27 Ottobre 2009

Cvd, la tanto attesa – e più volte annunciata – uscita di Rutelli dal Partito democratico sembra avere le ore contate. L’ex ministro ha dichiarato di essere pronto ad andare con Casini qualora ce ne fossero le condizioni, ossia “non subito e non da solo”. In realtà la questione è seria – la Binetti sarebbe il capofila di venticinque parlamentari pronti al salto – e la possibile scissione sarà probabilmente la prima grana da affrontare per il nuovo segretario. Pardon la seconda, visto che Antonello Soro – capogruppo del Pd alla Camera – non sembrerebbe intenzionato ad abbandonare la poltrona lasciando spazio agli “uomini del segretario”.
Altro nodo da sciogliere per Bersani è quello della presidenza; indiscrezioni parlano di un possibile ritorno di Romano Prodi – che potrebbe rappresentare una garanzia per la componente moderata – ma il professore non sarebbe interessato e se il no dovesse essere definitivo si tornerebbe alla carta Rosy Bindi.
Insomma, passata la sbornia della festa Bersani si trova a fare i conti con la realtà di un partito complicato e ancora da costruire. Il nuovo segretario ha tutto l’interesse a mostrarsi come guida ferma di un gruppo unito, ancor di più nel momento in cui il governo comincia a scricchiolare per via delle cannonate di Tremonti.
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Pubblicato da Andrea Sferrella
26 Ottobre 2009

Lo ha detto oggi l’insospettabile Angelo Mellone: il fatto che due milioni di persone scelgano di uscire di casa, mettersi in coda e versare due euro per eleggere il segretario di un partito è non solo motivo di soddisfazione – e stimolo a fare meglio − per la dirigenza del Pd, ma una grande manifestazione di democrazia e senso civico. Secondo il partito democratico i votanti sono stati tre milioni e alla fine, come era nelle previsioni, ha vinto Pier Luigi Bersani. Il nuovo segretario ha conquistato il 52% dei voti (superando quindi la soglia necessaria ad essere eletti al primo turno senza far ricorso al ballottaggio), Dario Franceschini si è fermato al 34%, mentre Ignazio Marino – espressione dell’istanza rinnovatrice − è riuscito a raggiungere un ottimo 15%.
Bersani ha dichiarato che il lavoro e la precarietà rappresenteranno i punti centrali del suo segretariato, aggiungendo: «Farò il leader, ma a modo mio. Voglio partito d’alternativa, urlare non serve».
Com’è ovvio la struttura interna del partito subirà delle modifiche, probabilmente la presidenza andrà a Rosy Bindi; molto più probabilmente Soro dovrà abbandonare il ruolo di capogruppo alla Camera. Bersani è un uomo dell’apparato, già presidente di regione e più volte ministro, dovrà dimostrare di essere in grado di guidare il partito da solo, senza scendere a compromessi né con correnti e correntine, né col sindacato. L’impresa non è priva di pastoie; il primo passo dovrà riguardare la rivendicazione dell’autonomia del Pd – sia nei confronti di Di Pietro che della sinistra radicale − evitando clamorosi (e pericolosi) ritorni al passato, a quel carrozzone chiamato Ulivo e poi Unione che solo male ha fatto al centrosinistra italiano.

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Pubblicato da Andrea Sferrella
25 Ottobre 2009
I primi dati danno Bersani poco sopra il 50%, con Franceschini intorno al 30% e Marino vicino al 15%.
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Pubblicato da Andrea Sferrella
24 Ottobre 2009

Ci risiamo: ancora uno scandalo di sesso, droga e ricatti. Dopo Sircana, Cosimo Mele e Berlusconi tocca ora al governatore della regione Lazio Piero Marrazzo. Una vicenda tanto squallida da sembrare una montatura. Invece è tutto vero. L’esponente del partito democratico è stato prima filmato e poi ricattato da quattro carabinieri ora in manette.
Impossibile non sottolineare alcuni elementi: la straordinaria ricorrenza di transessuali, prostitute e cocaina nel mondo politico italiano; l’incredibile storia di Marrazzo che − sorpreso in una stanza accanto ad un transessuale seminudo − chiede di non essere rovinato e firma tre assegni da ventimila euro. La vomitevole azione di quattro carabinieri che prima hanno ricattato Marrazzo e poi hanno cercato di vendere il filmato ai media. Tutto questo a poco tempo di distanza dalla vicenda che ha interessato il premier Berlusconi; a pochissimi giorni dal nuovo coinvolgimento della famiglia Mastella e di Antonio Bassolino in losche vicende giudiziarie; il giorno dopo la marchiatura a fuoco di un bambino torinese in una scuola media.
Nel frattempo Berlusconi e Tremonti non si parlano, Bossi fa di tutto per tenere in piedi il governo e il partito democratico si accinge a votare l’elezione del nuovo segretario con un governatore di regione indagato e uno sputtanato dalle sue “debolezze private”.
A poco servono le dimissioni di Marrazzo e le rassicurazioni del governo. Un milione di piccole e medie imprese rischiano il tracollo. Il paese rischia il tracollo. E’ necessaria una svolta: un governo di unità nazionale che porti il paese fuori dalla crisi e si dedichi anima e corpo ad un’opera di rinnovamento necessaria. Utopie forse, ma sarebbe l’unica cosa sensata in un mare di merda colante.

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Pubblicato da Andrea Sferrella
12 Ottobre 2009

Sollecitato da un lettore faccio un passo indietro e scrivo del Pd e dei suoi mali. Scrivo dello scorso 2 ottobre: giorno dell’approvazione del tanto chiacchierato scudo fiscale. Una norma, contenuta nel dl anticrisi del governo, che permette il rientro dei capitali evasi nel territorio nazionale. L’ennesimo condono fiscale del centrodestra che garantirà agli utenti dello scudo l’immunità da alcuni reati finanziari come il falso in bilancio e la distruzione di documenti contabili. L’ennesimo invito a continuare ad evadere − vista la possibilità di usufruire di condoni che si ripropongono a scadenze regolari − e l’ennesimo pugno in faccia a quegli imprenditori che, tra mille sacrifici, continuano ogni anno a versare il dovuto compenso allo stato con la pressione fiscale più alta d’Europa.
Ebbene il provvedimento è passato alla Camera per soli venti voti di scarto: tra le file del Pd mancavano 22 deputati; quanto sarebbe bastato per mandar sotto il governo e provocare – in un sol colpo – la crisi dell’esecutivo e la rispedita al mittente di una norma abominevole. E invece, dopo aver passato mesi a discuterne, i deputati del Pd hanno pensato bene di assentarsi: uno a casa con la febbre, l’altro a letto con la sinusite; uno in missione all’estero per conto del Pd, l’altro dal veterinario per una fastidiosa sindrome da stress del proprio cane. Come se gli elettori del Pd non andassero comunque al lavoro anche se malati. La dirigenza ha annunciato che ci saranno sanzioni disciplinari che in ogni caso non potranno ridare dignità e fiducia ad un partito che da quindici anni predica la necessità di un rinnovamento, rivendica la propria antropologica diversità dall’avversario e poi finisce sistematicamente per smentirsi laddove alle parole bisognerebbe far seguire i fatti. Qualcuno ha addirittura avuto il coraggio di dichiarare: «Eh! Ma nella maggioranza gli assenti erano 56».
Non ragioniam di lor, ma guarda e passa diceva Dante per bocca di Virgilio. Resta il fatto che un’opposizione dovrebbe aspirare, durante una legislatura, a costruire un’alternativa credibile al governo di turno: presentarsi come una forza unita e responsabile in grado di assumere la guida del paese.
Il 25 ottobre ci saranno le primarie per la scelta del nuovo segretario del partito democratico: Marino non ha alcuna possibilità, ma è lodevole la sua battaglia per la democrazia interna al partito; Franceschini tenterà il tutto per tutto e ieri, durante i lavori della convenzione nazionale del Pd, ha riscosso il maggior numero di applausi dovuti però più alle arringhe contro Berlusconi che al suo personale appeal. Bersani – che ha stravinto tra i tesserati al congresso – ha espresso la necessità di «riaprire il cantiere dell’Ulivo», ma nel complesso è apparso sottotono. Probabilmente vincerà lui, ma per presentarsi agli occhi del paese come un’alternativa credibile dovrà dimostrare discontinuità con il passato: rendere il Pd autonomo dalla Cgil, da Repubblica e da una classe dirigente – di cui lui fa parte da vent’anni ndr – che tanto ha contribuito ai mali attuali del centrosinistra. L’uscita di scena di Francesco Rutelli – ieri assente per una diplomatica febbre – è cosa già scritta; dopo il 25 ottobre il nuovo segretario si troverà a dover scegliere tra la morte certa del ritorno al passato e la possibilità di una rifondazione vera e più che mai necessaria.

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Pubblicato da Andrea Sferrella
3 Ottobre 2009

Sto sperimentando l’ansia da notizia e il malumore di chi soffre di una malattia moderna e ostile: il digital divide. Sbattuto come sono tra cambi di operatore e università ho poco tempo per scrivere; ma, ad essere sinceri, se pure avessi a disposizione tempo e banda larga me ne guarderei bene dal farlo. Sinceramente, come disse qualcuno: «a questo gioco al massacro, io non ci sto». E non ci sto per un semplice motivo: la mia prostata funziona a meraviglia. Sono ancora troppo giovane e troppo aperto al cambiamento per indossare una casacca e gettarmi a capofitto in una guerra senza scopo in cui tutti sembrano partecipare in nome di un ideale diverso. Dirò solo alcune semplici cose: una sul giornalismo, una sui giornalisti, una sulla politica e una sui politici.
Il giornalismo ha degli obblighi: verità, verifica e rettifica, lealtà verso il lettore, indipendenza dai soggetti trattati e dal potere, completezza e proporzionalità. Essere proporzionali significa non già trattare in modo eguale tutti gli argomenti, ma trattare in modo diverso fatti diversi. Più semplicemente vuol dire assegnare il giusto peso alle questioni trattate. Pertanto: se da una parte ci sono le frequentazione molto poco ortodosse del presidente del consiglio e dall’altra un incremento del 200% della somministrazione di protesi ai pazienti e un giro di prostituzione e tangenti legato agli appalti sulla sanità pugliese la precedenza deve andare alla seconda notizia.
Ora, discorrere di libertà di stampa e informazione indipendente in un paese circondato dalla commistione d’interessi può sembrare difficoltoso. Soprattutto per chi non crede alla verità assoluta e non crede alla distinzione dicotomica tra buoni e cattivi. Mi piacerebbe che si potesse discutere nel merito delle questioni senza trasformare tutto in una specie di messa celebrata da preti immacolati pronti a sputarti in faccia l’unica realtà possibile: la loro. E invece vedo gente pendere dalle labbra di questi nuovi paladini della giustizia, così come sulla sponda opposta vedo l’incapacità di qualsiasi critica. Vedo fanatismi: da una parte e dall’altra. Proclami fatti di parole senza più significato utilizzate a scadenze regolari per cercare di portare a casa un punto dopo l’altro di una partita che ci sta conducendo al massacro. Vedo una Piazza del Popolo gremita di bandiere di partito: l’assoluta antitesi di una manifestazione in favore della libertà di stampa. Vedo personaggi desiderosi di mantenere la scena.
Non prendiamoci in giro: in questo paese la libertà di stampa esiste. Quello che manca è il coraggio di scrivere. E questo mi sembra un problema che ogni giornalista e ogni cittadino potrebbe risolvere da sé: il primo con l’impegno nel lavoro che si traduce nella ricerca della verità, e il secondo con l’allenamento del proprio spirito critico. Certamente il controllo della politica sulla televisione pubblica è deprimente e ingiustificabile. Così come il conflitto d’interessi del premier è talmente indiscutibile da diventare comico. A poco serve lamentarsi delle interferenze berlusconiane sulla tv di stato e poi – una volta ribaltato il verdetto delle urne – partecipare fieri e blasonanti alla spartizione di nomine – queste sì – fatte in nome del popolo sovrano.
Abbiamo un problema enorme: il controllo della tv pubblica da parte dei partiti che impedisce l’esercizio del vero servizio informativo pubblico; quello che si mette a disposizione del cittadino, non alla mercé di due fazioni.
Oggi in piazza ci sono i partiti d’opposizione, gli stessi che più di una volta hanno partecipato all’opulento simposio. E quella di oggi è solo una manifestazione (legittima e sacrosanta) contro Berlusconi, non c’entra nulla con la libertà di stampa e non ha nulla a che vedere con ciò di cui avremmo bisogno: una riflessione comune sui mali del giornalismo italiano; mali un po’ più anziani – mi sembra − di quelli nati nel 1994 all’indomani della discesa in campo di Berlusconi.
I discorsi sui massimi sistemi li lascio ai preti di Piazza del Popolo. Io mi limito ad osservare questo paese con i miei occhi, a cercare di analizzarlo con la mia testa e a scriverne raccontando ciò che vedo con le mie parole. Generalmente concludo col procurarmi inimicizie da entrambi i lati, ma riesco quasi sempre ad evitare di sposare in maniera acritica tesi precostituite.

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Pubblicato da Andrea Sferrella