Abolire il canone

29 Settembre 2009

 

rai-tv

 

Pubblico un editoriale di Antonio Polito tratto da Il Riformista

 

Nel gran casino italiano, può capitare che la cosiddetta stampa di destra dica una cosa di sinistra. Il boicottaggio del canone Rai, anche se fosse puramente e semplicemente una vendetta contro un programma sgradito (Libero e il Giornale propongono lo sciopero fiscale contro Santoro), dovrebbe essere il cavallo di battaglia della sinistra, che di motivi di vendetta ne ha mille. Tutto sommato, fino a giovedì sera protestava che la Rai è occupata dalla destra, faziosa e filogovernativa, serva di codardo encomio al premier e censurante tutte le sue malefatte. Se è vero ciò che ha detto il gran sacerdote della sinistra televisiva, Paolo Gentiloni, e cioè che il 90% della Rai è in mano alla destra e solo il 10% è rimasto alla sinistra, dovrebbe essere quest’ultima a battersi per far saltare il canone Rai che finanzia con i soldi di tutti il dominio di pochi. O, almeno, proporre uno sciopero del canone pro quota: pagare solo il 10% che va a Santoro e a Raitre.

Ma, scherzi a parte, e fuor di contingenza santoriana, l’abolizione del canone Rai sarebbe davvero una cosa di sinistra, se per questo si intende una cosa giusta, equa e moderna.

Innanzitutto il canone è un residuo di un’altra era geologica. Milioni di anni sono passati da quando la nascita della tv pubblica fu finanziata anche con quella tassa. A quei tempi, il semplice fatto di acquistare un apparecchio televisivo ci rendeva utenti della Rai, di un servizio unico gestito dallo Stato. Ma oggi le cose sono completamente diverse. L’uso della tv si è completamente separato dall’utenza del servizio pubblico Rai. Potrei per esempio decidere di acquistare un televisore solo per abbonarmi a Sky. O per acquistare le partite di calcio su Mediaset Premium. O per usare la parabola perché mi interessa la Cnn. E domani per godermi la tv via internet, e nel frattempo per vedere i film che ho scaricato dalla rete, o per giocare ai videogame con i miei figli. Potrei cioè comprare un televisore senza vedere mai né Minzolini né Santoro. Ma sarei ugualmente obbligato a pagare il canone Rai, nel presupposto, non più vero, che lo Stato continui ad essere l’unico fornitore di servizi televisivi.

Trovo anzi stupefacente che né l’Antitrust né l’Unione Europea siano ancora intervenuti a dichiarare illegittimo il canone. Abolirlo, sarebbe dunque in primo luogo moderno.

Sarebbe poi in secondo luogo giusto. Perché il servizio pubblico, in Rai, non esiste più. Non può essere pubblico se è così settario, se spacca così l’Italia in due, se provoca tante polemiche e odio, da una parte e dall’altra. Opporre faziosità a faziosità non è pluralismo, è uso privato (politico) di uno spazio e di una risorsa pubblica. Non è che se la sinistra ha Santoro da contrapporre a Minzolini, la somma totale dia più servizio pubblico. La giaculatoria del servizio pubblico è ormai più una presunzione che una realtà, di cui parlano con tono padronale gli amministratori della Rai, come se noi italiani avessimo bisogno della loro opera informativa e culturale a fini pedagogici ed edificanti. Fino al punto di dover pagare per quel servizio. Mentre invece l’unica speranza di pluralismo sarebbe consentire che nel settore televisivo entri qualche altro concorrente che spezzi il duopolio tra Rai e Mediaset, questo incantesimo in cui vive la tv italiana. L’unico servizio al pubblico che potrebbe utilmente fare la Rai sarebbe sparire, privatizzarsi, vendere due reti a un imprenditore del settore che non debba rispondere a qualche partito politico, e che farebbe comunque lavorare sia Vespa sia Fazio, con gli ascolti che fanno. E trasmettere ciò che davvero è interesse pubblico in un’unica rete, che basta e avanza, finanziata quella sì dal canone.

Ma perdete ogni speranza, o voi che vi siete illusi leggendo la stampa di destra: la destra non lo farà. Già dalla maggioranza hanno precisato che non hanno alcuna intenzione di abolire il canone Rai, ma che hanno tutte le intenzioni di usarlo a proprio vantaggio. E perché mai dovrebbero farne a meno? E qui veniamo alla ragione per cui abolirlo sarebbe invece equo. A favore del canone militano infatti, e a ragione, i principali concorrenti della Rai. Senza canone, l’azienda di Viale Mazzini dovrebbe essere lasciata libera di fare delle cose che i concorrenti fanno oggi in regime di monopolio. Mediaset e Sky sono ben contente di tenere la Rai lontana dal mercato pubblicitario (grazie al tetto che le imposto) o al mercato dei programmi a pagamento (calcio in primo luogo) che così rimangono esclusiva dei due competitori privati. Questa è la prova provata del fatto che la politica sta ammazzando la Rai, se non l’ha già ammazzata. Tenendola in ostaggio per i suoi comodi e facendola pagare a noi col canone. Abolirlo sarebbe dunque un atto rivoluzionario. Qualsiasi cosa rompa o anche solo inceppi il meccanismo infernale del duopolio televisivo italiano sarebbe una cosa di sinistra. Oltre che molto popolare. Provate a chiedere a milioni di italiani che pagano il canone (obbligatoriamente) se sarebbero disposti, avendone la scelta, a spendere gli stessi soldi per un abbonamento a Sky, e vediamo quanti scelgono il canone.

 


Folgore!

21 Settembre 2009

Gomorra e Gomorra

12 Settembre 2009

 

Gomorra

 

 

Ieri ho finalmente potuto guardare Gomorra, il film di Matteo Garrone tratto dall’omonimo libro di Roberto Saviano. Ne sono rimasto deluso. E ho avuto l’ennesima conferma del fatto che la trasposizione cinematografica di un libro finisce raramente con l’aggiungere qualcosa, praticamente mai col migliorare la storia.

 

Il film di Garrone mi è anche piaciuto, ma il paragone con le sensazioni suscitate dal libro non è neanche immaginabile. Ricordo che quando terminai di leggere Gomorra (erano le tre di notte) non riuscii a prender sonno: me ne stavo lì a respirare, a pensare a questa piovra malavitosa che mette le mani praticamente in ogni aspetto della vita economica del paese. Il film questa sensazione non la trasmette. Rappresenta perfettamente le inquietudini dei personaggi e dipinge in maniera realistica e deprimente lo sfondo di Scampìa, dove tutti sono al soldo della camorra, ma non riesce a trasmettere la potenza della camorra. Dipinge i suoi reggenti come un branco di esaltati impegnati in una guerra fratricida, ma non permette allo spettatore di comprendere il peso reale di un’organizzazione malavitosa dove tutto è pianificato, non permette di percepire la vicinanza del pericolo anche a chi non vive in Campania.

 

Il libro di Saviano è un capolavoro e va letto. Poi, se volete, guardate anche il film.

 


9/11

11 Settembre 2009

 

11sett


Lettera al miglior presidente del consiglio in 150 anni di storia

11 Settembre 2009

 

Durante la conferenza stampa a margine del vertice Italia-Spagna, tenutosi nella giornata di ieri alla Maddalena, Silvio Berlusconi ha dichiarato: «Sono convinto di essere di gran lunga il miglior presidente del consiglio che l’Italia abbia mai avuto nei 150 anni della sua storia».

Ci permetta, signor presidente, di dissentire. Secondo la sua opinione lei sarebbe meglio di Cavour, meglio di Giolitti, meglio di De Prestis; meglio di quel Sidney Sonnino che - imprenditore come lei – prima di diventar ministro e successivamente capo del governo, vendette tutte le sue imprese siderurgiche e mise il ricavato in buoni del tesoro  (lo stesso fece Quintino Sella prima di diventar ministro). Lei sarebbe meglio di quell’Alcide De Gasperi che si presentò ai trattati di pace di Parigi e “con una miscela perfettamente dosata di umiltà e di dignità” [Montanelli] disse ai convenuti : «so benissimo che qui tutto è contro di me, che rappresento un paese vinto, salvo la vostra personale cortesia». No presidente, non ci risulta che lei sia migliore dei suoi predecessori, ancor meno ci risulta che lei sia “di gran lunga” migliore dei suoi predecessori; gente che faceva lo Stato mentre lei, signor presidente, si cimenta soltanto col teatrino.

 

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L’Italia che brucia

10 Settembre 2009

 

berlusconiFini

Dopo un lungo periodo di stop, complice l’esame di laurea e un piede rotto, Politikrisiko torna a scrivere. In questi ultimi giorni – e a dir la verità in tutta l’estate – gli spunti per far ballare i tasti del portatile non sono mancati, è però mancata la voglia e spero il lettore vorrà perdonarmi.  

 

Il cavaliere continua a far finta che vada tutto bene e fino a poco tempo fa il balletto mediatico stava anche riuscendo degnamente; passava con facilità dalla tesi del complotto «catto-comunista» al meno accorto revival de: «i rapporti con la chiesa sono eccellenti». Una frase che, pronunciata a caldo dell’entrataccia a gamba tesa di Feltri su Boffo, suonava come ultimo disperato appello al «mantenete le righe». Ma si sa che il cavaliere è abile con la telecamera almeno quanto i suoi avversari sono (erano?) abili con la piazza, e se a smentita non segue contro smentita tutto continua a filar liscio come da collaudato copione berlusconiano.  Il Pdl sembrava ancora assorto nella contemplazione estiva di Mu‘ammar Gheddafi finchè, da Mirabello, Gianfranco Fini ha dichiarato «il Popolo della Libertà ha senso solo se è un grande partito plurale del 40%. Se qualcuno ha in mente una casermetta in cui qualcuno comanda sarà la sua opinione, ma non è la mia e probabilmente neanche quella degli elettori». L’entourage di Berlusconi – Bonaiuti in testa – si è subito affrettato a smentire le illazioni su eventuali tensioni presenti all’interno della maggioranza dichiarando: «Con Fini tutto a posto». La solita smentita insomma; ma il cavaliere questa volta non aveva fatto i conti con la capacità di giudizio del Presidente della Camera e con il fatto che, probabilmente, Fini aveva qualche sassolino nella scarpa di cui voleva liberarsi da tempo: ebbene l’8 settembre è arrivato un nuovo attacco. «Non è tutto a posto − ha dichiarato l’ex leader di An − anzi i problemi politici rimangono ed è paradossale che Berlusconi li neghi». Dunque non proprio un clima da luna di miele tra i due leader e il divorzio magari sarà lontano, ma certamente non è più l’ipotesi fantascientifica che era alla vigilia delle elezioni europee.

Resta da capire – operazione complicata data la blindatura mediatica dei membri del centrodestra − quanti nel Pdl siano disposti a seguire Fini in un’ipotetica nuova avventura. Avventura che consentirebbe a Fini di smarcarsi da Berlusconi in vista di una futura corsa al Colle e provocherebbe una decisiva frattura nella maggioranza di governo costringendo Berlusconi a mettersi al servizio incondizionato della Lega.

Il fuoco è già alto e rischia – come ha titolato stamani il Times – di bruciare Roma: il carburante si chiama Giampaolo Tarantini. L’imprenditore − coinvolto nell’inchiesta sulla sanità pugliese che ha decapitato la giunta di centrosinistra – ha confessato di aver assoldato circa trenta ragazze da accompagnare nelle residenze del Premier Berlusconi (il cui coinvolgimento nella vicenda non avrebbe comunque alcuna rilevanza penale). Un intreccio incredibile tra donne, imprenditoria e politica – è notizia di oggi l’implicazione nell’inchiesta sulla sanità di quattro senatori – che sembra non aver mai fine e che getta le basi per un autunno caldo da cui Berlusconi potrebbe uscire con i denti rotti. Molti gli scenari possibili: l’ipotesi più estrema parla di elezioni anticipate a marzo, ma probabilmente è solo fantasia.  A far da sfondo le opposte battaglie (ma forse non troppo opposte) de la Repubblica e il Giornale e il congresso del Pd di ottobre da cui verrà fuori il nuovo segretario. In mezzo l’Italia, stanca, affamata e affannata. L’Italia delle piccole e medie imprese per cui la crisi non è finita; l’Italia dei terremotati de L’Aquila – in cui tra breve comincerà a far freddo – ancora senza casa e senza prospettive. L’Italia che lavora. L’Italia che brucia.

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