Il 9 maggio del 1978 viene assassinato Giuseppe Impastato, per tutti noi Peppino.
Peppino Impastato è stato un giornalista, uno scrittore, un uomo politico, forse addirittura un rivoluzionario, ma è stato soprattutto uno che nella vita ha scelto di stare da una parte ben precisa, ha scelto di reclamare diritti e legalità, di fottersene dell’indifferenza della sua terra, di sputare sull’omertà mafiosa, di coinvolgere giovani del suo paese in una lotta dura ma necessaria.
Peppino impastato è stato ammazzato perché aveva osato alzare la testa, perché aveva osato fare nomi e cognomi, perché aveva denunciato il sopruso e il malaffare, la corruzione delle istituzioni, perché aveva dato il via a una rivoluzione culturale che la mafia non poteva tollerare. Infatti non lo fece, il corpo di Giuseppe fu lapidato, adagiato sui binari e fatto saltare in aria con il tritolo. Suicidio, questo fu il responso delle indagini, suicidio. Peppino ebbe la sfortuna di morire lo stesso giorno del ritrovamento del corpo del presidente della Dc Aldo Moro, così che fu estremamente più facile sostenere la tesi dell’incidente. Una tesi incredibile, neanche lontanamente verosimile, ma è questo la magistratura sostenne fino al 1984, anno in cui venne riconosciuta la matrice mafiosa del delitto per cui tuttavia non fu indicato un responsabile. Bisognerà attendere ancora parecchi anni, anni di lotta e tentativi di depistaggio. Alla fine le condanne arrivano: il 5 marzo 2001 - trent’anni di reclusione per Vito Palazzolo - e l’11 aprile 2002 quando Gaetano Badalamenti viene condannato all’ergastolo.
Peppino era figlio di una famiglia mafiosa, non sopportava l’atteggiamento di suo padre, l’atteggiamento della sua comunità, sempre pronta ad abbassare lo sguardo, a tapparsi le orecchie, pronta ad evitare di alzare la voce. In questa omertà tombale Peppino entrò come una flotta di navi da guerra, facendo più rumore possibile, risvegliando gli animi, bucando le coscienze di tutti. Stava con la gente, in prima linea nella lotta contro gli espropri dei contadini e degli operai, costretti ad abbandonare le proprie case per fare posto alla terza pista dell’aeroporto di punta Raisi. Peppino era così, un fiume in piena, un terremoto, un recipiente troppo piccolo per la quantità di energia che doveva contenere, infatti non la conteneva distribuendola ai giovani del suo paese; quella Cinisi patria di Gaetano Badalamenti, il boss. Quella Cinisi in cui i giovani, grazie a Peppino, riuscirono a costruire qualcosa di talmente grande e inaspettato, da resistere alle erosioni del tempo e della memoria.
Nel 1975 Giuseppe fondò il collettivo “Musica e cultura” un punto d’incontro per i ragazzi, un punto di partenza per quella che diventerà la sfida di Peppino Impastato alla mafia. Nel 1976 nacque Radio Aut, una delle prime radio libere d’Italia, la diffusione del suo segnale dipendeva dal vento e comunque non superava la montagna. Era una piccola radio fatta da ragazzi, i mezzi tecnici erano scarsi - reperiti al mercato delle pulci di Palermo – ma finì per diventare un pezzo di storia della lotta rivoluzionaria. La trasmissione più importante di Radio Aut era onda pazza, dove si narravano le vicende di mafiopoli e del suo capo Tano seduto (Gaetano Badalamenti).
Quando Gaetano Badalamenti camminava per Cinisi la gente s’impietriva, quasi s’inchinava, Peppino lo derideva in pubblico, costretto com’era dal suo cuore ribelle a urlare un disprezzo che non poteva contenere. “Tano seduto non caca e se caca, caca duro”, diceva. Peppino Impastato ha avuto il coraggio di deriderla la mafia, di sbeffeggiarla, di farla sentire ferita nel suo orgoglio, distrutta nel suo onore.
Nel 1978 Peppino decise di candidarsi alle elezioni comunali con la lista Democrazia Proletaria, venne ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, pochi giorni dopo gli abitanti di Cinisi riuscirono a farlo eleggere votando il suo nome: un gesto disperato di rabbia e orgoglio.
Trentuno anni dopo la sua scomparsa ci rimane di lui il coraggio, l’allegria, la potenza sovversiva delle sue parole. Di Peppino Impastato ci rimane una frase, che circonda tutto e ci rende consapevoli della nostra sorda indifferenza: “la mafia è una montagna di merda”.

Pubblicato da Andrea Sferrella
Pubblicato da Andrea Sferrella 











