
Dunque la parola d’ordine è picchiare tutti selvaggiamente fino a farli pentire di aver abbandonato la miseria della propria condizione d’origine ed essersi spinti oltre i confini, alla ricerca di qualcosa di migliore. Sono i martiri dell’altra globalizzazione, quella non consentita, quella della fine delle barriere dello stato nazione.
I proclami del governo, le dichiarazione xenofobe – più o meno velate – di Maroni e Bossi alla Tv, hanno fatto breccia tra le solite frange violente di estrema destra, le quali hanno sempre goduto di un lascito di impunità benvoluta anche se non dichiarata. Da pochi giorni però, hanno ottenuto la tanto attesa legittimazione mediatica, il benestare ad usare il pugno duro e l’arma intellettuale migliore che conoscono: la spranga. Così incoraggiati dal clima da Far West del paese si è dato il via alle danze. Botte, incendi, percosse senza distinzione alcuna, senza possibilità di difesa.
Ieri a Pigneto, quartiere della capitale, ha avuto luogo l’ennesimo pestaggio ad opera dei “soliti bravi ragazzi” neonazisti. I 20 in questione, tutti rigorosamente col volto coperto da un foulard con incisa la svastica, hanno distrutto a sprangate tre negozi gestiti da extracomunitari, pestando con violenza il gestore di un bar, un uomo del Bangladesh. Una giornalista testimone ha dichiarato di aver tentato di chiamare la polizia per diversi minuti, ma di non essere riuscita a mettersi in contatto con le forze dell’ordine; l’elemento non fa che rendere l’accaduto ancora più surreale. Allora viene da chiedersi come mai, nessuno di accorga di pestaggi che avvengono sempre con le stesse modalità, viene da chiedersi come sia possibile che venti individui col volto coperto e assi di legno in mano, possano girare per le strade di Roma senza che nessuno si accorga di nulla.
Quando si costruisce ad arte un fenomeno, sfruttando lo stress e il risentimento delle persone, indirizzandole verso un nemico comune, capro espiatorio di tutti i malanni di una società. Quando si permette a certi telegiornali, di sparare, come fossero cartucce, servizi televisivi dove le parole extracomunitario e sicurezza vengono ripetute un secondo sì e l’altro pure. Quando si fa leva sull’ignoranza delle persone, sulla tendenza, tipicamente italiana, a fare di tutt’erba un fascio. Quando si permette tutto ciò le conseguenze non possono essere che queste. L’obiettivo della Lega Nord e del governo non è mai stato quello di combattere i fenomeni delittuosi connessi all’immigrazione clandestina, l’obiettivo è sempre stato uno e uno solo, scatenare una guerra di popolo, una guerra che permetta di agire nella più totale indifferenza della nazione, occupata a combattere un nemico immaginario in una guerra che non c’è, quella stessa guerra che qualcuno ha definito “la guerra tra ultimi e penultimi”.
Di seguito un articolo di Paolo Conti tratto da Corriere.it
Sotto choc il quartiere trendy e di sinistra
ROMA – Pier Giorgio Bellocchio, 34 anni, figlio di Marco, da sei anni dirige al Pigneto la scuola di cinema Digital Desk. «Mai vista violenza vera. C’è una caserma dei carabinieri lì vicino ma le loro macchine non inseguono mai nessuno. Piccoli scippi, forse. Mai avvistato un picchiatore in circolazione. Parliamo di una zona apertamente di sinistra: se camminassero qui, troverebbero pane per i loro denti con i tanti senegalesi alti due metri in giro… ». Una pausa: «Non ho altre parole per dirlo. Questo è un vero, orrendo crimine ».
Per capire l’atmosfera del Pigneto, popolarissimo quartiere costruito tra fine ‘800 e il 1930 tra la Casilina e la Prenestina, basta scorrere l’elenco degli abitanti famosi che hanno trasformato un riuscito esempio di vecchia integrazione razziale (dall’India, dal Bangladesh, dal Senegal) in una sorta di trendissimo Village de Noantri pieno di attori, pittori, musicisti, politici. Wladimir Luxuria, per esempio, forse il simbolo più eloquente del nuovo corso del quartiere. Poi Silvia Baraldini, dopo il suo ritorno dagli Stati Uniti. L’artista Alfredo Pirri (Biennale di Venezia 1988). E una bella flotta di volti noti, roba da autografi. Gli occhi seri di Lisa Natoli e lo sguardo da cerbiatta di Alessia Barela di «Distretto di polizia». Nino Castelnuovo e Sergio Ammirata, però qui siamo a quella vecchia generazione che arrivò in avanscoperta vent’anni fa. Lo straordinario percussionista Karl Potter (complice di Charles Mingus, Dizzy Gillespie, Lucio Dalla, Pino Daniele). Il giornalista Luca Telese con la sua libreria «Il corsaro».
E i due giovani registi Luca Ragazzi e Gustav Hofer, da nove anni compagni di vita e di lavoro, autori del dibattuto documentario autobiografico «Improvvisamente, l’inverno scorso» dedicato ai Dico, in concorso al 58˚ Festival del cinema di Berlino nella sezione «Panorama». Dice Luca: «Speriamo non sia l’inizio di un cambiamento molto triste in questo quartiere. Chi saranno? Magari coatti scemi di qui intorno. Il fatto è che certa gente ora si sente più legittimata a uscire allo scoperto dall’ondata xenofoba e anche dal nuovo sindaco di Roma, Alemanno, che li fa sentire più potenti». Aggiunge Gustav: «Giorni fa un venditore ambulante è stato aggredito, un ragazzotto gli ha preso a calci la borsa che stava vendendo. Nessuno ha reagito. Il clima qui forse sta cambiando. E penso che qualcuno abbia interesse a frantumare questo straordinario equilibrio, a diffondere la paura, a creare instabilità, a dividere chi ha sempre convissuto in pace e vera allegria».
La convivenza pacifica, qui al Pigneto, dove Roberto Rossellini ambientò «Roma città aperta» e Luchino Visconti girò «Bellissima », la tocchi con mano (le sete indiane vendute all’aperto accanto alle scope di saggina intrecciate alla romana). La annusi (odori di soffritti romaneschi dalle finestre, e gli altri più grevi di chissà dove). La registri con gli occhi. Bambini con la pelle di ogni tinta che si rincorrono nell’isola pedonale di via del Pigneto, una sorta di Fifth Avenue locale. La lunga tunica azzurra di un senegalese seduto al bar. I piercing e le treccione di qualche punkabbestia con cane al laccio di corda. Le vecchie affacciate alla finestra, magari si ricordano i pini («Il Pigneto») che, dicono, proprio qui incantarono il compositore Ottorino Respighi («I pini di Roma») e ora sono spariti distrutti dalla speculazione. La romanità incarnata dal proprietario seduto all’ingresso di «Ugo Civitenga, carni dal 1895», o da quel bar Necci dove Pasolini si fermava durante le pause di «Accattone » (dalle memorie del proprietario Pietro: «Alla prima di Pasolini mi chiese “ma tu non ridi?”. E io gli dissi “Che c’è da ride, ‘a Pierpà, ’ste cose le vedo tutti i giorni” »). Monumenti di una tradizione fusi, senza perdere un grammo di autentica identità, con l’«Infernotto», vineria con uso di cucina, consapevolmente al passo con gli anni Duemila e oltre. Oppure con «Primo al pigneto», cucina con fornelli e cuochi glamour a vista dalla vetrina su strada, come si usa a Berlino o Londra, e ben esposta al pubblico l’affettatrice rossa Berkel, una specie di costosissima Ferrari nel suo genere.
Il mixer è continuo. Proprio di fronte al negozio di alimentari semidistrutto dai teppisti in via Macerata, numero civico 28, c’è una boutique per cani e gatti (civico 47) dove si vendono «trapunte con cuscini » per i vostri piccoli amici, roba buona per i Parioli, Prati o magari quella Trastevere meno rimasta Trastevere. «Fuori i fascisti dal Pigneto», ordina una scritta in spray nero in via Macerata. Però va benone anche «Avorio erotic movie », sala solo per adulti. Non manca niente, al Pigneto. «’A Gino!». Ti giri. In strada c’è solo un uomo dalla pelle scura. Ha gridato lui. Dal negozio di alimentari esce un romano: «’A Alì!» Ecco, questo è il Pigneto. Rovinato ieri da quattro cretini.