Mi hanno ucciso il Terzino più forte del mondo

25 Maggio 2009

 

MILAN - ROMA

 

Oggi per me è un giorno triste, perché uccidendo il mito di Maldini hanno ucciso l’ultima parte di bambino che c’era in me, hanno ucciso quel bambino milanista in una classe di juventini, quel bambino che a nove anni perse la finale della Coppa dei Campioni a cinque minuti dalla fine, che pianse e il giorno dopo andò a scuola con sciarpa e maglia, si prese i fischi dei compagni di quarta elementare e imparò il bruciore della sconfitta e la fierezza della dignità.  Dopo ieri tutto questo va definitivamente in soffitta, perché antico e anacronistico per un mondo in cui conta solo il risultato e non ci sono più sogni, valori e non ci sono più bambini di quarta con lo stemmino cucito sul grembiule, e non c’è più il grembiule o forse c’è ancora perché l’hanno rimesso, ma non c’è più la fierezza nel portarlo. Non c’è più il tifo vero e non c’è più il mio idolo da bambino, c’è una razionalità spietata che ha invaso le curve degli stadi, da sempre altare delle emozioni più genuine. Ieri insieme al Campione Maldini è morto quel bambino di nove anni che guardava la mamma cucirgli lo stemmino dello scudetto con sopra una sola stellina, che pregava la notte di raggiungere presto i venti scudetti perché: «i compagni di classe della Juve di stelline ne hanno due».

Non dite: «sono i soliti idioti e… in fondo si tratta solo di calcio». No. Non si tratta solo di calcio,  si tratta di un’orrenda manifestazione di vigliaccheria e nefandezza che va ben al di là della curva sud di San Siro e riguarda tutti noi. Riguarda l’Italia. Perché quando viene a mancare il rispetto per gli uomini non c’è limite al peggio. Quando si calpestano simboli e bandiere e gli uomini che li rappresentano, si apre un vuoto di valori difficile da colmare. Tanto più in una fase storica che richiederebbe principi e virtù che possono arrivare solo dall’aggregazione sociale, vale a dire dal momento in cui il popolo si fa popolo e si riconosce in valori comuni. E il calcio è sempre stato un fenomeno di aggregazione sociale e oggi, col tramonto dell’ultima bandiera non lo è più. E non lo è più perché l’ultima bandiera è stata tradita da chi ha contribuito a costruire il mito.

In Inghilterra, quando un giocatore, uno qualunque, che ha vestito la maglia per tanti anni lascia il calcio perché le ginocchia non ti reggono più e il fiato neanche, perché puoi giocare una partita sì e tre no, perché per tenere il passo degli altri devi allenarti il doppio e faticare il doppio o semplicemente perché quando hai esordito tu sulla maglietta non c’era neanche lo sponsor e, a quei tempi, il campioncino che oggi tenta di farti il tunnel non era neanche nato. In Inghilterra, dove il calcio è il gioco della worker-class, si alzano le sciarpe e si canta tutti insieme per tributare il giusto ringraziamento al giocatore qualunque. Se cercate sul dizionario dei contrari, accanto a qualunque, c’è scritto Paolo Maldini; l’emblema della bandiera, il simbolo di quel calcio che non c’è più proprio perché non ci sono più quelli come lui. Quelli che rifiutano i miliardi per la maglia, quelli rispettati da tutti, quelli silenziosi, quelli che dopo anni di vittorie e coppe alzate e riconoscimenti, non abbandonano la squadra nel momento difficile, decidono di operarsi a entrambe le ginocchia per giocare solo un altro anno, il venticinquesimo consecutivo sempre con la stessa maglia e a 41 anni sono ancora, costantemente, i migliori in campo.

Tra qualche anno il Milan tornerà a vincere e a convincere, i fischi di ieri si trasformeranno in urla di gioia e tutti saranno fierissimi di apprezzare il campioncino forte con i piedi e con la lingua, che bacia la maglia e a fine stagione vola via a inseguire fama, miliardi e puttane. E Capitan Maldini, il terzino più forte del mondo, non sarà più lì a sfiorare la palla sulla fascia sinistra, ad anticipare gli avversari, rubare palla e spingersi in avanti, non sarà più lì a ricevere gli applausi di tutti gli stadi del mondo, ad ascoltare i cori, non sarà più lì ad indossare quella fascia da capitano intrisa di lacrime e sudore, non sarà più lì a vestire quella maglia numero tre su cui ieri avete sputato perdendo in un sol colpo la dignità di tifosi e di uomini.

 


Chelsea – Manchester United. Sfida d’altri tempi

21 Maggio 2008

 

Permettetemi una divagazione calcistica. Si è da poco conclusa la finale di Coppa dei Campioni, sarebbe bene ricominciare a chiamarla così, come si chiamava quando il calcio era ancora calcio. Quando i soldi c’entravano poco, l’attaccamento alla maglia  era una regola e il calcio in generale era un fenomeno di aggregazione sociale.

Dunque questo mondo di campi di sabbia, scarpe di cuoio nero, stopper con baffi e capelli lunghi è ormai lontano anni luce dal calcio di oggi, un calcio intossicante fatto di s.p.a, di contratti milionari, diritti televisivi, gossip e giocate individuali. Ma nonostante tutto questo il calcio può essere ancora un fenomeno aggregante, soprattutto in periferia. Il calcio può ancora insegnare il valore della fatica, dell’abnegazione, della voglia di rincorrere una vittoria senza risparmiarsi. Il calcio può ancora insegnare l’attaccamento alla maglia, l’attaccamento ai colori della propria squadra.

Stasera abbiamo assistito ad una grande partita di calcio, disputata da due squadre inglesi, il Chelsea di Londra e il Manchester United. Il fatto che siano state due squadre del Regno Unito a fronteggiarsi nella finale dimostra come ancora una volta lo spirito anglosassone, quello che ha fondato questo sport, sia la più apprezzabile sfumatura di questo sport.

La finale è stata disputata a Mosca sotto il diluvio, le due squadre hanno chiuso in pareggio i tempi regolamentari e neanche i supplementari sono stati sufficienti a incoronare i nuovi campioni d’Europa. I calci di rigore hanno assegnato la coppa al Manchester United, decisivo l’errore dal dischetto del capitano dei blues John Terry.

La battaglia si è consumata sotto lo sguardo attento di milioni di spettatori, primo tra tutti Sir Bobby Charlton, storico capitano del Manchester, uno dei più grandi calciatori di sempre, uno degli ultimi simboli di un calcio che non c’è più, ma che stasera è tornato ad esistere per 120 minuti, dimenticandosi degli spot televisivi, dei contratti pubblicitari, regalandoci uno spettacolo degno del nome di Bobby Charlton, uno spettacolo d’altri tempi appunto.

Quello di stasera è stato uno scontro senza esclusione di colpi, nessuno si è risparmiato. Le lacrime di Terry a fine partita, le lacrime del grande capitano che sbaglia il rigore, le sue lacrime sono una speranza per il mondo del calcio, la speranza che si possa un giorno, anche in Italia, tornare a parlare del calcio come di uno straordinario fenomeno di aggregazione sociale capace di regalare gioie e dolori, emozioni e turbamenti.