Misure anticrisi del governo: ecco i provvedimenti del decreto

27 Giugno 2009

 

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Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto contentente le misure anticrisi. I provvedimenti principali riguardano: la detassazione del 50% degli utili d’impresa reinvestiti nell’acquisto di macchinari; l’accelerazione dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni e un bonus per le imprese che non licenziano. La manovra costerà circa 2 miliardi, ma il costo è coperto dalla stretta sull’evasione internazionale e da un’imposta sulle plusvalenze dell’oro e di altri metalli preziosi. 

Ecco i principali provvedimenti:

TASSE

Utili reinvestiti detassati al 50% (Tremonti-ter)

Le aziende potranno ottenere la defiscalizzazione del 50% degli utili societari se saranno utilizzati per acquistare macchinari industriali ammortizzabili. L’incentivo «è revocato se l’imprenditore cede a terzi i beni oggetto degli investimenti con finalità estranee all’esercizio di impresa prima del secondo periodo di imposta successivo all’acquisto».

OCCUPAZIONE

Bonus per chi non licenzia

Il decreto prevede un sostegno finanziario per chi non licenzia. Stanziati 190 milioni di euro per aumentare gli assegni legati ai contratti di solidarietà. L’ammontare del trattamento di integrazione salariale aumenta del 20%. In arrivo ulteriori 25 milioni per il 2009 per rifinanziare le proroghe per la Cigs a 24 mesi per cessata attività. Bonus anche per i lavoratori in Cig o in mobilità che avviano un lavoro autonomo.

ENERGIA

Imprese, scende il costo del gas

Arrivano gli interventi per ridurre il costo dell’energia a favore delle imprese che consumano molta energia e delle famiglie. L’Autorità per l’energia elettrica e il gas dovrà introdurre nelle tariffe di trasporto del gas naturale misure di «degressività che tengano conto della struttura costi del servizio in ragione del coefficiente di utilizzo a valere dall’inizio del prossimo periodo di regolazione tariffaria del trasporto».

ORO

Imposta del 6% sulle plusvalenze

Stabilita un’imposta sostitutiva pari al 6% sulle plusvalenze su oro e metalli preziosi realizzate da società ed enti. Il decreto legge anti-crisi contiene un incremento della svalutazione fiscale dei crediti che entrano in sofferenza, che passa dalla 0,30 allo 0,50%. «Non credo che le banche conoscano questa misura, gliela potete segnalare come un cadeau», ha ironizzato il ministro dell’Economia Giulio Tremonti.

RISPARMIO

Rimborsi per bond Alitalia

Per ogni bond sarà rimborsato il 70,97% del valore nominale rispetto al 30% sinora ipotizzato. Agli azionisti viene attribuito il diritto di cedere al Tesoro i titoli per un controvalore determinato sulla base del prezzo medio di Borsa delle azioni nell’ultimo mese di negoziazione ridotto del 50%, pari a 0,2722 euro per singola azione. I rimborsi hanno un tetto: 100 mila euro per ciascun obbligazionista e 50 mila per ciascun azionista.

CREDITI

Pagamenti più veloci della Pa

Una norma velocizza i pagamenti delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle imprese per evitare che gli enti continuino ad accumulare debiti nei confronti dei privati. La legge mette in campo 5 miliardi di euro a favore del meccanismo previsto per sanare il blocco di debiti pregresso della Pa verso le imprese. Introdotta anche la responsabilità del funzionario che decide gli impegni di spesa.

EVASIONE

Fisco, più poteri per l’estero

E’ previsto il potenziamento all’estero dell’attività dell’Agenzia delle Entrate. Sarà creata dentro l’agenzia un’unità speciale internazionale che agirà in coordinamento con la Guardia di Finanza. Il decreto prevede anche una norma sugli arbitraggi fiscali internazionali. Ci sono già norme in Germania e Francia, «noi abbiamo preso il meglio», ha detto Tremonti.

GIUSTIZIA

Nuovo slittamento della class action

Slitta la class action. La legge sulla possibilità di azione collettiva dei consumatori nei confronti delle aziende doveva entrare in vigore l’1 luglio, ma è stata rinviata di sei mesi. Il termine ipotizzato per la nuova entrata in vigore è il 1˚ gennaio 2010. Una nuova disciplina sull’azione risarcitoria collettiva è stata inserita dal governo nel ddl sviluppo all’esame della Camera e che dovrà tornare al Senato.

SANITÀ

Aboliti i ticket sulla specialistica

Previste misure di intervento sociale. Per quanto riguarda la sanità, sono aboliti i ticket sulla medicina specialistica e sono previsti «specifici interventi per le Regioni in grave stato di disavanzo» e «incisivi interventi di contrasto alle frodi in materia di invalidità, nonché un tetto alla spesa farmaceutica». L’esecuzione degli sfratti è prorogata al 31 dicembre 2009.

Fonte [Corriere.it]


Nuova forte scossa di terremoto avvertita in Abruzzo e nel Lazio

22 Giugno 2009

 

L’AQUILA – Una scossa di terremoto molto forte è stata avvertita intorno alle 23 all’Aquila, Teramo e Pescara. All’Aquila in particolare molta gente è uscita dalle tende e dalle case. La scossa è stata avvertita anche a Roma. E’ stata di magnitudo 4.4, e si è verificata alle 22.58. Lo rende noto la sala situazioni del Dipartimento della Protezione civile. I comuni più vicini all’epicentro sono quelli di Pizzoli, Barete e Cagnano che si trovano tutti in provincia dell’Aquila. Al Momento al Dipartimento non sono giunte segnalazioni di danni.

Fonte  [ANSA.it]


Elezioni provinciali e comunali: ecco i risultati dei ballottaggi

22 Giugno 2009

 

Comunali: (rosso = centrosinistra, blu = centrodestra)

BOLOGNA   

DEL BONO 60,7%

CAZZOLA 39,3%

FIRENZE       

RENZI 60,0%

GALLI 40,0%

PADOVA       

ZANONATO 52,0%

MARIN 48,0% 

BARI               

EMILIANO 59,8%    

DI CAGNO 40,2%       

Provinciali:

MILANO        

PENATI 49,8%     

PODESTA’  50,2%

TORINO         

SAITTA 57,4%

PORCHIETTO 42,6%

VENEZIA      

ZOGGIA 48,1%    

ZACCARIOTTO 51,9%

PARMA           

BERNAZZOLI 60,8%   

LAVAGETTO 39,2%


Gli italiani snobbano il referendum elettorale

22 Giugno 2009

  

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Questito 1 – Premio di maggioranza Camera

Affluenza: 21, 7   Sì: 80,4   No: 19,6   REFERENDUM NON VALIDO 

Questito 2 – Premio di maggioranza Senato

Affluenza: 21, 6   Sì: 79,8   No: 20,2   REFERENDUM NON VALIDO

Questito 3 – Abolizione candidature multiple

Affluenza: 22,2  Sì: 90,2   No: 9,8   REFERENDUM NON VALIDO

 

Le operazioni di scrutinio sono tuttora in corso. Ma si tratta solo di una formalità. Il quorum non è stato raggiunto e la consultazione referendaria è fallita. Prevedibile certo, ma non in questi termini. Esultano la Lega e l’Udc di Casini. E non vedo cosa ci sia da esultare. Italo Bocchino (Pdl) ha già dichiarato “Pensare ora a caldo di mettere mano alla legge elettorale sarebbe un errore. Per fortuna i fatti della politica risolvono i problemi più velocemente e ora abbiamo comunque un bipartitismo forte” aggiungendo che “l’attuale legge elettorale esce rafforzata” . 

L’avevo detto in questi giorni: attenzione, perchè se non passa il referendum la legge elettorale ne uscirà rafforzata; cvd, il porcellum continuerà a governare le tornate elettorali del futuro. In Italia abbiamo sostanzialmente avuto lo stesso sistema elettorale dal 1948 al 1993, l’unica riforma (quella che introdusse il, peraltro poco virtuoso, Mattarellum) è stata varata sulla scia della spinta referendaria. Poi, nel 2005, è arrivato il porcellum di Calderoli, un sistema approvato a maggioranza dalla Cdl in chiave decisamente difensiva; un sistema che piace ai partiti perchè consente loro di avere vita facile su candidature e sbarramenti.

Non si capisce perchè almeno il terzo quesito non abbia superato il quorum, e pure si parlava di abolire le candidature multiple, uno dei principali meccanismi  di autoperpetrazione della tanto odiata casta. Evidentemente tutti sono bravi a lamentarsi di una classe dirigente inconcludente, ma poi fanno fatica ad alzare il culettino e andare a votare.

 In ogni caso studiatelo bene questo sistema elettorale, perchè il porcellum è il sistema elettorale definitivo, fino a ieri ce l’avevano imposto, da oggi siamo noi ad averlo confermato e rinforzato. Con buona pace delle riforme e della democrazia diretta.

 


Referendum elettorale: perchè votare sì

20 Giugno 2009

 

porcellum

Capisco che la legge elettorale possa apparire, ai più, come una questione distante dalla realtà e buona solo per i discorsi dei tecnici. In parte è così. Ma la legge elettorale è la regola fondante delle elezioni e di conseguenza della democrazia. Il sistema elettorale serve per tradurre i voti in seggi, vale a dire che determina come i voti popolari vanno a formare l’assemblea rappresentativa: il parlamento. Dal metodo di traduzione: in proporzione o meno, dipende la distinzione basilare tra sistemi elettorali maggioritari e proporzionali.

Domani si vota per un referendum che tenta di modificare la legge elettorale esistente, rinominata, dal suo stesso creatore ( il ministro Calderoli), con l’appellativo di Porcellum. Insomma domani si vota per un referendum sulla legge elettorale, il che dovrebbe bastare, data l’importanza del tema in gioco, a generare una grossa campagna informativa al riguardo. Epperò, la maggior parte degli italiani ignora il contenuto dei quesiti referendari, molti ignorano che ci sia un referendum e tanti non hanno ancora deciso come votare. Cerchiamo di fare il punto sulla situazione.

L’attuale legge elettorale, che per brevità chiameremo Porcellum, è una legge elettorale proporzionale con un forte premio di maggioranza assegnato alla coalizione o alla lista più votata, ne deriva che alla coalizione più votata vengono assegnati un numero di seggi tale da raggiungere il 54% (340 deputati) dell’assemblea parlamentare. Se una coalizione – Pdl e Lega ad esempio – conquista 290 seggi, la legge elettorale gliene assegna 50 per consentirgli di raggiungere la maggioranza assoluta: questi seggi aggiuntivi rappresentano il premio di maggioranza, un accorgimento concepito per garantire la solidità delle maggioranze parlamentari e la conseguente stabilità dei governi. Al Senato la questione cambia: il premio di maggioranza è presente comunque, ma viene assegnato su base regionale: in ogni regione un premio diverso. Questo spiega, in concomitanza con la presenza di soglie di sbarramento più elevate, perché al Senato sia più difficile ottenere un’ampia maggioranza: normalmente le due coalizioni finiscono per ottenere premi di maggioranza nello stesso numero di regioni, per cui l’effetto si annulla.  

Questa legge elettorale prevede poi due elementi altamente tossici: la presenza delle liste bloccate e la possibilità di effettuare candidature multiple.

Liste bloccate: gli elettori sono costretti a votare per candidati già scelti in precedenza dai partiti. Non possono esprimere alcuna preferenza.

Candidature multiple: il territorio nazionale è diviso in 26 circoscrizioni, in ogni circoscrizione si assegnano un numero variabile di seggi  a seconda del numero degli aventi diritto (es. Lombardia due elegge 43 deputati, la circoscrizione del  Molise ne elegge 3). Il porcellum prevede la possibilità di effettuare candidature multiple: vale a dire che un candidato si può presentare in tutte le circoscrizioni così da avere la certezza di risultare eletto. L’elettore si reca alle urne: vede che in lista c’è Di Pietro o Berlusconi e decide di votarli: poi Di Pietro viene eletto in 8 circoscrizioni diverse e l’elettore si ritrova ad aver votato per un Pincopallino scelto da Di Pietro dopo le elezioni. Il terzo quesito referendario punta ad eliminare questa scandalosa pratica di malcostume politico che getta le sue basi sulla gestione clientelare delle candidature, impendendo anche quel minimo rapporto candidato-elettore che sarebbe possibile in un sistema di questo tipo.

Quanto ai primi due quesiti referendari: questi puntano ad abolire la possibilità di formare coalizioni elettorali da 18 partiti (di cui 10 dell’1%) create solo per conquistare il premio di maggioranza e che poi trovano grosse difficoltà ad esprimere quella coesione necessaria a governare.

Nell’ultima tornata elettorale abbiamo avuto una decisa semplificazione del quadro politico dovuta alla formazione di due grossi partiti e alla loro scelta di correre quasi da soli. Ma basta andare poco indietro nel tempo per trovare l’esperienza del governo Prodi: sostenuto da una coalizione di 15 partiti tra cui spiccavano ben due diversi partiti comunisti (Prc e Pdci) e due partiti di matrice centrista/democristiana (Margherita e Udeur). Un governo che per due anni andò avanti a stenti, pressato dalla risicata maggioranza al Senato e dai continui ricatti dei partitini della coalizione. Tant’è che fu proprio l’uscita dalla maggioranza di uno di questi “nanetti” (l’Udeur di Mastella) che causò la caduta del governo. Ora: i sostenitori del No che tanto sbraitano sulla questione della democrazia, dicano se è concepibile e democratico, che un governo votato dalla metà del popolo italiano debba cadere perché Ceppaloni (paese in provincia di Benevento, bacino elettorale che garantisce a Mastella il suo 1,4% dei voti ndr) ha deciso che così deve essere.  

L’affermazione secondo cui il referendum non sarebbe più necessario perché la politica avrebbe superato da sola la malsana stagione dei barconi elettorali, è pressoché ridicola: primo perché se la legge è ancora presente niente garantisce che alle prossime politiche non ci troveremo di nuovo di fronte il barcone “Unione” o il carrozzone “Casa delle libertà”. In seconda battuta, sia dal Pd che dal Pdl, si levano già urla di godimento per un eventuale ritorno al passato: i primi, preso atto del costante calo di consensi, hanno già fatto intendere di voler riaprire le porte al popolo bertinottiano, vendoliano, ferreriano, il che è tutto dire; i secondi in vista della, non troppo lontana, uscita di scena di Belusconi, potrebbero riabbracciare il solitario Casini o il buon Storace. Tra l’altro basterebbe che un solo schieramento decidesse di riformare la coalizione per costringere l’altro a fare altrettanto.

In definitiva i referendum cercano di garantire la governabilità e la stabilità delle maggioranze – principio sacrosanto in una democrazia moderna – togliendo potere di ricatto ai partitini. Certo votare sì non risolverà il problema di una legge elettorale orrenda che andrebbe cancellata e rifatta da principio, ma astenersi – o peggio votare no – significherebbe gettare alle ortiche qualsiasi possibilità futura di riformare il sistema.

 

Di seguito un breve riassunto:

QUESITO n.1: premio di maggioranza alla lista più votata – Camera.

QUESITO n.2: premio di maggioranza alla lista più votata – Senato.

 Votando Sì a questi primi due quesiti s’impedisce la formazione di coalizioni elettorali prive di alcuna coesione (18 partiti e un programma di 340 pagine di contraddizioni) che non essendo in grado di assumersi responsabilità di governo, generano l’immobilismo e la mancata risoluzione dei problemi.

QUESITO n.3: abrogazione candidature multiple.

Votando Sì a questa terza proposta si abolisce la possibilità di candidarsi in tutte le circoscrizioni per avere la certezza di essere eletti. I candidati saranno costretti a candidarsi in una sola circoscrizione: fare campagna elettorale sul territorio e cercare di ottenere i voti, se non riusciranno a farsi eleggere nella propria circoscrizione rimarranno fuori dal Parlamento.

 

Il referendum non risolve tutti i problemi, ma è l’unico modo per provare a cambiare una legge elettorale che piace a tutti i partiti proprio perché consente l’elezione sicura ai dirigenti e permette di non assumersi la responsabilità dell’azione di governo, dispersa com’è tra le mille anime di una coalizione.

 

Le urne resteranno aperte:

domenica 21 giugno dalle 8 alle 22;

lunedì 22 giugno dalle 7 alle 15.

Per votare basta recarsi al proprio seggio muniti di tessera elettorale e documento d’identità.

Per ultriori informazioni visita il sito http://www.referendumelettorale.org/

 

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Segni e Guzzetta:«Basta con i ricatti dei piccoli partiti»

20 Giugno 2009

 

Pubblico un articolo di Segni e Guzzetta (tratto da Corriere.it) sulle ragioni del sì al referendum elettorale.

La lettera per il sì

«Basta con i ricatti dei piccoli partiti
Così chi vince potrà governare»

Parlano i promotori dei referendum elettorali

 

Caro direttore, Sartori è il più illustre tra i nostri critici. E allora facciamo qualche precisazione. Gli obiettivi del referendum erano tre. Innanzitutto ridurre la frammentazione: grazie alla spinta del referendum e alle decisioni di Veltroni e Berlusconi alle elezioni del 2008 è stato fatto un passo avanti. Ma è un risultato che può svanire già alle prossime elezioni. Cosa farà il Pd? Andrà da solo o riprenderà la strategia delle alleanze? Il Pdl rimarrà unito anche nel dopo Berlusconi? Se non passa il referendum la frammentazione può ritornare, così come i partiti dell’un per cento con il loro potere di veto.

Con la legge attuale, non vi è nessuna soglia di sbarramento per nani e nanetti coalizzati. Lo scriveva sul Corriere del 1˚novembre 2006 proprio Sartori (oggi tanto critico), il quale, dopo avere detto che «i referendum del professor Guzzetta sono di gran lunga meglio di niente», affermava: «Le coalizioni vanificano lo sbarramento.

Pertanto la proposta di vietare i collegamenti elettorali è sacrosanta».

Il secondo obiettivo è quello di eliminare le candidature multiple, su cui anche Sartori concorda. Il terzo è quello di eliminare le coalizioni. Il 5 giugno 1946, alla Costituente, Piero Calamandrei si domandava: «Come si fa a far funzionare una democrazia che non possa contare sul sistema dei due partiti, che, in Italia, in questo momento non esiste e che ancora per qualche tempo non esisterà, ma che deve invece funzionare sfruttando o attenuando gli inconvenienti di quella pluralità dei partiti la quale non può governare altro che attraverso un governo di coalizione?» Perché, aggiungeva, «È il governo di coalizione che non ha coesione, che si frantuma». Ci sono voluti più di sessant’anni perché il processo di costruzione di due grandi partiti si avviasse.

Governo di coalizione ha significato, da noi, governo fondato sul ricatto dei partiti minori che tengono in scacco la maggioranza minacciando la crisi di governo. È successo nella scorsa legislatura, ma anche in questa. La Lega la fa da padrone e ha imposto, per evitare l’accorpamento con le europee, il referendum il 21 e 22 giugno, con lo spreco, inutile, di 330 milioni di euro. Noi ci battiamo per il principio secondo cui il partito che vince governa senza dover subire il ricatto di una minoranza. E ha di fronte un’opposizione grande e unita. Come accade nelle democrazie più avanzate, Inghilterra, Francia e Stati Uniti. E poi: cos’è più democratico?

Che un partito governi da solo con il 35 per cento dei voti, come Tony Blair nel 2005, o che un partitino dell’1 per cento possa far cadere un governo e provocare lo scioglimento delle Camere com’è accaduto nel 2008, aprendo la strada alla vittoria di Berlusconi?

Si dice che così chi vince le elezioni potrà cambiare la Costituzione senza referendum confermativo: falso. Con il premio di maggioranza al singolo partito mancherebbero ben 81 deputati per raggiungere il quorum dei due terzi. Il doppio di quelli della Lega, se vincesse Berlusconi.

È falso che sia un regalo a Berlusconi. Anche oggi, la legge elettorale permette a Berlusconi di andare da solo. Questi sono gli argomenti dei nostalgici della prima Repubblica, che sperano in un ritorno alla politica dei «doppi forni» e delle «geometrie variabili». All’Italietta ingovernabile, sulla quale lo stesso Calamandrei ammoniva: «Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici».

Anche per questo voteremo sì.

Giovanni Guzzetta Mario Segni

presidente e coordinatore del comitato promotore dei referendum elettorali


Altro che Noemi, questa è crisi vera

19 Giugno 2009

 

Pubblico un articolo di Antonio Polito tratto da IlRiformista.it

Se la signorina Patrizia D’Addario mente, in tutto o in parte, per scelta sua o perché istigata, questa storia finirà presto e a lei costerà cara. Ma se non mente, siamo di fronte a un salto di qualità molto pericoloso del velina-gate, e il prezzo lo pagherà Berlusconi. Le accuse che la D’Addario (non il Corriere, non la Procura, e nemmeno D’Alema) ha rivolto al premier rendono infatti il suo caso completamente diverso da quello di Noemi Letizia. Per quattro ragioni.

La prima: Noemi ha sempre negato ogni rapporto illecito con Papi, la D’Addario invece lo afferma e dice di poterlo documentare addirittura con registrazioni, oltre che con biglietti aerei, testimoni e prenotazioni alberghiere. Il rapporto in questo caso sarebbe sicuramente illecito, perché la testimone racconta di essere stata pagata per la sua trasferta a Palazzo Grazioli, tant’è che la Procura di Bari ha aperto un’inchiesta sull’ipotesi di induzione alla prostituzione, non sappiamo nei confronti di chi; e questa è la seconda differenza dal caso Noemi.

La terza differenza è per l’appunto Palazzo Grazioli. Che non è Villa Certosa, visto che espone sulla facciata la bandiera tricolore ed è usato dal presidente del Consiglio come sede semi-ufficiale di incontri di governo. La quarta differenza è che il sospetto di ricattabilità del primo ministro, che nel caso Noemi poteva solo essere ipotizzato, qui è affermato dall’accusa della signorina D’Addario: lei stessa ha dichiarato di aver chiesto aiuto per un progetto edilizio e di aver deciso di parlare perché quell’aiuto non l’ha ricevuto (ha ricevuto solo una candidatura alle comunali baresi, dove ha preso sette voti). Di più: aggiunge che le è stato possibile registrare l’incontro privato con il capo del governo, e se l’ha fatto lei quanti altri potrebbero averlo fatto? E tutti quegli altri, di cui forse non sapremo mai, che cosa potrebbero chiedere in cambio? E se tra costoro ci fosse anche chi non deve la sua fedeltà al tricolore che sventola su Palazzo Grazioli, ma magari tifa o milita in un’altra nazionale?

Si tratta di questioni serie e delicate. Che, certo, l’inchiesta giudiziaria aiuterà a chiarire, ma forse non del tutto. Ieri l’avvocato Ghedini ha elegantemente dichiarato che se anche le affermazioni della testimone fossero vere, Berlusconi non potrebbe essere indagato per induzione alla prostituzione perché «utilizzatore finale, quindi mai penalmente punibile». Come linea di difesa giudiziaria, è discutibile. Ma come linea di difesa politica è agghiacciante, per un governo che legifera anche contro i clienti delle prostitute di strada.

I berluscones hanno reagito duramente, prendendosela con D’Alema: perché ha parlato di “scossa”? Vuol dire che sapeva. Lui nega. Ma certo è che se D’Alema davvero sapeva dell’inchiesta avrebbe fatto una sciocchezza da dilettante della politica parlandone prima, trasformando così un probabile gol in un autogol.

Hanno però ragione i dirigenti del Pdl a dire che il premier avrebbe cose ben più serie e gravi di cui occuparsi. Ma è proprio questo il punto. Se il presidente del Consiglio dovesse infatti difendersi dalle registrazioni della D’Addario durante il G8, oppure mentre cominciano le prime proteste dei terremotati dell’Abruzzo, di fatto già non sarebbe più nella pienezza dei suoi poteri. E siccome non è tipo da prenderne atto e farsi da parte, come gli aveva profeticamente suggerito Giampaolo Pansa agli albori di questa storia, possiamo scommettere che vivremo mesi molto difficili, sull’orlo di una crisi istituzionale al buio, perché senza soluzione immaginabile. L’offerta politica alternativa di un altro governo, diverso da quello attuale o semplicemente diretto da qualcun altro, è oggettivamente troppo debole per poterla accreditare. Ci vorrebbe un 25 luglio nel centrodestra, e francamente non è alle viste.

Però più si indebolisce e più Berlusconi sarà alla mercè di chi lo tiene in piedi. Le condizioni alle quali Bossi ha confermato il suo appoggio, le tensioni che crescono nello stesso centrodestra e che hanno spinto ieri Tremonti a precisare che lui non è tra i congiurati, il bisogno disperato di accreditamento internazionale che il premier ha mostrato a Washington: tutto fa prevedere una situazione politica molto più caotica e turbolenta e un governo molto meno efficiente di quello che si poteva immaginare appena qualche settimana fa. E non basterà non dirlo nei tg, per evitare che gli italiani se ne accorgano. Ci sbaglieremo, ma questa storia è molto peggio di ogni tempesta che finora il premier ha dovuto attraversare. Temiamo per lui e, se possiamo dirla tutta, temiamo anche per la tenuta democratica del Paese.