Studenti a vita. La “farsa” del 3 + 2

 

Da un articolo de L’espresso viene fuori una realtà inquietante sulla situazione della disoccupazione giovanile in Italia. I dati parlano chiaro, la disoccupazione media dei giovani laureati è del 2,3% negli Stati Uniti e nel Regno Unito, del 2,8% in Svezia, del 3,3% in Danimarca, del 5% in Germania. Il dato aumenta in Francia e Spagna dove la disoccupazione giovanile raggiunge il 5,9% ma si attesta comunque intorno alla media dell’OCSE e dell’Ue-19. Il dato italiano è sconcertante, 13,5% di giovani laureati senza lavoro, seguito soltanto dal 15,4% della Grecia.

Ovunque si va a scavare nelle classifiche OCSE, si scopre qualcosa di interessante, qualsiasi variabile di riferimento si analizza la costante è una e una sola, l’Italia è il fanalino di coda d’Europa.

Il mondo del lavoro deve fare i conti con una domanda spropositata, una domanda a cui risponde con le offerte di lavoro a tempo determinato e i contratti a progetto.

Con la riforma del 1999 si è fatto di tutto per tentare di riformare il sistema universitario attraverso la creazione delle lauree brevi, nel tentativo di diminuire il numero di studenti fuori corso e abbassare l’età media dei laureati, così da renderli maggiormente competitivi sul mercato del lavoro europeo. A dieci anni dall’entrata in vigore della riforma, il metodo 3+2 sembra essere fallito in tutto e per tutto, l’82% dei laureati prosegue infatti il proprio corso di studi e, in modo molto probabile, lo fa non per scelta personale o volontà di approfondire, ma semplicemente per accumulare carte da giocare sul mercato lavorativo.

Sostanzialmente, almeno nella maggior parte dei casi, la laurea specialistica è nient’altro che questo, nient’altro che un diversivo all’insicurezza, un modo per allontanare ancora un po’ la prospettiva di un futuro precario.

Dunque se il risultato della riforma è ineccepibile dal punto di vista statistico, l’età media dei laureati si attesta infatti attorno ai 24 anni, non lo è altrettanto dal punto di vista pratico e qualitativo. Tra laurea di primo livello, specialistica e master i giovani si affacciano sul mercato del lavoro sempre più tardi, quelli di loro che scelgono la strada europea si trovano a dover combattere contro contendenti di due o tre anni più giovani, senza neanche sfiorare il discorso della preparazione, perché lì si rischia davvero di imbattersi in nell’assurdità di un sistema scolastico sconclusionato e inefficiente.

Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea, specifica che con la riforma Berlinguer si chiedeva alle università di intraprendere un percorso culturale di rinnovamento, “non di versare un litro di vino in una bottiglia da tre quarti”. Questa di Cammelli è la metafora migliore per descrivere il modello 3+2, stessi esami in minor tempo, con l’aggiunta di varie voci professionalizzanti e particolari, significa fare più esami in meno tempo, significa dunque smussare i programmi e di conseguenza imparare di meno per poi ritrovarsi a dover intraprendere un ulteriore percorso di studi, in modo da garantirsi la conoscenza specifica e necessaria per l’accesso alle professioni.

Il ragionamento è semplice, sintetizzato alla perfezione da Angelo Guerraggio, docente di Matematica alla Bocconi, “Di fatto adesso siamo al 4+3: in media uno studente impiega quattro anni per il triennio, poi i due della specialistica, tra ammissione esami e tesi, diventano tre: insomma siamo tornati ai sette anni, quelli che facevano scandalo prima della riforma”. Dunque stesso tempo meno qualità.

Meno qualità significa più laureati per un numero sempre più esiguo di posti di lavoro, significa appiattimento degli studenti attorno alla media, significa difficoltà di individuare i meritevoli, significa quindi meno meritocrazia per un paese che è già di per sé un miraggio di democrazia.

5 Risposte a “Studenti a vita. La “farsa” del 3 + 2”

  1. mikecas Dice:

    ho scritto un articolo sullo stesso argomento circa un anno fa….
    ma tanto non cambia niente…
    se ti interessa lo puoi trovare qui:
    http://www.webalice.it/michele.castellano/scienza/L‘Italia e l’innovazione tecnologica.html

  2. Anonimo Dice:

    Purtroppo è tutto vero…che tristezza!! :*

  3. Andrea Sferrella Dice:

    Sì, è molto difficile cambiare le cose, ma la possibilità di farlo passa anche attraverso la nostra volontà. La parola d’ordine è OPPORSI e pretendere di più.

  4. Libru » Studenti a vita. La “farsa” del 3 + 2 Dice:

    [...] sconosciuto: Con la riforma del 1999 si è fatto di tutto per tentare di riformare il sistema universitario attraverso la creazione delle lauree brevi, nel tentativo di diminuire il numero di studenti fuori corso e abbassare l’età media dei laureati, … [...]

  5. druida Dice:

    Io però specificherei che il 3+2 ha fallito in Italia. Le aziende e i Professori non hanno mai accettato l’idea di conformarsi ad altri Atenei Europei ed hanno “convinto” l’opinione pubblica che il 3+2 fosse la riduzione del ciclo unico universitario e non la sua divisione. In Europa la nostra triennale viene riconosciuta come Bachelor e con un Bachelor si entra tranquillamente nel mondo del lavoro.

    L’appiattimento e la poca qualità nasce già dalla scuola, in tutti quei casi di “si impegna tanto, poverino”. Poi prosegue alle superiori e in seguito nell’università: in Italia il più delle volte viene premiato un apprendimento nozionistico, detto “a pappagallo” anche e soprattutto in ambito accademico.
    I laureati sono troppi? Eppure dai risultati del CIVR risulta che rispetto ad altri Paesi civilizzati abbiamo anche pochi IMMATRICOLATI. Senza contare che tutto il sistema spinge il diplomato a laurearsi: quanti periti informatici si sono trovati la porta chiusa in faccia perché non bastava il diploma? Allora Laurea Triennale, ma neppure quella basta. Allora specialistica. E poi, se si è fortunati (perché ci sarà a quel punto chi dirà che non ci sta esperienza sul campo) il Dottore Magistrale in Informatica o Ingegneria Informatica, si trova a fare il lavoro che doveva competere al perito informatico. Queste cose non vengono dette.

    La finanziaria ha fatto danno, è vero, ma già il Paese non si schioda e non lo fa perché un Paese tendenzialmente vecchio, con idee preconcette e con schemi mentali, che si beve qualsiasi baggianata gli si dica, come si legge nei commenti a quell’articolo, fra cui: il 3+2 è più semplice; il 3+2 ha ridotto il ciclo (se prendevamo Giurisprudenza, questa passava da 4 anni a 3+2… ergo…); il 3+2 esiste solo in Italia; il Master (italiano, aggiungerei) serve a qualcosa; il 3+2 non ti fa lavorare in tutto il mondo.

    Ora, appurato che da noi il 3+2 è stato applicato in maniera al di sotto della decenza, per mio modo di vedere, viste le offerte di lavoro nel resto di Europa, visti i programmi universitari in alcuni Paesi Europei e visto il fatto che ci sono Paesi che ti fanno accedere al Phd per quanto riguarda alcune materia, addirittura col solo BACHELOR, mi viene da pensare che il famoso articolo dell’Espresso è scritto in maniera tendenzionsa per sviare per l’ennesima volta i pareri della cittadinanza.

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