Sto sperimentando l’ansia da notizia e il malumore di chi soffre di una malattia moderna e ostile: il digital divide. Sbattuto come sono tra cambi di operatore e università ho poco tempo per scrivere; ma, ad essere sinceri, se pure avessi a disposizione tempo e banda larga me ne guarderei bene dal farlo. Sinceramente, come disse qualcuno: «a questo gioco al massacro, io non ci sto». E non ci sto per un semplice motivo: la mia prostata funziona a meraviglia. Sono ancora troppo giovane e troppo aperto al cambiamento per indossare una casacca e gettarmi a capofitto in una guerra senza scopo in cui tutti sembrano partecipare in nome di un ideale diverso. Dirò solo alcune semplici cose: una sul giornalismo, una sui giornalisti, una sulla politica e una sui politici.
Il giornalismo ha degli obblighi: verità, verifica e rettifica, lealtà verso il lettore, indipendenza dai soggetti trattati e dal potere, completezza e proporzionalità. Essere proporzionali significa non già trattare in modo eguale tutti gli argomenti, ma trattare in modo diverso fatti diversi. Più semplicemente vuol dire assegnare il giusto peso alle questioni trattate. Pertanto: se da una parte ci sono le frequentazione molto poco ortodosse del presidente del consiglio e dall’altra un incremento del 200% della somministrazione di protesi ai pazienti e un giro di prostituzione e tangenti legato agli appalti sulla sanità pugliese la precedenza deve andare alla seconda notizia.
Ora, discorrere di libertà di stampa e informazione indipendente in un paese circondato dalla commistione d’interessi può sembrare difficoltoso. Soprattutto per chi non crede alla verità assoluta e non crede alla distinzione dicotomica tra buoni e cattivi. Mi piacerebbe che si potesse discutere nel merito delle questioni senza trasformare tutto in una specie di messa celebrata da preti immacolati pronti a sputarti in faccia l’unica realtà possibile: la loro. E invece vedo gente pendere dalle labbra di questi nuovi paladini della giustizia, così come sulla sponda opposta vedo l’incapacità di qualsiasi critica. Vedo fanatismi: da una parte e dall’altra. Proclami fatti di parole senza più significato utilizzate a scadenze regolari per cercare di portare a casa un punto dopo l’altro di una partita che ci sta conducendo al massacro. Vedo una Piazza del Popolo gremita di bandiere di partito: l’assoluta antitesi di una manifestazione in favore della libertà di stampa. Vedo personaggi desiderosi di mantenere la scena.
Non prendiamoci in giro: in questo paese la libertà di stampa esiste. Quello che manca è il coraggio di scrivere. E questo mi sembra un problema che ogni giornalista e ogni cittadino potrebbe risolvere da sé: il primo con l’impegno nel lavoro che si traduce nella ricerca della verità, e il secondo con l’allenamento del proprio spirito critico. Certamente il controllo della politica sulla televisione pubblica è deprimente e ingiustificabile. Così come il conflitto d’interessi del premier è talmente indiscutibile da diventare comico. A poco serve lamentarsi delle interferenze berlusconiane sulla tv di stato e poi – una volta ribaltato il verdetto delle urne – partecipare fieri e blasonanti alla spartizione di nomine – queste sì – fatte in nome del popolo sovrano.
Abbiamo un problema enorme: il controllo della tv pubblica da parte dei partiti che impedisce l’esercizio del vero servizio informativo pubblico; quello che si mette a disposizione del cittadino, non alla mercé di due fazioni.
Oggi in piazza ci sono i partiti d’opposizione, gli stessi che più di una volta hanno partecipato all’opulento simposio. E quella di oggi è solo una manifestazione (legittima e sacrosanta) contro Berlusconi, non c’entra nulla con la libertà di stampa e non ha nulla a che vedere con ciò di cui avremmo bisogno: una riflessione comune sui mali del giornalismo italiano; mali un po’ più anziani – mi sembra − di quelli nati nel 1994 all’indomani della discesa in campo di Berlusconi.
I discorsi sui massimi sistemi li lascio ai preti di Piazza del Popolo. Io mi limito ad osservare questo paese con i miei occhi, a cercare di analizzarlo con la mia testa e a scriverne raccontando ciò che vedo con le mie parole. Generalmente concludo col procurarmi inimicizie da entrambi i lati, ma riesco quasi sempre ad evitare di sposare in maniera acritica tesi precostituite.














23 Ottobre 2009 alle 5:17 am |
[...] La libertà di stampa e i preti di Piazza del Popolo [...]