Licio Gelli in Tv. Anche la P2 avrà il suo programma sulla storia d’Italia

31 Ottobre 2008

 

 

 

Licio Gelli lo conoscono tutti, è stato “il venerabile maestro” della loggia massonica segreta P2, il suo nome è in qualche modo legato a quasi tutte le vicende della Prima Repubblica.

La notizia del giorno è che Gelli condurrà un programma televisivo in onda da lunedì su Odeon Tv, nel quale approfondirà i capitoli salienti della storia d’Italia. Nel comunicato si parla di “ricostruzione inedita” della storia dell’ultimo secolo che per uno con i suoi trascorsi potrebbe voler dire stravolgimento degli avvenimenti e forse qualcosa di più.

Ma andiamo con ordine; Licio Gelli è stato prima volontario nella spedizione fascista in supporto a Francisco Franco nonché sostenitore della Repubblica di Salò e poi, quando il destino dei nazi-fascisti era ormai segnato, cooperatore dei partigiani. A guerra finita diventò portaborse del deputato democristiano Diecidue. Siamo alla fine degli anni ‘40, si  ipotizza che all’epoca Gelli fosse membro della Cia, quel che è certo è che fu sicuramente coinvolto in maniera importante nell’affare Gladio, una organizzazione clandestina gestita dalla Nato, e in parte finanziata dalla Cia, che aveva il compito di bloccare un’ eventuale avanzata sovietica nell’Europa occidentale e, per quel che riguarda l’Italia, frenare l’ascesa elettorale del Pci.

L’avvenimento più importante, che porterà Gelli alla ribalta mediatica, fu il ritrovamento, nel 1981, della famosa lista P2 contente l’elenco degli aderenti alla loggia massonica segreta, un elenco impressionante di politici, alte cariche militari, giornalisti e imprenditori (tra cui Silvio Berlusconi). Il fatto scatenò lo sdegno nel paese, dato che numerose cariche della Repubblica erano occupate da membri dell’organizzazione di cui Gelli era a capo. Il parlamento diede vita a una commissione  d’inchiesta la quale sottolineò l’indiscutibile peso della P2 negli affari finanziari, economici e politici della nazione.

La loggia P2 aveva dunque chiari obiettivi di condizionamento e finanche di sovversione dell’assetto politico e istituzionale del paese. Il commento più appropriato fu quello dell’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini il quale, senza mezzi termini, disse: “Nessuno può negare che la P2 sia un’associazione a delinquere.

Dopo la perquisizione Gelli fuggì in Svizzera dove fu arrestato, riuscì però ad evadere dalla prigione e a rifugiarsi in Sudamerica. Si costituirà soltanto nel 1987. E’ stato condannato, tra le altre cose, a 12 anni di reclusione per bancarotta fraudolenta (scandalo del Banco Ambrosiano, il nome di Gelli è legato sia a Michele Sindona – banchiere membro della P2 colluso con la mafia e poi ucciso in carcere- sia alla vicenda dell’omicidio Calvi), nonché per depistaggio delle indagini sulla strage alla stazione di Bologna del 1980.

Dunque il personaggio più adatto a raccontare la storia d’Italia degli ultimi sessant’anni e magari procedere ad un’ampia opera di revisionismo storico e perché no all’ennesima rivalutazione della P2 (opera a cui anche lo stesso Berlusconi si è già più volte dedicato).

I primi ospiti della trasmissione saranno Giulio Andreotti e Marcello Dell’Utri, il che può far solo aumentare la sensazione che la valutazione dei fatti non sarà per nulla obiettiva, se non altro per il fatto che Andreotti e Gelli sono due degli uomini più potenti della storia d’Italia e il senatore Dell’Utri è stato condannato a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Come ha scritto l’Unità: “sembra una barzelletta. Invece è una vergogna”.

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Istruzione: dal governo solo tagli ma nessuna riforma

24 Ottobre 2008

 

 

Cerchiamo di disporre qualche punto fermo: la scuola non si taglia neanche durante la peggiore delle crisi, ma sprechi e disfunzioni esistono e sarebbe bene iniziare a pensare a una vera trasformazione della scuola pubblica italiana.

Il problema è esattamente questo; si parla di riforma della scuola ma in realtà non c’è nessuna riforma, nessun progetto organico, nessuna idea rifondatrice. Siamo di fronte a un fatto preciso, Tremonti ha chiesto di tagliare e la Gelmini ha provato a tagliare. Nient’altro al di là di questo, nessuna proposta oltre al ritorno del grembiule e al voto di condotta (peraltro azzeccate a mio modo di vedere). Altra cosa azzeccata (non me ne vogliano i signori borghe-comunisti ma purtroppo mio padre non è chirurgo) è l’accorpamento amministrativo, che significa un solo preside per più scuole, se queste hanno un numero esiguo di studenti.

Comunque sia più che di riforma sarebbe opportuno parlare di tagli, una riforma organica avrebbe come presupposto fondamentale lo stanziamento di fondi piuttosto che il diniego. Detto questo passiamo ad approfondire altri aspetti di questo ciclone che si sta abbattendo sull’intero mondo della formazione. Il maestro unico o prevalente, figura ormai mitologica della vecchia scuola  gentiliana, verrà rispolverato e reintrodotto in un contesto però estremamente mutato rispetto ai tempi in cui la foto di classe era in bianco e nero. Da non sottovalutare che, ai tempi che furono, il maestro era una figura lavorativa che godeva di un prestigio sociale elevatissimo e di una paga adeguata alla portata pedagogica della sua mission; il maestro unico però aveva una preparazione sicuramente maggiore rispetto alle insegnanti di oggi, non foss’altro per il fatto che oggi la proposta didattica è decisamente più diversificata rispetto a quella di trent’anni fa.

Discorso a parte per l’università; i tagli alla ricerca sicuramente non rassicurano, in un paese in cui di ricerca se ne fa già poca. Fa discutere il provvedimento per cui ogni cinque professori che andranno in pensione potrà essere assunto soltanto un nuovo ricercatore. Ma questo è un bene o un male? Per chiunque abbia mai messo piede in una facoltà, soprattutto in quelle umanistiche, la risposta dovrebbe essere estremamente semplice.  E’ un bene. Ed è un bene perché la ricerca è una questione d’eccellenza e dovrebbe essere fatta da persone eccellenti, ma sappiamo bene che non è così.

In Italia esistono 37 corsi di laurea con un solo iscritto, esistono corsi di laurea per la cura del cane e del gatto, esistono privilegi  e raccomandazioni, calci in culo e strafottenze di ogni sorta. Esistono soldi buttati via dallo stato per tenere in piedi facoltà morte e sepolte da tempo. Dunque in questo scenario di follia sarebbe opportuno ricorrere al buon vecchio metodo della tabula rasa.

Gli 800 euro destinati a chi prende la strada del dottorato di ricerca sono una cifra abbastanza vergognosa per un paese occidentale, soprattutto se confrontata con le lusinghe di nord-Europa e Stati Uniti e finiscono per alimentare l’ormai mitologico fenomeno della fuga dei cervelli; non è possibile pensare di poter produrre conoscenza e innovazione se quelli a cui è stato affidato il compito di produrla percepiscono stipendi da fame. Ma dicevamo che la ricerca è una questione d’eccellenza, quindi per definizione riservata a pochi, il che significa che non è possibile continuare a sostenere un sistema in cui tutti puntano al dottorato mettendosi in lista d’attesa per un bel posto pubblico universitario.

Bisogna essere ciechi per non vedere che nelle università italiane dilaga l’incompetenza, soprattutto tra ricercatori e assistenti alle cattedre e bisogna essere stolti per non capire che la presenza di tutta questa marmaglia di parassiti statali finisce per rendere difficile se non impossibile l’emergere dei talenti.

I tagli non sono un male assoluto, ma devono essere progettati, devono essere fatti col bisturi mentre qui si vuole usare la falce. La prima cosa da tagliare sarebbero i privilegi, privilegi che riguardano sia la base che il vertice della piramide, partendo da quelli del personale ata (chi ha frequentato l’istituto tecnico sa perfettamente di cosa parlo. Capisco che la raccomandazione è legge di stato, ma uno per aprire la porta, uno per chiuderla e l’altro per controllare i primi due mi sembrano un po’ troppi); passando per i baroni universitari fino ad arrivare a rettori e paladini ministeriali extra-lusso.

Senza neanche mettere mano alla questione costi della politica (altrimenti finiamo domani), abbiamo visto che di cose da tagliare nel  mondo dell’istruzione ce ne sarebbero tante, purtroppo la Gelmini ha pensato bene di far ricadere il peso della manovra sulle teste di bambini e genitori oltre che su quelle dei pochi studenti universitari con una coscienza.

Il primo dovere di uno stato democratico è quello di rimuovere gli ostacoli di partenza e far sì che tutti possano competere con gli stessi mezzi, ma questo non accade oggi e accadrà sempre meno in futuro se si continua a puntare sul privato, se non si introducono basilari principi di meritocrazia nella scuola, nelle università e nel mercato del lavoro.

Dire che la scuola non si taglia non è fare retorica, non significa appellarsi a qualche principio politico, non significa voler difendere a tutti i costi un mondo che ha fallito perché produce ignoranza, ma significa voler salvare il lavoro di quelli che nella scuola vedono il futuro, il lavoro degli insegnanti che si battono per produrre valore e conoscenza. Significa voler salvare quello che c’è di buono e cancellare il malvagio, ricostruirlo, riformarlo appunto. Ma riformare significa evitare i dogmi, se la scuola impresa della Moratti è quanto di più spregevole  i governi abbiano prodotto in materia negli ultimi anni, l’impostazione sessantottina del “mandiamo avanti tutti tanto sono ragazzi” è altrettanto disdicevole perché ha permesso cose inimmaginabili, ha svilito un mestiere, ha permesso tutto senza regolare nulla e così ha creato un vuoto, quando il primo dovere della scuola sarebbe di colmarlo quel vuoto.

Dunque bisogna ripartire dalle certezze ( italiano, storia, matematica e geografia) per il computer ci sarà tempo dopo, bisogna rivalutare e ridare dignità al mestiere dell’insegnante, bisogna ristabilire le regole, introdurre il merito, incoraggiare la creatività, ma bisogna soprattutto tornare a credere nella scuola e nella sua capacità di produrre conoscenza, valore e innovazione, nella sua capacità di creare il futuro.

La scuola ha bisogno di essere riformata, ricostruita e tutelata. Dovrebbe essere l’ultima tra le voci di bilancio da tagliare, ancora una volta è stata la prima.

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BARRY MOORE

21 Ottobre 2008

 

Solo allora Barry Moore si accorgeva di aver passato più tempo a osservare se stesso di quanto gli altri avessero fatto con lui. Spiava la sua condotta come il peggiore dei narcisisti corrotti. Anni dentro decenni a immaginare un tempo che non sarebbe più tornato.

Non sempre puoi avere quello che vuoi. Ma come è triste il tempo di questo lasso di secolo, cade lento e ripetitivo e tu non puoi far nulla per renderlo più attraente, più stravagante. Sono giorni strani, giorni in cui è sempre colpa tua, giorni in cui la seta accarezza il tuo corpo, cade come fosse neve su neve.

Barry Moore aveva il solstizio dentro. Vedute tropicali si incatenavano nelle sue membra producendo visioni di ogni sorta. Nella stanza c’era odore di basilico fresco, un suono pacato e distensivo e una voce di negra ad inondargli i sensi. Barry Moore malediceva il giorno di quella vincita, quando i sogni di gloria erano scomparsi lasciando il posto al desiderio di fuggire via.

Perché quella sconsiderata predisposizione a mandare tutto a puttane era da sempre parte di lui, e nonostante fosse stata attutita da un periodo di lucida razionalità, alla fine era tornata a farsi sentire più forte di prima, più cattiva che mai; come la peggiore tra le droghe si muoveva lenta nelle sue vene, assaporando la sua sostanza, plagiandone pensieri e movimenti.

E Barry tentava di resisterle, ma se l’abuso può uccidere l’astinenza può svuotarti per poi riempire quel vuoto con l’illusione di essere cambiato.

Capitani coraggiosi furbi contrabbandieri macedoni. Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming.

Barry Moore non era un anticristo e non era pazzo. Era solo convinto che avere le palle di rischiare fosse l’unica cosa in grado di distinguere un uomo tra gli uomini. Barry Moore non voleva donne e soldi, fascino e potere, o meglio, voleva averli nella giusta misura, giocare un po’ al coito interrotto con l’onnipotenza sempre convinto di riuscire a fermarsi un attimo prima della catastrofe.

Barry Moore voleva solo essere Barry Moore, poi non conta un cazzo nessuno. Non c’è predica e non c’è morale, non c’è torto e non c’è ragione. Voleva solo essere, senza appellativi, senza piagnistei, senza la paura di mandare tutto a puttane. Io vivo perché respiro, respiro perché credo, credo perché rifletto e continuerò a credere, a riflettere; continuerò a respirare a pieni polmoni boccate di ossigeno di questo zozzo mondo finché ne avrò voglia, finché ne avrò il coraggio. Poi fuggirò via e non mi troverete mai. E non parlerò più con nessuno. E non penserò più per nessuno.

Musica, titoli di coda e vaffanculo a tutti.