Fuori i nomi di chi frega il fisco – di Giampaolo Pansa

25 Agosto 2009

 

Pubblico un articolo di Giampaolo Pansa tratto da Il Riformista

Forse m’illudo. Forse è soltanto il sogno di un contribuente onesto. Ma sento che siamo all’inizio di una rivoluzione culturale che, prima o poi, riuscirà a sconfiggere l’evasione fiscale. A confermarlo arrivano segnali da tutto l’Occidente. La crisi economica e finanziaria ha mandato in bolletta i governi. Gli Stati non hanno più soldi. Dunque dove trovare le palanche per gli interventi ordinari e per quelli eccezionali?
Si possono ridurre le spese, ma non oltre un certo limite. Si possono aumentare le tasse, però strozzerebbero ancora di più i consumi, il volano necessario alla ripresa. Inoltre si andrebbe incontro a una rivolta dei contribuenti onesti. Loro hanno sempre pagato e, invece di essere premiati, sarebbero costretti a pagare di più. Dunque non resta che una strada: dare la caccia agli evasori. Dichiarargli una guerra senza quartiere. Obbligarli a sborsare. E sputtanarli davanti all’opinione pubblica.

I governi non sono soltanto in bolletta. I più avvertiti si rendono conto dei cambiamenti di stato d’animo in chi ha sempre versato il dovuto. Non sono un esperto di psicologia delle masse. Ma vedo ciò che succede nella mia testa e in quella di tanta altra gente uguale a me. Mi sento sempre più irritato. Ogni anno, quando si pubblicano i redditi della mia provincia, scopro di essere ai primissimi posti. Come se fossi tra i ricconi della mia zona, invece che un giornalista con un buon stipendio e un autore di libri che vende bene.
Allora mi faccio delle domande. Dove sono i grandi redditieri, i commercianti forti, i ristoratori di grido, i capi della banca X o dell’impresa Y? Controllo meglio l’elenco e non li trovo. O li trovo in basso. Quasi fossero percettori di redditi modesti, da poveracci. Eppure li conosco, anche se alla lontana. So che vita fanno. So in quali case abitano. So che spendono e spandono. Ma per il fisco quasi non esistono.
Al cospetto di questa vergogna avverto un fastidio di anno in anno sempre più acuto. E comincio a chiedermi se debbo continuare a essere tra i fessi della compagnia. La domanda successiva è inevitabile: forse è bene che inizi anch’io a fregare il fisco. Oppure, meglio ancora, che cominci a incrociare le braccia e a scioperare, non presentando la dichiarazione dei redditi almeno per una volta.
Certo, se lo facessi da solo il fisco mi stangherebbe. Ma se lo faccio insieme ad altri diecimila o centomila contribuenti, nessuno sa che cosa può accadere. Voglio citare un vecchio adagio, adatto a quanto sto dicendo. Se un tizio fuma sotto un cartello che avverte “Vietato fumare”, il tizio viene multato. Ma se a fumare in quel luogo sono dieci, venti, cinquanta persone, il cartello viene tolto.
Insomma si rischia una rivolta dei contribuenti onesti. Qualche governo comincia a capirlo e a temerlo. Per esempio, il governo degli Stati Uniti, il Paese che per primo ha iniziato una guerra vera contro gli evasori. A partire dai furbastri che, per frodare il fisco, hanno nascosto milioni di dollari nei paradisi fiscali: in Svizzera, ma non soltanto lì.

Sul Sole 24 Ore di venerdì 21 agosto, Claudio Gatti ci ha descritto un personaggio sconosciuto in Italia. È Douglas H. Shulman, quarantadue anni, il “commissioner”, ossia il capo, dell’Irs: l’Internal Revenue Service, l’equivalente della nostra Agenzia delle entrate. A nominarlo in quell’incarico, nel novembre 2007, era stato George W. Bush e l’amministrazione di Barack Obama l’ha confermato.
Gatti racconta che Shulman è stato anche fortunato. Pochi mesi prima della sua nomina, ha bussato alla porta dell’Irs un manager dell’Ubs negli Usa, Bradley Birkenfeld. Aveva una confessione da fare: la sua banca svizzera era responsabile di un’enorme frode fiscale. Da anni permetteva ai propri clienti americani di evadere le tasse per centinaia di milioni di dollari.

Shulman ha stretto un patto di ferro con il Dipartimento della Giustizia, per seguire insieme la pista offerta dal banchiere. Così hanno sfiancato la resistenza dell’Ubs e del governo svizzero. Costretti a consegnare i nomi di chi aveva nascosto i dollari in territorio elvetico. Proprio in questi giorni, Birkenfeld è stato condannato a quaranta mesi di prigione, con uno sconto di pena assai forte.

Pure il governo italiano ha bisogno di soldi. Le nostre emergenze si stanno moltiplicando. La ricostruzione dell’Aquila, gli interventi nel Mezzogiorno, gli aiuti alle aziende in crisi, la cassa integrazione da rifinanziare, i buchi della sanità da colmare, e mi fermo qui. Anche per questo è da apprezzare che il ministro Giulio Tremonti abbia messo in moto l’Agenzia delle entrate e la Guardia di finanza. Aprendo la caccia agli evasori, e non soltanto a quelli che hanno portato i soldi in Svizzera. Su tutto domina il rebus dell’avvocato Agnelli: anche lui ha truffato alla grande il fisco?

Un lettore del Riformista ci ha scritto temendo che sia una caccia finta, fumo negli occhi e basta. Il “Bestiario” non la pensa così. Forse è cominciata anche da noi la rivoluzione culturale di cui ho parlato all’inizio. E forse non si fermerà neppure davanti alle porte dei consulenti che hanno aiutato i clienti a nascondere al fisco i guadagni, trasferendoli nei paradisi fiscali. Negli Stati uniti sta già avvenendo. Perché non dovrebbe accadere anche da noi?

Tuttavia sentiamo il bisogno di una prova. La nostra Agenzia delle entrate ci dia presto un po’ di nomi di evasori, meglio ancora se illustri. Li sbatteremo in prima pagina. E gli onesti si sentiranno un po’ meno cornuti e mazziati.

 


Debito pubblico italiano: a marzo nuovo record. In calo le entrate tributarie

13 Maggio 2009

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1741,275 miliardi di Euro di debito pubblico, che per i nostalgici sarebbero circa 3,5 milioni di miliardi delle vecchie lire.  

Certo, finché si parla di sondaggi e gradimenti e grandi opere e sicurezza va tutto bene. Il problema è che poi arrivano i numeri, quelli sull’andamento della finanza pubblica, resi noti dalla Banca d’Italia con il supplemento al Bollettino statistico. Arrivano i numeri e i castelli di sabbia crollano, si disintegrano sotto il peso di un debito pubblico ingombrante, maleodorante e stringente come un ingorgo sull’autostrada del sole il 14 di agosto.

A marzo del 2009 il debito pubblico italiano ha raggiunto il nuovo record assoluto: 1741, 275 miliardi di euro; a febbraio si attestava sui 1707 miliardi, dunque in un mese l’incremento è stato di circa 35 miliardi.

Ma quando siete in coda in autostrada e avete caldo e avete sete, cosa accade? Girate la testa verso destra e sulla corsia d’emergenza passa il solito furbo per cui quelli in fila sono dementi in attesa di giustizia divina. Ebbene, i furbi ci sono anche in questo caso; le entrate tributarie infatti sono calate di circa quattro miliardi rispetto al primo trimestre del 2008. Tutti sul lastrico per via della crisi o qualcuno – gli stessi della corsia d’emergenza – ha deciso di dare una spuntatina alla dichiarazione dei redditi?

Ma signori suvvia! Non crederete mica ai numeri della Banca d’Italia, concentratevi sulle tante bandiere blu o se proprio avete voglia di numeri ci sono quelli sul gradimento del Premier che è niente poco di meno che: il leader più amato al mondo.

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Crisi economica, 4 milioni di americani senza lavoro. A New York 5 mila in fila per un posto

6 Marzo 2009

 

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La crisi economica è un fiume in piena. Solo a febbraio negli Stati Uniti sono stati persi 651 mila posti di lavoro; per il terzo mese consecutivo la perdita è stata superiore ai 600 mila posti. Il tasso di disoccupazione è salito all’ 8,1%, per trovare un dato più alto bisogna tornare al 1983. Dal dicembre 2007, data di inizio della recessione, 4,4 milioni di americani sono rimasti senza occupazione.

Barack Obama ha parlato di dati spaventosi e ha aggiunto: ”questo paese non ha mai risposto a una crisi facendo lo spettatore e sperando per il meglio, il governo deve continuare ad agire in modo coraggioso sull’economia”. “Non accetto un futuro di disoccupazione per questo paese”. La risposta più immediata sono gli sgravi fiscali previsti per il 95% dei lavoratori americani.

In ogni caso la crisi fa paura, oggi è stata un’altra giornata nera per le borse:  il fanalino di coda  è    Piazza Affari   (- 3,87%), ma la notizia più eclatante arriva ancora dagli Usa dove General Motors – colosso automobilistico –  ha perso il 22%; a questo punto le voci di bancarotta, che hanno causato il ribasso del titolo, si fanno sempre più pressanti.

Numeri che mettono i brividi, brividi che aumentano se si pensa al fatto che dietro quei numeri si celano milioni di persone senza lavoro.  Gente che in meno di due anni ha perso tutto e oggi si ritrova in fila alla «Job Fair» di Times Square; la fiera del lavoro di New York. Cinquemila storie di cinquemila persone in fila per un lavoro qualunque,  raccontate bene da un articolo di Massimo Gaggi.

Erano manager, banchieri, broker di Wall Street, professionisti della grafica e della pubblicità. Lottano per diventare elettricisti, commessi, curatori di animali domestici. Sono tutti lì a combattere per evitare il collasso.

 

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L’idea dei soldi come manna

31 Dicembre 2008

 

Pubblico un editoriale di Sartori sulla crisi economica tratto da Corriere.it

di Giovanni Sartori

Il 2009 sarà il primo anno — temo — di una tempesta economica perfetta. Una tempesta perfetta destinata a durare finché non torneremo a capire come nasce il denaro, cosa fa ricchezza.
Grazie a una scuola che non è più magistra vitae, i giovani non lo sanno di certo. Per loro è come se piovesse dal cielo come la manna. Per loro il denaro ci deve essere e basta. Ma è così, purtroppo, anche per i non-più-giovani. Nell’ottica di quasi tutti la ricchezza c’è, così come c’è l’aria o il mare. Se manca è perché è maldistribuita e perché se la mangiano i ricchi. E nemmeno i ricchi, o quantomeno gli straricchi, ne sanno di più. I Berlusconi del mondo sanno benissimo fare i soldi per sé; ma perché i soldi ci siano, e come e da cosa zampillino, non è un problema che li interessi.
L’economia come scienza ha cominciato a deragliare con la sua politicizzazione diciamo di sinistra: una politicizzazione che la induce ad anteporre il problema della distribuzione della ricchezza al problema della creazione della ricchezza e, in questo solco, anche a confondere i due problemi. Ed è questa confusione che ha allevato una opinione pubblica graniticamente convinta del fatto che la ricchezza ci sia (come ci sono, che so, le piante), e che il guaio sta in come viene distribuita, cioè maldistribuita.
Ora, che la distribuzione della ricchezza sia per lo più iniqua, moralmente inaccettabile e spesso anche economicamente dannosa, è un fatto. Un fatto che però non autorizza a confondere tra la grandezza della torta e la sua divisione in fette. Perché non è in alcun modo vero che la ridistribuzione della ricchezza produca ricchezza. Anzi, se la mettiamo così, è più probabile che produca povertà.
In prospettiva — e la prospettiva ci vuole — fino alla rivoluzione industriale del primissimo Ottocento l’economia è stata prevalentemente agricola, e quindi una economia di sostentamento. Dopo la lunga stagnazione medievale il primo accumulo di ricchezza avviene con il commercio e con le città marinare (per esempio, Venezia) nelle quali è fiorito. Ma la ricchezza prodotta dalla società pre-industriale fu ricchezza da consumare (in palazzi, chiese e, s’intende, in bella vita per i pochissimi che ne disponevano), non ricchezza da accumulare per investimento, e quindi ricchezza in denaro da investire nel processo economico. Pertanto fino alla rivoluzione industriale, che è poi la rivoluzione della macchina che moltiplica a dismisura il lavoro manuale, l’uomo è vissuto in grande povertà. Il tepore del benessere si affacciò, nel contesto dello Stato territoriale nel suo complesso, soltanto nel corso dell’Ottocento. Ma sino al Novecento, talvolta inoltrato, l’uomo occidentale non ha conosciuto la società opulenta, la cosiddetta società del benessere. Che da noi è durata soltanto una cinquantina d’anni. Per dire come si fa presto a diventare viziati.
Come e quando usciremo dalla gravissima recessione nella quale siamo peccaminosamente incappati nessuno lo sa. Il punto da capire sin d’ora è che il diritto a qualcosa sussiste solo se c’è la cosa. Il diritto di mangiare presuppone che ci sia cibo. E il «diritto ai soldi» presuppone che i soldi vengano creati.


Dichiarazioni dei redditi on-line. Bufera su Visco

3 Maggio 2008

 

Probabilmente sì, ha ragione il Guardian, si è realizzato il sogno di ogni italiano: vedere quanto guadagna il proprio vicino di casa.

Il fatto è storia recente. Martedì 30 aprile 2008 sul sito dell’Agenzia delle Entrate vengono immesse e rese visibili le dichiarazioni dei redditi, risalenti al 2005, di tutti i contribuenti italiani. Passano pochi minuti e il passaparola fa il resto, il portale agenziaentrate.gov.it smette di funzionare per il sovraccarico causato dagli utenti. In mattinata, però, arriva lo stop del Garante per la privacy che chiede delucidazioni all’Agenzia delle Entrate; le informazioni presenti sul sito vengono oscurate, ma i dati  si sono ormai diffusi attraverso la rete.

Venerdì primo maggio, ogni italiano ha già dato libero sfogo al suo sogno primordiale, chi non l’ha fatto viene indotto in ogni modo a prendere parte al massacro mediatico della riservatezza. L’invadenza raggiunge la sua massima esaltazione esistenziale dalla notte dei tempi. La curiosità dilaga, alle 20 il garante dichiara «i dati sono ingovernabili». Il sacrilegio è compiuto, l’antropologico vizio italico del riserbo a tutti i costi è stato sconfitto . E’ l’apoteosi del pettegolezzo e in Italia il pettegolezzo è religione. Nel pomeriggio e in serata si susseguono frenetiche le discussioni riguardanti la legittimità dell’iniziativa. In realtà il garante non è, in linea di massima, contrario alla trasparenza dei dati, invero «Una forma di conoscibilità e trasparenza è garantita da anni e anni, attraverso i Comuni e l’Agenzia delle Entrate. Ma è completamente diverso pubblicare i dati in Internet, mettendoli così in condizione di essere consultati in ogni parte del mondo, di finire nei motori di ricerca, di rimanere in Rete per un periodo che nessuno è in grado di controllare, laddove la legge prevede al massimo un anno», ha spiegato nella serata di martedì Francesco Pizzetti, presidente dell’Authority. Del resto i dati sono riservati un po’ ovunque, è così in Inghilterra, Usa, Germania.

Effettivamente  si tratta di un argomento delicato, soprattutto in un paese dove la questione “soldi” è ancora un tabù esponenzialmente rilevante. C’è chi ha persino sollevato l’idea di una possibile guerra civile, una sorta di faida familiare, una guerra fratricida da combattere senza remore contro parenti, colleghi e vicini di casa. Sono probabilmente esagerazioni, ma è certamente vero  che le dinamiche della vicenda non sono chiare e la necessità di fare luce appare come una volontà condivisa. Presto detto, è notizia di oggi che la Procura di Roma ha deciso di aprire un’inchiesta sulla pubblicazione, on-line, delle denunce dei redditi dei cittadini italiani. L’ ipotesi di reato è grave,  violazione della legge sulla privacy per l’uso improprio dei dati personali. A rischiare non è soltanto l’Agenzia delle Entrate, ma chiunque diffonda i dati via web anche attraverso il sistema peer to peer.

Insomma la situazione è confusa, bisogna fare chiarezza. Il garante si riunirà martedì 6 maggio per decidere la strategia da seguire, il resto lo deciderà la magistratura.