Arrestato Domenico Raccuglia: numero due di Cosa Nostra

15 Novembre 2009

 

raccuglia

Domenico Raccuglia,  latitante da 15 anni e numero due di Cosa Nostra dopo Matteo Messina Denaro, è stato arrestato dalla quadra mobile di Palermo in località Calatafimi, nella provincia di Trapani.  Il  boss quarantinquenne – delfino di Giovanni Brusca – è stato condannato a tre ergastoli ed è il responsabile dell’assasinio di Giuseppe Di Matteo, il quindicenne figlio di un pentito, sciolto nell’acido dopo 779 giorni di prigionia. 

Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso si è complimentato con il ministro dell’Interno Maroni e con la squadra mobile di Palermo. Antonio Ingroia – procuratore aggiunto del capoluogo siciliano – ha invece dichiarato: «Abbiamo preso uno dei capi assoluti di Cosa Nostra ancora in circolazione in un momento di ascesa all’interno delle gerarchie mafiose. È stata un’indagine molto difficile perché Raccuglia si è dimostrato attento e accorto nella gestione della sua latitanza e lo dimostra il fatto che l’arresto è avvenuto fuori dalla sua zona, in un’area più tranquilla». Secondo Ingroia, all’interno di Cosa Nostra «si crea adesso un ulteriore vuoto dove i latitanti di spicco sono sempre meno. Adesso assumono maggiore importanza Nicchi a Palermo e Messina Denaro a Trapani. Raccuglia era l’uomo cuscinetto che controllava i territori fra Palermo città e la provincia di Trapani». 

 


Peppino Impastato 5 gennaio 1948 – 9 maggio 1978

9 Maggio 2009

 

Il 9 maggio del 1978 viene assassinato Giuseppe Impastato, per tutti noi Peppino.

Peppino Impastato è stato un giornalista, uno scrittore, un uomo politico, forse addirittura un rivoluzionario, ma è stato soprattutto uno che nella vita ha scelto di stare da una parte ben precisa, ha scelto di reclamare diritti e legalità, di fottersene dell’indifferenza della sua terra, di sputare sull’omertà mafiosa, di coinvolgere giovani del suo paese in una lotta dura ma necessaria.

Peppino impastato è stato ammazzato perché aveva osato alzare la testa, perché aveva osato fare  nomi e cognomi, perché aveva denunciato il sopruso e il malaffare, la corruzione delle istituzioni, perché aveva dato il via a una rivoluzione culturale che la mafia non poteva tollerare. Infatti non lo fece, il corpo di Giuseppe fu lapidato, adagiato sui binari e fatto saltare in aria con il tritolo. Suicidio, questo fu  il responso delle indagini, suicidio. Peppino ebbe la sfortuna di morire lo stesso giorno del ritrovamento del corpo del presidente della Dc Aldo Moro, così che fu estremamente più facile sostenere la tesi dell’incidente. Una tesi incredibile, neanche lontanamente verosimile, ma è questo la magistratura sostenne fino al 1984, anno in cui venne riconosciuta la matrice mafiosa del delitto per cui tuttavia non fu indicato un responsabile. Bisognerà attendere ancora parecchi anni, anni di lotta e tentativi di depistaggio.  Alla fine le condanne arrivano: il 5 marzo 2001 - trent’anni di reclusione per Vito Palazzolo - e l’11 aprile 2002  quando Gaetano Badalamenti viene condannato all’ergastolo.

Peppino era figlio di una famiglia mafiosa, non sopportava l’atteggiamento di suo padre, l’atteggiamento della sua comunità, sempre pronta ad abbassare lo sguardo, a tapparsi le orecchie, pronta ad evitare di alzare la voce. In questa omertà tombale Peppino entrò come una flotta di navi da guerra, facendo più rumore possibile, risvegliando gli animi, bucando le coscienze di tutti. Stava con la gente, in prima linea nella lotta contro gli espropri dei contadini e degli operai, costretti ad abbandonare le proprie case per fare posto alla terza pista dell’aeroporto di punta Raisi. Peppino era così, un fiume in piena, un terremoto, un recipiente troppo piccolo per la quantità di energia che doveva contenere, infatti non la conteneva distribuendola ai giovani del suo paese; quella Cinisi patria di Gaetano Badalamenti, il boss. Quella Cinisi in cui i giovani, grazie a Peppino, riuscirono a costruire qualcosa di talmente grande e inaspettato, da resistere alle erosioni del tempo e della memoria.

Nel 1975 Giuseppe fondò il collettivo “Musica e cultura” un punto d’incontro per i ragazzi, un punto di partenza per quella che diventerà la sfida di Peppino Impastato alla mafia. Nel 1976 nacque Radio Aut, una delle prime radio libere d’Italia, la diffusione del suo segnale dipendeva dal vento e comunque non superava la montagna. Era una piccola radio fatta da ragazzi, i mezzi tecnici erano scarsi - reperiti al mercato delle pulci di Palermo – ma finì per diventare un pezzo di storia della lotta rivoluzionaria. La trasmissione più importante di Radio Aut era onda pazza, dove si narravano le vicende di mafiopoli e del suo capo Tano seduto (Gaetano Badalamenti).

Quando Gaetano Badalamenti camminava per Cinisi la gente s’impietriva, quasi s’inchinava, Peppino lo derideva in pubblico, costretto com’era dal suo cuore ribelle a urlare un disprezzo che non poteva contenere. “Tano seduto non caca e se caca, caca duro”, diceva. Peppino Impastato ha avuto il coraggio di deriderla la mafia, di sbeffeggiarla, di farla sentire ferita nel suo orgoglio, distrutta nel suo onore.

Nel 1978 Peppino decise di candidarsi alle elezioni comunali con la lista Democrazia Proletaria, venne ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, pochi giorni dopo gli abitanti di Cinisi riuscirono a farlo eleggere votando il suo nome: un gesto disperato di rabbia e orgoglio.

Trentuno anni dopo la sua scomparsa ci rimane di lui il coraggio, l’allegria, la potenza sovversiva delle sue parole. Di Peppino Impastato ci rimane una frase, che circonda tutto e ci rende consapevoli della nostra sorda indifferenza: “la mafia è una montagna di merda”.


In memoria di Giovanni Falcone a sedici anni dalla strage di Capaci

23 Maggio 2008

 

23 maggio 1992, autostrada A29 Palermo-Trapani svincolo di Capaci. Cinque quintali di tritolo esplodono per ordine di Toto’ Riina, per mano di Giovanni Brusca. Si spegne per sempre, senza possibilità di appello, la vita di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e della scorta.

Giovanni Falcone ha sacrificato la sua vita per lo stato, era un’anomalia palermitana, era uno spietato persecutore del crimine organizzato, sentiva il bisogno di lottare contro la mafia, sentiva la necessità impellente di sacrificarsi alla causa. Aveva un senso del dovere smisurato, credeva nella possibilità di liberare quella sua disgraziata terra dal cancro della mafia, credeva nella possibilità di costruire una società giusta, una società in cui lo stato sarebbe stato in grado di proteggere i propri cittadini e la credibilità delle proprie istituzioni.

Diceva: “Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell’esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell’amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere”.

Era un uomo d’onore, riusciva ad attirare a sé le persone, le calamitava. Giovanni Falcone ha avuto il coraggio di portare avanti una lotta pericolosa, sapendo perfettamente che la sua esistenza sarebbe rimasta segnata per sempre. Giovanni Falcone è morto ammazzato dalla mafia, abbandonato dallo stato, ossia da chi avrebbe dovuto proteggerlo. Dal maxiprocesso in poi Giovanni Falcone è stato lasciato sempre più solo a combattere un nemico troppo grande anche per la sua straordinaria lungimiranza e decisione. E’ stato lasciato solo perché credeva nella possibilità reale di sconfiggere la mafia, credeva nella possibilità di estirpare il marcio, credeva soprattutto nella necessità di provocare l’allontanamento dello stato dall’antistato. Credeva nel dovere, nel risultato, nell’abnegazione, nel sacrificio. Giovanni Falcone ha passato notti senza dormire per lo stato, ha vissuto nell’isolamento per lo stato, pagandosi le spese per il vitto. Giovanni Falcone ha sopportato le infamità di quanti vedevano nella sua figura un pericolo reale, una forza catalizzatrice capace di sconfiggere la corruzione dello stato, Giovanni Falcone è morto per lo stato italiano, è morto perché noi potessimo vivere in una società libera dalle metastasi della criminalità organizzata, è morto per garantire che la giustizia facesse il suo corso.

Diceva: “la mafia non è affatto un fenomeno invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine”. Viviamo come se Lei fosse ancora qui, costretti a combattere contro un fenomeno che ci fa sentire inermi, sconfitti ogni giorno di più. Sono passati sedici anni da quel maledetto giorno del maggio 1992 giorno della strage di Capaci, la mafia esiste ancora ed esisterà ancora a lungo. Esistono ancora i corrotti, i collusi, gli uomini di stato senza coscienza che inneggiano all’eroismo di un mafioso senza neanche avere l’accortezza di sputarsi in faccia al mattino.

Sono tempi difficili Giovanni, sono passati sedici anni dalla Sua morte ed è cambiato tutto e non è cambiato nulla, le stesse logiche di sopraffazione governano questo paese, attaccare un politico significa sottoporsi alla gogna mediatica, essere etichettati come criminali, falsi, sovversivi. Del resto lo stato italiano non è mai stato in grado di proteggere i suoi cittadini, soltanto i suoi assassini. La mafia esiste ancora, controlla esattamente ogni aspetto della vita di questo paese, ma ha allargato la visuale, ora punta i mercati globali e sembra essere diventata qualcosa di cui non tener più conto, neppure in campagna elettorale. Esiste ancora chi, come Lei, è costretto a vivere sotto scorta, perché ha avuto il coraggio di alzare la voce, di denunciare, di raccontare i fatti. Esistono ancora magistrati impegnati, costretti a pagarsi la benzina, poi fatti fuori dal politico di turno e abbandonati dal sistema.

Esiste ancora chi ricorda Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, chi cerca ogni giorno di raccontare la Sua storia, di diffondere il Suo messaggio. Esiste ancora chi vuole provare a lottare senza risparmiarsi per provare a cambiare lo stato di cose attuali, esiste ancora chi crede nel senso del dovere, nella possibilità di poter affermare, un giorno, che il Suo sacrificio non è stato vano.

Il 23 maggio del 1992 è morto un uomo di stato, un eroe, circondato da chi fino all’ultimo è rimasto al suo fianco per proteggerlo. Un uomo d’onore tra uomini d’onore. Il Suo ricordo vive nella nostra lotta, nella nostra voglia di credere che tutto questo un giorno finirà tra le pagine di storia, pagine su cui noi incideremo il Suo nome. Onore a Lei Giovanni, non la dimenticheremo.