Proibito parlare; assolti i quattro imputati per l’omicidio di Anna Politkovskaja

20 Febbraio 2009

 

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Pubblico un articolo di Franco Venturini tratto da Corriere.it sul processo per l’omicidio di Anna Politkovskaja, giornalista della Novaja Gazeta uccisa nell’ ottobre del 2006 sul pianerottolo della sua abitazione a Mosca. Ferma oppositrice di Vladimir Putin, aveva denunciato le violazioni dei diritti dell’uomo in Cecenia e Inguscezia. Ieri i quattro imputati per l’omicidio (per conto di un mandante non identificato) sono stati assolti per mancanza di prove. Oggi l’inchiesta è stata riaperta, ma non si arriverà a nulla. Quello di Anna è stato un omicidio politico, i mandanti sono troppo in alto per essere anche solo sfiorati da una qualsiasi forma di giustizia democratica.

La Russia è molto molto lontana dalla democrazia, Anna Politkovskaja voleva avvicinarla: è stata uccisa con un colpo di pistola in testa.

Andrea Sferrella

 

Non è certo una sorpresa, l’assoluzione a Mosca dei tre simil-imputati per l’assassinio della giornalista Anna Politkovskaya. Clamorose carenze nell’indagine, misteri a ripetizione sul pur assodato legame tra uomini del FSB (il successore del KGB) e criminalità cecena. Testi che denunciano di essere stati invitati a mentire, e alla sbarra tre supposti «complici» del delitto con mandanti ed esecutori mai catturati. Cos’altro serve, per parlare di una tragica farsa? Tragica è il termine giusto, perché Anna Politkovskaja, con le sue denunce sugli abusi dei militari in Cecenia e sulla corruzione imperante nel potere post-sovietico, era diventata una delle ultime trincee della libertà di stampa e di critica in Russia. Fino a quei colpi di pistola in testa che il 7 ottobre 2006 l’hanno fatta tacere per sempre.

Vendetta dei servizi russi, delitto di Stato tacitamente benedetto dal Cremlino, complotto di segno contrario per screditare Putin? Anche questo resterà un mistero. Ma è molto meno misterioso quel che in Russia è continuato e continua ad accadere.

L’avvocato e attivista del movimento per i diritti umani Stanislav Markelov assassinato nel centro di Mosca assieme alla giornalista Anastassia Baburova (che lavorava nello stesso giornale della Politkovskaja) ; il dissidente ceceno Israilov raggiunto e ucciso a Vienna; il colonnello Budanov, reo confesso di aver strangolato una ragazza diciottenne dalle parti di Grozny, liberato in anticipo dal carcere; l’ex magnate del petrolio Khodorkovski portato invece a Mosca dopo quattro anni di carcere siberiano per subire un secondo processo politico quanto il primo. E da Putin come da Medvedev un assordante silenzio, non una parola per i morti, non un impegno a far luce. Fino al recentissimo scontro verbale tra Putin e Barroso soltanto perché il presidente della Commissione europea si era permesso di sollevare la questione dei diritti umani.

Quanto basta e avanza per porre una questione che riguarda tutto l’Occidente e il governo italiano in particolare. Con l’arrivo di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, e potendo far leva sull’antica comprensione di qualche grande capitale europea, la Russia pare avviata ad ottenere il riconoscimento delle sue principali doglianze politico-strategiche. Difficilmente Georgia e Ucraina otterranno a breve il biglietto d’ingresso nella Nato, i tempi dello scudo antibalistico si allungheranno e il progetto coinvolgerà Mosca, non avrà luogo, insomma, la temuta «nuova guerra fredda» tra est e ovest.

Ma se il dialogo politico con il Cremlino marcia verso un auspicato e auspicabile rilancio, e se l’Europa continua ad essere pesantemente condizionata dalle forniture energetiche provenienti da Mosca, l’Occidente può per questo rinunciare ai suoi valori e chiudere gli occhi davanti alla degenerazione delle libertà civili e legali in Russia? Non dovrebbero al contrario farsi sentire proprio i governi occidentali che hanno con Mosca i migliori rapporti, come quello italiano? L’episodio capitato a Barroso ci anticipa quale sarebbe la reazione del potere russo. Ma rinunciare a provarci significherebbe rinunciare alle propria identità democratica, e anche mostrare scarso coraggio politico.

Franco Venturini

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Le dimissioni di Veltroni (proprio) nel giorno della sentenza Mills

18 Febbraio 2009

 

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Walter Veltroni si è dimesso da segretario del Partito Democratico e forse per tutti, e sicuramente per lui, è stata una liberazione. La decisione è sopraggiunta dopo la dura sconfitta elettorale in Sardegna.

In questi sedici mesi di dirigenza è apparso troppo spesso a corto di ossigeno,  confuso, quasi ingabbiato tra le pressioni del suo partito, le lamentele di Di Pietro e i “richiami all’ordine” del governo. Ha cercato per lunghi tratti di fare un’opposizione civile in stile anglosassone, salvo poi ricordarsi di essere in un paese in cui se abbassi la guardia ti arrivano schiaffi, calci. Pietre. E’ stato accusato dal governo di non collaborare; da una parte del Pd, da Di Pietro e dalla sinistra extra-parlamentare di collaborare troppo. Non è riuscito a incidere, non si è mai imposto né politicamente, né mediaticamente.

Durante la sua presidenza il Partito Democratico ha perso le elezioni politiche, le regionali in Abruzzo e in Sardegna, le elezioni comunali a Roma. E non tutto può essere giustificato con riferimento all’esperienza del governo Prodi, né con la straordinaria impennata di consensi del governo Berlusconi. C’è una responsabilità personale e Veltroni ha preso atto che fare il leader di un partito a vocazione maggioritaria è cosa ben diversa dal guidare una coalizione variegata – e di ispirazione proporzionale –  come l’Ulivo.

Ebbene Veltroni si è dimesso da segretario del Partito Democratico; non si sa se per sfortuna, malignità o tragico destino lo ha fatto proprio nel giorno della sentenza Mills, risultato: titoloni per le dimissioni e il caso Mills retrocesso a terza, quarta notizia. Ha fatto esattamente il gioco del cavaliere . Inverosimile come la scelta sia arrivata con modico tempismo politico che è, almeno nel mondo in cui viviamo, una dote irrinunciabile per un leader. Al Pd non resta che aspettare le europee, digerire la sconfitta, aprire i lavori del congresso e cercare di ricostruire una base solida da cui ripartire. Alcuni hanno già ipotizzato il ritorno alla coalizione, che è esattamente il motivo per cui si è arrivati allo spostamento del paese verso destra.  

La parola d’ordine è decidere. Pianificare, creare una strategia evitando l’azione multilaterale, cercare il contatto con l’elettorato e favorire il ricambio della classe dirigente. Aspettarsi delle primarie vere in stile americano è piuttosto utopico, nel paese manca la cultura dell’esercizio democratico, anche se in effetti sarebbe la scelta più opportuna, vista anche la palese carenza riscontrabile nel polo opposto.

Stamani  Massimo Cacciari ha sottolineato l’assoluta anarchia che vige da sempre all’interno del Partito Democratico e la mancanza di correnti delineate, sacrosante all’interno di un grande partito di massa.  

Bisogna ripartire, ma farlo subito perché il pericolo di una deriva definitiva e irreversibile è decisamente elevato. I rischi sono tanti, il primo è il passaggio dei cattolici all’Udc.

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Mills condannato a 4 anni e 6 mesi, ricevette 600 mila dollari da Berlusconi per testimoniare il falso

17 Febbraio 2009

 

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Il Tribunale di Milano ha condannato l’avvocato inglese David Mills a 4 anni e sei mesi per corruzione in atti giudiziari. Interdetto per  5 anni dall’esercizio dei pubblici uffici, Mills dovrà risarcire con 250 mila euro la Presidenza del Consiglio dei Ministri, parte civile nel processo.  

Secondo l’accusa  Mills ricevette almeno 600 mila dollari da Silvio Berlusconi per testimoniare il falso in due processi contro Fininvest.

Mills aveva inizialmente confermato il tutto, salvo poi ritrattare nel corso del dibattimento affermando che il premier era caduto vittima dei suoi errori.

Il legale di David Mills Federico Cecconi ha annunciato, come era prevedibile, l’impugnazione della sentenza in appello. La posizione di Silvio Berlusconi è stata stralciata grazie all’effetto del Lodo Alfano  - che sospende in processi in corso per le quattro più alte cariche dello Stato –  in attesa del verdetto sulla legittimità da parte della Corte Costituzionale.

Il Presidente del Consiglio non si è ancora pronunciato, sono comunque improbabili le dimissioni. In ogni caso le conseguenze politiche potrebbero essere importanti, sicuramente dovrebbero esserlo; la corruzione di un testimone non è una multa per divieto di sosta.

Nel 2004 David Blunkett, ministro dell’Interno britannico, fu costretto a rassegnare le dimissioni a causa di un permesso di residenza nel Regno Unito che aveva fatto ottenere, più facilmente e più rapidamente del previsto, alla babysitter filippina della sua amante. Miraggio.

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Pescara: crepe nella fontana di Toyo Ito

16 Febbraio 2009

 

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Sembra non esserci tregua per l’amministrazione comunale di Pescara. Nel primo pomeriggio i vigili del fuoco sono dovuti intervenire in Piazza della Rinascita per mettere in sicurezza “il bicchiere di vino” che ha subito un evidente cedimento strutturale. Il perimetro della fontana è stato transennato dai vigili urbani, il rischio che la struttura ceda definitivamente non è trascurabile.

L’opera è costata oltre un milione di euro: 25o mila sono stati messi a disposizione dalla Banca Caripe e 840 mila da Lafarge srl (leggasi cementificio), mentre il comune di Pescara ha pagato 200 mila euro per il progetto. Fortemente voluta dal sindaco la fontana era stata inaugurata appena due mesi fa. La cerimonia, nella sera del 14 dicembre, coincise con l’ultima apparizione pubblica di Luciano D’Alfonso, che fu arrestato il giorno successivo.

Il vicesindaco Camillo D’Angelo ha affermato: «Una volta accertato cosa ha provocato il cedimento si procederà a sistemare il danno e, ove ciò non sia possibile, a realizzare nuovamente l’opera». Al ripristino provvederà Clax Italia, la società che ha realizzato il progetto dell’architetto giapponese Toyo Ito.

Insomma, lo Huge Wineglass si sgretola, l’amministrazione comunale pure. Forse.

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L’arte del rispetto e del silenzio

10 Febbraio 2009

 

Questo blog è rimasto in silenzio per tutta la durata della vicenda di Eluana. Molte volte sono stato sul punto di cominciare a scrivere, ma ho sempre pensato di dover riflettere ancora un po’. Evidente che questa mia accortezza non sia una prerogativa condivisa dai più, da tutti quelli che in questi giorni hanno sparlato della vita e della morte senza sapere; senza provare a immaginare.

Abbiamo assistito ad un massacro mediatico intriso di fanatismo – quello sì è un omicidio – di cui si spera rimarranno soltanto le ombre e i fantasmi. Un massacro che si poteva e si doveva evitare. Onore a chi l’ha fatto.

Un giorno, me lo auguro, resterà solo il rispetto e la compassione. Solidarietà a Beppino Englaro e a sua moglie.