De Bortoli nuovo direttore del Corriere della Sera

30 Marzo 2009

 

debortoli

Ferruccio De Bortoli è il nuovo direttore del Corriere della sera. E’ stato designato all’unanimità dal Patto di sindacato, dal consiglio di amministrazione di Rcs Media Group e dal consiglio di amministrazione della Rcs Quotidiani.

Si tratta di un ritorno, De Bortoli infatti aveva già diretto il quotidiano fondato da Eugenio Torelli Viollier dal 1997 al 2003; all’epoca, proprio come oggi, era succeduto a Paolo Mieli.

De Bortoli – dopo aver rifiutato la presidenza Rai -  lascia la direzione del Sole 24ore che sarà affidato (il cda si riunisce alle 18 e 30) a Gianni Riotta.

 

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In principio era un partito di carta

28 Marzo 2009

 

Primo Congresso Nazionale de Il Popolo della Liberta' - prima gi

Pdl in crescita, al 39%, Pd al 26 (in discesa rispetto al dati delle politiche 2008, ma stabile –  e forse in ripresa – se si considera solo il dopo Veltroni).  Salgono Lega, Udc, Idv,  in ripresa  anche l’area della sinistra radicale. Sono questi i risultati dell’ultimo sondaggio sulle intenzioni di voto degli italiani condotto dall’atlante politico Demos-Coop.

Lo studio è stato realizzato su un campione di circa 1000 persone nel periodo compreso tra il 18 e il 23 Marzo. Dunque prima dell’inizio del primo congresso nazionale del Popolo della Libertà, c’è da aspettarsi, quindi, che il dato del centro-destra continui a salire sulla scia dell’evento ampiamente sponsorizzato, peraltro a ragione, dai media.

Certo,  il 51% assunto ieri da Berlusconi come l’obiettivo elettorale del Pdl, è probabilmente ancora lontano, ma  indubbio è che un dato in crescita dopo dieci mesi di governo fa ben sperare la compagine del Cavaliere; un gruppo sempre più unito attorno ad un leader che – come ha sottolineato ieri Sartori – appare ogni giorno più sicuro di sé.

Resta da capire quanto questa sicurezza sia esponenzialmente in crescita; voglio dire: quando in politica si mette in gioco così tante volte la questione della libertà e quando si mette così tante volte al centro dei propri discorsi la volontà del popolo, è bene che siano individuati i limiti dell’azione.

Il richiamarsi costantemente al popolo – e alla volontà del popolo – è sicuramente un’astuta giocata di retorica politica, così come Berlusconi è di sicuro il più abile conoscitore del marketing elettorale, ma resta da capire, ripeto, quale sia il limite. Se il Cavaliere utilizza la parola popolo come semplice elemento semantico per dare enfasi al suo discorso, nulla si può obiettare, se non forse la sgradevolezza dal punto di vista uditivo. Ma se il Cavaliere crede realmente che la volontà di un popolo sia sancita – e cristallizzata – soltanto dall’esito di una consultazione elettorale, pur plebiscitaria che sia, si sbaglia. Alle continue forzature – a volte davvero eccessive, se non ridicole – di Berlusconi siamo abituati, ma il richiamo costante al popolo è altra cosa. Persino John Hooper, non propriamente un comunista, ha sottolineato questo aspetto definendo l’atteggiamento di Berlusconi come qualunquista e populista.

Se effettivamente il Cavaliere crede di essere il portatore assoluto della volontà del popolo in nome di un consenso – tra l’altro ogni giorno di più fondato sul potere carismatico del leader, più che su quello che Max Weber definiva appoggio razional-legale –  dimentica che il mandato di governo, in una democrazia rappresentativa, significa soltanto facoltà di amministrare la cosa pubblica e possibilità di determinare l’indirizzo politico. Questo e nient’altro. Se poi la visione di Berlusconi è quella di una realtà politica segnata da un presidenzialismo senza contrappesi, allora il discorso fila e i conti tornano.

Sarebbe bene fare chiarezza, anche perché Gianfranco Fini sembrerebbe, date le ultime dichiarazioni, non essere d’accordo. E qui si apre un altro capitolo: quello della successione. Partendo dal presupposto che tendenzialmente l’Italia è da sempre un paese di centrodestra, possiamo assumere che il consenso del Pdl potrebbe salire ancora per poi stabilizzarsi, favorendo così la salita al colle di Berlusconi e il consolidamento del partito attorno ad un nuovo leader (secondo questa ipotesi Berlusconi starebbe facendo un po’ come le formiche che accumulano d’estate il cibo per l’inverno).

Resta da capire, e non è cosa da poco, chi sarà il nuovo leader; per ora in pole c’è proprio Fini, l’uomo politico più importante del Pdl dopo Berlusconi, abbastanza navigato dal punto di vista politico, ma non bruciato, quindi pronto per assumere incarichi di governo. Ma. Sì c’è un ma, anzi ce ne sono molti. Fini non ha più un partito – la base di An, la più radicata sul territorio nazionale – forse non ha ancora digerito appieno il confluimento, ma la classe dirigente sì, e da tempo. Quindi oggi comanda uno solo e Fini farà il leader se Berlusconi gli darà il bene stare; insomma il capitolo successione appare abbastanza complicato da decifrare, oltre che molto lontano da venire.

Per adesso rimane un consenso, che da qualunque matrice derivi, è comunque un qualcosa di mai visto nell’Italia del trasformismo e della frammentazione partitica, se poi questo legittimi Berlusconi a rendere reale la sua visione è un’altra faccenda. Personalmente credo di no, non con questa Costituzione. E forse neanche con questa Europa.

In principio era un partito di carta, poi è diventato di latta, ora è almeno di ferro, sicuramente è da sempre un partito personale e oggi lo è ancor di più.

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Debora Serracchiani: ¿nace una estrella en la izquierda italiana?

26 Marzo 2009

 serracchiani

 Pubblico un articolo di Miguel Mora tratto da El País sulla giovane Debora Serracchiani che in pochi giorni – dopo il suo intervento all’assemblea dei circoli del PD – è diventata il vero e proprio personaggio del momento. In effetti il discorso di Debora è stato avvincente; semplice,  chiara, concisa, efficace, senza quisquilie e giri di parole.

In particolare ho apprezzato alcuni elementi:

capacità di sintesi della leadership;

linea politica netta; 

Di Pietro è a capo di un partito personale e personalista che con il centrosinistra non ha nulla a che vedere;

imparare a votare, imparare ad assumere decisioni, se necessario anche solo a maggioranza, se necessario anche lasciando a casa qualcuno;

giusto il dissenso, ma quando c’è una posizione prevalente questa deve avere il giusto riconoscimento;

bisogno di una nuova generazione politica che non è solo una questione anagrafica, ma è una questione di mentalità;

è un illusione pensare che il cambiamento possa avvenire spontaneamente;

La risonanza mediatica c’è stata, l’articolo di Mora (riportato di seguito) ne è la dimostrazione. Adesso è importante che ai complimenti e alle speranze di rinnovamento seguano i fatti.  

 

Habla claro y sin retórica. Comienza a soltar verdades entre sonrisas, con la voz suave y el índice levantado. Enseguida, en la platea se deshacen los corrillos y surge el entusiasmo. Su cara redonda de niña, coleta y flequillo, engaña. Tiene 38 años, es abogada, se llama Debora Serracchiani y es secretaria del Partido Demócrata (PD) en Udine (noreste de Italia). Y en apenas dos días se ha convertido en la nueva esperanza de una oposición que busca desesperadamente una voz nueva y unitaria.

Algunos optimistas dicen que será la Obama del centro-izquierda italiano. Como hizo en 2004 el actual presidente de Estados Unidos en la convención del Partido Demócrata, ella ha saltado a la fama con un discurso impactante y conmovedor. Duró sólo 13 minutos, pero fue el más aplaudido en la Asamblea Nacional de los Círculos del Partido Demócrata, reunión de las bases y dirigentes locales.

El vídeo ha sido descargado miles de veces en Internet, y en la web del PD (Youdem.it) es el más buscado del mes. Los comentarios son pura felicidad. “¡Grande!”. “Finalmente, una voz nueva”. “¿Eres de verdad o un espejismo?”.

Serracchiani se presentó diciendo: “Soy de Udine, la ciudad que acogió a Eluana Englaro”, la joven que permaneció en coma durante 17 años antes de que sus padres lograran autorización judicial para suspender su alimentación artificial. Luego pasó revista una por una a las torpezas e indecisiones que afligen a su partido, deprimido y dividido, que ha perdido el encanto y la estela que tomó en las primarias fundacionales de octubre de 2007.

“En estos meses se ha visto que el sentimiento de pertenencia al partido ha sido mucho más sentido por las bases que por los dirigentes”, dijo, resumiendo el estado de ánimo de miles de militantes. “La culpa no es de [el ex secretario general del PD, Walter] Veltroni, sino de la falta de un liderazgo que realice una síntesis de la línea política”, continuó, fresca y simpática. “La diversidad del partido es su riqueza, pero hay que aprender a hablar con una sola voz, a respetar a las mayorías, y si es necesario, a dejar a alguno en casa”, proclamó entre ovaciones.

Según avanzaba, cada frase era aclamada con aplausos y gritos de “¡brava!”. “Tenemos que superar protagonismos y personalismos, inventar una línea política nueva, dar paso a una nueva generación, no sólo de edad, sino de mentalidad”.

Criticó la división ante el debate sobre el testamento biológico, la búsqueda desenfrenada de visibilidad mediática, la lejanía de los dirigentes respecto a los problemas de los ciudadanos. Y mirando al secretario nacional, Dario Franceschini, le espetó: “No lo tienes fácil, porque no eres una cara nueva. Pero tienes que dar una nueva credibilidad, y lo estás haciendo”.

Para acabar, dejó su idea de país: “No nos reconocemos en un país que deja la seguridad en manos de sheriffs despolitizados; que piensa que los inmigrantes son criminales; que no invierte en la escuela, universidad e investigación, que cree que la crisis se arregla por tomarla más alegremente, que invita a los médicos a denunciar a sus pacientes, que no cobra impuestos a los más ricos porque son pocos”.

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Crisi economica, 4 milioni di americani senza lavoro. A New York 5 mila in fila per un posto

6 Marzo 2009

 

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La crisi economica è un fiume in piena. Solo a febbraio negli Stati Uniti sono stati persi 651 mila posti di lavoro; per il terzo mese consecutivo la perdita è stata superiore ai 600 mila posti. Il tasso di disoccupazione è salito all’ 8,1%, per trovare un dato più alto bisogna tornare al 1983. Dal dicembre 2007, data di inizio della recessione, 4,4 milioni di americani sono rimasti senza occupazione.

Barack Obama ha parlato di dati spaventosi e ha aggiunto: ”questo paese non ha mai risposto a una crisi facendo lo spettatore e sperando per il meglio, il governo deve continuare ad agire in modo coraggioso sull’economia”. “Non accetto un futuro di disoccupazione per questo paese”. La risposta più immediata sono gli sgravi fiscali previsti per il 95% dei lavoratori americani.

In ogni caso la crisi fa paura, oggi è stata un’altra giornata nera per le borse:  il fanalino di coda  è    Piazza Affari   (- 3,87%), ma la notizia più eclatante arriva ancora dagli Usa dove General Motors – colosso automobilistico –  ha perso il 22%; a questo punto le voci di bancarotta, che hanno causato il ribasso del titolo, si fanno sempre più pressanti.

Numeri che mettono i brividi, brividi che aumentano se si pensa al fatto che dietro quei numeri si celano milioni di persone senza lavoro.  Gente che in meno di due anni ha perso tutto e oggi si ritrova in fila alla «Job Fair» di Times Square; la fiera del lavoro di New York. Cinquemila storie di cinquemila persone in fila per un lavoro qualunque,  raccontate bene da un articolo di Massimo Gaggi.

Erano manager, banchieri, broker di Wall Street, professionisti della grafica e della pubblicità. Lottano per diventare elettricisti, commessi, curatori di animali domestici. Sono tutti lì a combattere per evitare il collasso.

 

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Una sconfitta cercata a lungo

6 Marzo 2009

 

Pubblico (e sottoscrivo) un editoriale di Sartori tratto da Corriere.it 

Povera sinistra. Peggio messa di come è non potrebbe. E l’onda lunga che l’ha portata al tracollo viene da lontano, da molto più lontano di quanto i commentatori ricordino.

L’altro giorno l’elezione di Dario Franceschini a nuovo segretario del Pd è stata una decisione sensata e forse l’unica possibile. Ma il salvataggio viene rinviato a elezioni primarie che dovrebbero spazzare via la vecchia nomenklatura e miracolosamente scoprire nuovi leader. Le primarie sono state una fissazione di Prodi; e sinora si sono rivelate un enorme dispendio di energie senza frutto, che non hanno fondato o rifondato un bel nulla. Per carità, riproviamo ancora. Ma non illudiamoci che scoprano ignoti né quello che non c’è. A oggi ogni capopartito ha allevato i suoi e cioè potenziato la sua fazione, la sua corrente, promuovendo gli obbedienti (anche se deficienti) e cacciando gli indipendenti (anche se intelligenti). Pertanto la crisi di leadership della sinistra è una realtà dietro la quale non è detto che si nascondano geni incompresi, geni repressi.

Il guaio risale al fatto che per una trentina di anni abbiamo avuto la più grande sinistra dell’Occidente, che era però egemonizzata dal Pci e forgiata dallo stalinismo di Palmiro Togliatti. Non era una sinistra addestrata a pensare con la sua testa, ma invece ingabbiata nel preconfezionato di un dogmatismo ideologico. Caduta la patria sovietica, quel pensare e pensarsi che altrove ha rifondato la sinistra su basi socialdemocratiche da noi non si è risvegliato. La fede comunista si è semplicemente trasformata in un puro e semplice cinismo di potere; e il non pensare ideologico, il sonno dogmatico del marxismo, si è semplicemente trasformato nella sconnessa brodaglia del «politicamente corretto». Una brodaglia nella quale anche il semplice buonsenso brilla per la sua assenza.

Dunque la malattia è grave e di vecchia data. Una malattia che coinvolge anche – passando al versante pratico del problema – l’erosione dei bacini elettorali tradizionali della sinistra. In passato la sinistra era, in tutta semplicità, il partito del proletariato operaio. Quel proletariato non esiste più. Lo ha sostituito un sindacalismo che in passato obbediva al partito, ma che ora lo condiziona. Domanda: il collateralismo o condizionamento sindacale conviene davvero, oggi, alla «sinistra di governo » (come diceva Veltroni)? Ne dubito. La Cgil è oramai un sindacato antiquato «di piazza e di sciopero», abbandonato dai giovani, che rappresenta i pensionati (la maggioranza dei suoi tesserati), che difende gli sprechi e anche i fannulloni. E siccome siamo al cospetto di una gravissima crisi economica, la sinistra non la può fronteggiare appesantita dalla palla al piede della Cgil. O così mi pare.

Altra domanda, questa volta sul collateralismo (dico così per dire) con la magistratura. Fermo restando che l’indipendenza del potere giudiziario è sacrosanta, il fatto resta che gli italiani sono indignati per la sua lentezza e inefficienza. Prodi si vanta di avere vinto due elezioni. Allora ci spieghi perché, in vittoria, non abbia alzato un dito per aiutare e anche costringere la giustizia a funzionare. La sinistra fa bene a difendere il potere giudiziario dagli assalti interessati di Berlusconi. Ma fa male a non difendere un cittadino così mal servito da una giustizia, diciamolo pure, ingiusta.

 


In Francia flash mob contro la riforma universitaria

5 Marzo 2009

Montecitorio: via al metodo di voto con impronte digitali; 19 irriducibili si oppongono

4 Marzo 2009

 

pianisti

Alla Camera dei deputati è stato sperimentato il nuovo sistema di voto (tramite impronte digitali) che verrà adottato dalla prossima settimana. Mali estremi, estremi rimedi.

Fortemente voluta dal Presidente Fini è la misura decisiva per estinguere la tanto famigerata, quanto disdicevole, categoria  dei “pianisti” (quelli che − per intenderci − venivano costantemente beccati dalle telecamere a votare per due, a volte per tre colleghi assenti).

Che si sia dovuti arrivare a tanto per arginare il fenomeno la dice lunga sulla moralità della classe politica. Presto detto, pare che 19 deputati (gli irriducibili) si rifiutino di votare con il nuovo sistema; al riguardo Fini ha precisato: «non si determinerà alcun caso significativamente politico. D’altronde, nessun capogruppo finora mi ha preannunciato posizioni negative di interi gruppi e ho quindi motivo di continuare a essere ottimista sul numero finale delle adesioni». Il costo per la messa in opera del sistema sarà di circa 400 mila euro.

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