali previsti per il 95% dei lavoratori americani.

In ogni caso la crisi fa paura, oggi è stata un’altra giornata nera per le borse:  il fanalino di coda  è    Piazza Affari   (- 3,87%), ma la notizia più eclatante arriva ancora dagli Usa dove General Motors – colosso automobilistico –  ha perso il 22%; a questo punto le voci di bancarotta, che hanno causato il ribasso del titolo, si fanno sempre più pressanti.

Numeri che mettono i brividi, brividi che aumentano se si pensa al fatto che dietro quei numeri si celano milioni di persone senza lavoro.  Gente che in meno di due anni ha perso tutto e oggi si ritrova in fila alla «Job Fair» di Times Square; la fiera del lavoro di New York. Cinquemila storie di cinquemila persone in fila per un lavoro qualunque,  raccontate bene da un articolo di Massimo Gaggi.

Erano manager, banchieri, broker di Wall Street, professionisti della grafica e della pubblicità. Lottano per diventare elettricisti, commessi, curatori di animali domestici. Sono tutti lì a combattere per evitare il collasso.

 

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In Francia flash mob contro la riforma universitaria

5 Marzo 2009

Eire, euroquangos, euroscettici e l’Europa appesa a un filo

30 Giugno 2008

 

Lo scorso 13 giugno 800 mila elettori irlandesi hanno detto no, attraverso il referendum, all’approvazione del Trattato di Lisbona, seconda versione della Carta Costituzionale europea, già bocciata due anni fa da Francia e Olanda. Si è aperto un periodo di stallo nel processo di unificazione europea. Ha vinto il campanilismo, l’egoismo sociale e forse la demagogia. Facile fare il muso duro alla recessione economica tirando fuori le vecchie logiche localistiche, per poi tornare, subito dopo, ad usufruire delle generose risorse di mamma Europa.

«Molti europei non capiscono il modo in cui costruiamo l’Europa in questo momento» ha detto Sarkozy e forse ha ragione perché, nel calderone dei commenti, tra euroscettici ed europeisti,  sembra essere l’unico ad aver colto il nocciolo del problema: la mancanza di collegamento tra il potere decisionale europeo e la cittadinanza, la difficile comprensione dei meccanismi della politica comunitaria in generale e la scarsa conoscenza del trattato in particolare.

Non è mancato chi ha brindato alla complicità di colori dell’asse Dublino – Pontida e non sono mancate le dichiarazioni ad effetto di chi, come Pera, ha attribuito la stasi alla cacciata di Dio dalla costituzione definendo il no irlandese come «la vendetta cristiana, la storica risposta dei credenti all’Europa senza Dio».

Crisi dunque, e c’era da aspettarselo date le difficoltà che il processo di unificazione europea ha avuto fin dal principio, le comunità nazionali non vogliono cedere il passo ad un organismo sovranazionale che potrebbe togliere loro ulteriori stralci di sovranità e margini di manovra. Una sovranità peraltro già abbondantemente logorata dai dettami del mercato globale, dalla delocalizzazione di capitali e produzioni, che partono per orizzonti lontani lasciando sulle spalle della vecchia Europa il peso di uno stato sociale insostenibile. Di conseguenza il no irlandese può essere visto come un tentativo di non piegarsi alla volontà dei grossi gruppi di potere finanziario che hanno fatto di Bruxelles il centro preferito per le attività di lobbying.

Ma l’Europa è soltanto questo? No. Non lo è per il semplice fatto che l’Europa rappresenta un disegno di aggregazione, per il fatto che le regole comunitarie potrebbero rappresentare un’ancora di salvezza per quei paesi, Italia in testa, che faticano nell’opera di modernizzazione perché pervasi dalla corruzione, dal malgoverno, dall’inciviltà.

Dunque gli euroscettici e i detrattori del Trattato non tengono conto di  due questioni determinanti, l’enorme flusso di denaro che arriva nel nostro paese sotto la dicitura Fondo europeo per…, nonché la preziosa questione identitaria che fa capo a una concezione di movimento, di convivenza tra popoli diversi. Dimenticano inoltre che senza i vincoli europei di bilancio l’Italia sarebbe da tempo arrivata al collasso economico, sommersa dalla voracità di un debito pubblico insostenibile.

Si può discutere, certamente, di alcune questioni legate al sistema decisionale e alle logiche di potere, si può discutere della proliferazione dei comitati, della pesantezza della macchina burocratica  comunitaria, del ruolo che le multinazionali esercitano a Bruxelles, ma non si può discutere della necessità di garantire uniformità favorendo il processo di unificazione, necessario proprio per rendere più agevole il governo del processo decisionale.

L’Europa è appesa a un filo, a noi italiani non resta che augurarci che continui a reggere.

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Obama sarà il primo candidato afro-americano alla Casa Bianca. Hillary non molla, vuole la vicepresidenza

4 Giugno 2008

 

Obama sarà il primo afroamericano della storia candidato alla presidenza degli Stati Uniti.  Il giovane senatore nero ha ottenuto la maggioranza dei delegati, dunque otterrà la maggioranza dei voti alla convention del Partito Democratico. Gran giorno per Barack Obama che risulta essere il favorito nei sondaggi anche per la corsa alla Casa Bianca,  ma quella è decisamente un’altra storia non foss’altro per il fatto che John McCain ce la metterà davvero tutta per strappare il primato ad Obama, sfruttando a pieno il suo simulacro di reduce del Vietnam.

L’età, la sicurezza, la concretezza di Obama hanno fatto il miracolo, sconfiggere la ricca e super organizzata macchina burocratica dei Clinton.

Hillary ha commesso non pochi errori, polverizzando il vantaggio iniziale in termini di consensi e l’abnorme differenza di risorse economiche e mediatiche.

La colpa capitale è stata quella di aver sempre sottovalutato le potenzialità di Obama, considerato, a detta di Bill, come nient’altro che un buon “candidato nero”, una sorta di leader minoritario. E invece il senatore nero è riuscito ad incarnare la speranza dell’intera comunità afroamericana che per la prima volta avrà la possibilità di consegnare il mandato di governo a un “candidato nero”, lo stesso nero che ha fatto rivivere il mito, mai dimenticato, di John Kennedy e di suo fratello Bob e ha ottenuto l’appoggio esplicito della famiglia Kennedy, gente che in America conta ancora molto.

I Clinton sembravano più una comitiva di impresari della democrazia, una famiglia distrutta dalle monellerie di Bill e rimessa insieme, per l’occasione, dal collagene della campagna elettorale.

Ma tutto ciò non è bastato, non è servito, nel momento in cui la popolarità della presidenza Bush tocca il minimo storico e gli americani iniziano a percepire lo spettro della recessione economica , Hillary non è stata considerata la persona adatta a dare agli Usa il nuovo slancio necessario per affrontare la crisi, in questo senso ha presumibilmente inciso il fatto che la Clinton abbia bruciato un budget milionario in pochi mesi senza riuscire ad incrementare i consensi, come dire prove tecniche di risanamento fallite.

Obama è l’uomo della speranza, l’uomo del futuro, l’uomo figlio di un keniota e di una donna bianca del Kansas capace di incarnare il mito del sogno americano, l’uomo del cambiamento, della possibile creazione di un nuovo ordine mondiale, Barack Obama è l’uomo dello «Yes, we can», quello vero.