Lo scorso 13 giugno 800 mila elettori irlandesi hanno detto no, attraverso il referendum, all’approvazione del Trattato di Lisbona, seconda versione della Carta Costituzionale europea, già bocciata due anni fa da Francia e Olanda. Si è aperto un periodo di stallo nel processo di unificazione europea. Ha vinto il campanilismo, l’egoismo sociale e forse la demagogia. Facile fare il muso duro alla recessione economica tirando fuori le vecchie logiche localistiche, per poi tornare, subito dopo, ad usufruire delle generose risorse di mamma Europa.
«Molti europei non capiscono il modo in cui costruiamo l’Europa in questo momento» ha detto Sarkozy e forse ha ragione perché, nel calderone dei commenti, tra euroscettici ed europeisti, sembra essere l’unico ad aver colto il nocciolo del problema: la mancanza di collegamento tra il potere decisionale europeo e la cittadinanza, la difficile comprensione dei meccanismi della politica comunitaria in generale e la scarsa conoscenza del trattato in particolare.
Non è mancato chi ha brindato alla complicità di colori dell’asse Dublino – Pontida e non sono mancate le dichiarazioni ad effetto di chi, come Pera, ha attribuito la stasi alla cacciata di Dio dalla costituzione definendo il no irlandese come «la vendetta cristiana, la storica risposta dei credenti all’Europa senza Dio».
Crisi dunque, e c’era da aspettarselo date le difficoltà che il processo di unificazione europea ha avuto fin dal principio, le comunità nazionali non vogliono cedere il passo ad un organismo sovranazionale che potrebbe togliere loro ulteriori stralci di sovranità e margini di manovra. Una sovranità peraltro già abbondantemente logorata dai dettami del mercato globale, dalla delocalizzazione di capitali e produzioni, che partono per orizzonti lontani lasciando sulle spalle della vecchia Europa il peso di uno stato sociale insostenibile. Di conseguenza il no irlandese può essere visto come un tentativo di non piegarsi alla volontà dei grossi gruppi di potere finanziario che hanno fatto di Bruxelles il centro preferito per le attività di lobbying.
Ma l’Europa è soltanto questo? No. Non lo è per il semplice fatto che l’Europa rappresenta un disegno di aggregazione, per il fatto che le regole comunitarie potrebbero rappresentare un’ancora di salvezza per quei paesi, Italia in testa, che faticano nell’opera di modernizzazione perché pervasi dalla corruzione, dal malgoverno, dall’inciviltà.
Dunque gli euroscettici e i detrattori del Trattato non tengono conto di due questioni determinanti, l’enorme flusso di denaro che arriva nel nostro paese sotto la dicitura Fondo europeo per…, nonché la preziosa questione identitaria che fa capo a una concezione di movimento, di convivenza tra popoli diversi. Dimenticano inoltre che senza i vincoli europei di bilancio l’Italia sarebbe da tempo arrivata al collasso economico, sommersa dalla voracità di un debito pubblico insostenibile.
Si può discutere, certamente, di alcune questioni legate al sistema decisionale e alle logiche di potere, si può discutere della proliferazione dei comitati, della pesantezza della macchina burocratica comunitaria, del ruolo che le multinazionali esercitano a Bruxelles, ma non si può discutere della necessità di garantire uniformità favorendo il processo di unificazione, necessario proprio per rendere più agevole il governo del processo decisionale.
L’Europa è appesa a un filo, a noi italiani non resta che augurarci che continui a reggere.













12 Agosto 2008 alle 10:53 pm |
tu o non hai letto il trattato e ti fidi di quello che ti dicono
o sei un nazista.
in ogni caso, complimenti!
12 Agosto 2008 alle 11:53 pm |
Sì, sono un nazista.