Nicola Tommasoli non ce l’ha fatta. Muore a 29 anni, pestato da cinque skinheads

 

L’informazione dovrebbe occuparsi di raccontare i fatti e non le opinioni. Il problema è che spesso i fatti coincidono con le opinioni. Se è il libero cittadino Gianfranco Fini ad accostare un morto ammazzato  a una bandiera bruciata, si tratta di opinione personale, deplorevole, inappropriata, inconcepibile e assurda, ma comunque libera di esistere. Se invece è il Presidente della Camera a parlare, allora le sue parole non sono più mere opinioni da sconsiderato, le sue dichiarazioni diventano un fatto, un fatto da raccontare.

Nicola Tommasoli è stato ucciso per non aver offerto una sigaretta. Ucciso da quattro skinheads. Ucciso. Ammazzato. Massacrato.

Secondo Fini le contestazioni dei centri sociali alla fiera del libro di Torino sono cosa ben più grave di un ragazzo ammazzato. Perché in quelle contestazioni antisioniste, secondo il leader di An si nasconde l’ombra dell’antisemitismo e lui è uno che di antisemitismo se ne intende. L’uccisione di Nicola, invece, non ha nulla a che vedere con la politica e l’ideologia. Erano soltanto cinque bravi ragazzi neofascisti, cinque ragazzi di “buona famiglia”, come oggi rivendicano a gran voce quelli della “Verona bene”. Dunque è stato solo un episodio, la politica non c’entra nulla.

La politica invece c’entra, c’entra dal momento in cui si lascia che la libertà di espressione e di associazione diventi un pretesto per scatenare la violenza sugli inermi, sugli oppressi e sui diversi. La politica c’entra perché è la politica la causa di tutto ciò, i cinque aggressori appartengono a gruppi di estrema destra, molto spesso liquidati come un fenomeno poco rilevante, forse addirittura protetti, certamente non nuovi a certi atti di infamia. C’entra perché è dalla politica che devono arrivare le risposte concrete. Troppo facile utilizzare il pretesto della sicurezza, che poi è una questione di percezione, per fini elettorali. Troppo facile scagliarsi con gli immigrati, facendo coincidere i singoli casi delittuosi, pur cospicui, alla totalità dei comportamenti. Qui il problema riguarda l’uso sistematico della violenza negli ambienti di estrema destra, riguarda il fenomeno del branco, come vero e proprio centro aggregatore di personalità deboli e distorte, che nel branco trovano potere, identificazione e consacrazione. Giovani, a volte giovanissimi armati di caschi e coltelli, si affrontano senza timori,  nell’indifferenza dello stato e della società civile. Le strada è il loro colosseo, un’arena dove combattere una guerra in nome di un’ideale distorto, inneggiando a Priebke, alla repubblica di Salò, al Führer. La strada è il teatro della loro guerra e una guerra che si rispetti non deve mancare del suo elemento probatorio, la presenza dei morti, dei caduti.

Nicola Tommasoli muore a ventinove anni perché lo stato, la politica e la società tutta, non sono stati in grado di proteggerlo, di garantire alla comunità gli strumenti culturali per decifrare la realtà e fare i conti con la storia, muore perché lo stato non è stato in grado di rendersi conto che quei cinque non erano affatto “ragazzi di buona famiglia”.

Dunque l’informazione dovrebbe separare i fatti dalle opinioni. Nicola Tommasoli è morto la prima volta ammazzato da cinque fascisti nella notte del primo maggio per non aver ceduto una sigaretta ed è morto una seconda volta ammazzato da una dichiarazione assurda, quasi spettrale. Una dichiarazione di un uomo di stato. Adesso  silenzio e  cordoglio.

Una Risposta a “Nicola Tommasoli non ce l’ha fatta. Muore a 29 anni, pestato da cinque skinheads”

  1. tonio di carlo Dice:

    Fini…Vergognati, sei un infame!!!
    Ancora non inizi il tuo percorso da Terza Carica dello Stato che bisogna chiedere a gran voce le tue dimissioni.
    Le belve che hanno ucciso Nicola fanno parte dell’estrema destra di AN.
    Non vi nascondete dietro un dito.
    Meno male che c’è la grande rete che informa!!!
    Altro che televisioni di stato e non.

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