Nuovo scandalo in Abruzzo. 25 milioni di Euro per un depuratore che non funziona e non funzionerà

10 Settembre 2008

 

Proprio non sembra essere il momento migliore per l’Abruzzo; mentre si dibatte in aula sul caso Del Turco, una nuova bufera precipita sulla regione. Solite questioni: cattiva amministrazione, acqua e  inquinamento. Per l’ennesimo anno consecutivo la città di Chieti è rimasta a secco in estate, stessa sorte toccata, l’anno passato, a Pescara (parte della città continua ad avere acqua soltanto nelle ore serali).

L’emergenza acqua sarebbe già grave di per sé, ma se ad essa si affiancano gli altri due, ormai datati problemi regionali, ossia inquinamento delle falde e mal governo, l’emergenza si trasforma in catastrofe annunciata.

Il fatto del giorno riguarda lo sperpero di denaro pubblico, 25 milioni di euro, perpetrato da quattordici dirigenti di enti pubblici per la costruzione di un depuratore mai aperto, impossibilitato all’utilizzo dagli altissimi livelli di inquinamento del fiume Pescara.

 

Pubblico un articolo di Davide Milosa tratto da Corriere.it, che riassume la questione.

 

MILANO – Venticinque milioni di euro (erogati dal ministero del Lavori pubblici e dalla Ue) per un potabilizzatore che non serve a niente perché l’acqua del fiume Pescara è talmente inquinata da rendere inutili i macchinari che dovrebbero trasformala in bevanda potabile. Accade in Abruzzo, a Chieti, contrada San Martino. Uno sperpero di denaro politicamente trasversale, contro il quale nessuno ha mosso un dito. Dalla giunta di centro-destra di Giovanni Pace (presidente della Regione dal 2000 al 2005) a quella di centro-sinistra di Ottaviano Del Turco «nessun politico è mai intervenuto per metter fine allo scempio», dice Guido Conti comandante della Guardia forestale di Pescara che, su «input della magistratura contabile», ha inviato un rapporto alla Procura della Corte dei Conti. Risultato? Quattordici dirigenti di enti pubblici (tutti del Partito Democratico), tra cui la Regione, la Asl, l’Azienda Consortile Acquedottistica (Aca) che comprende 64 Comuni e il cui presidente Bruno Catena (Pd) è indagato nell’inchiesta sulla discarica chimica di Bussi (la più grande d’Europa) e l’Ente d’Ambito pescarese (Ato), commissariato, si ritrovano sotto inchiesta con l’accusa di avere sperperato 25 milioni di denaro pubblico. La storia del potabilizzatore di Chieti inizia quarant’anni fa: «Il progetto risale al 1970», racconta Augusto De Sanctis del Wwf Abruzzo. Ma solo nel 1990 nasce un piccolo impianto mai entrato in funzione e costato 850.000 euro, provenienti da fondi pubblici. Nel 2000 l’accelerazione nella realizzazione del megaimpianto quando il ministero dei Lavori pubblici mette sul piatto i fondi europei per la costruzione di grandi potabilizzatori in tutta Italia. E se altrove, oggi, questi impianti funzionano a dovere, quello di Chieti no. «Questi macchinari possono potabilizzare l’acqua fino a un certo livello di inquinamento, superato il quale è impossibile utilizzarli», continua De Sanctis. Per dire: il legislatore classifica i livelli di inquinamento delle acque da 1 a 3.

Il Pescara supera abbondantemente livello 3. E ancora: se il livello massimo di idrocarburi consentito nell’acqua è pari a 1, nel fiume da potabilizzare si arriva a 67. Le analisi rilevano che «bere l’acqua del Pescara significa rischiare il cancro. Tutti hanno sempre saputo dello stato del fiume, tant’è che negli anni ‘90 la Provincia finanziò diverse campagne di sensibilizzazione per allertare la popolazione a non bagnarsi e non bere l’acqua». La legge prevede che le autorità competenti, su tutti la Regione, eseguano analisi sull’acqua. «Nel 2000 però – aggiunge il comandante Conti – l’Asl non fa le analisi». Eppure i lavori iniziano e proseguono lo stesso. L’Aca, che gestisce l’appalto, dal 2000 «una volta all’anno», invia una richiesta alla Regione per le analisi delle acque. Richieste alla quali l’Asl non risponde. Nel 2004, con l’impianto ormai terminato, l’Asl dà finalmente mandato all’Arta di fare le analisi. Il documento porta la data del 26 novembre. E prova l’inquinamento oltre il livello massimo. «La triangolazione delle responsabilità – prosegue Conti – si conclude con il collaudo». Operazione impossibile visto lo stato del fiume. «Ma necessaria per ottenere i finanziamenti europei». Nel 2006 il collaudo. Fatto «senza far funzionare il potabilizzatore».


Patologie intellettuali all’italiana

1 Settembre 2008

 

Questa terra è sempre più afflitta da due mali culturali, due patologie intellettuali. La prima fa riferimento all’ormai collaudato esordio colloquiale “In questo paese”, sintomo di una cocente insoddisfazione per i malanni della propria nazione e allo stesso tempo spia e indicatore di una sorta di appagamento erotico che si prova nel vederla affondare.

La seconda disfunzione patologica è rappresentata dall’eterna balbuzie elettorale del “ma anche”; recentemente rivalutata da Veltroni è, in realtà, significante raffigurazione della nostra capacità di continuare a trascinarci nel tempo pur di  non scegliere, di non stare né da una parte né dall’altra.

Male, malissimo, perché non scegliere da che parte stare significa non decidere, non decidere significa non agire, non agire significa morire sommersi dalla propria inefficienza.

E l’inefficienza, in Italia, è cultura di stato; patrimonio nazionale.