Confronto, convergenza e società aperta

30 Maggio 2008

 

La democrazia è riconoscimento della diversità, è possibilità di esprimere le proprie opinioni e i propri convincimenti. La democrazia è convivenza, curiosità, possibilità di garantire ad ognuno eguali diritti e doveri. La stampa è al servizio della democrazia, deve poter agire libera da qualsiasi ingerenza del potere politico, la stampa ha il dovere e il diritto di informare i cittadini ed è responsabile nei confronti degli stessi.

La capacità di un popolo di far valere i propri diritti, di riaffermare ogni giorno i principi della democrazia, che pur nella sua imperfezione rimane comunque l’unico metodo di governo in grado di garantire la libertà dell’individuo nei confronti della pubblica autorità, passa anche attraverso la tutela dell’indipendenza dell’informazione.

La convivenza tra persone diverse è possibile, sono possibili le convergenze. E’ possibile trovare un punto d’incontro tra persone apparentemente distanti, unite dalla stessa voglia di curiosità, di scoperta e conoscenza. L’evoluzione di un popolo passa attraverso la capacità di imparare dai propri errori, attraverso la consapevolezza che neppure il più illuminato tra gli uomini è depositario dell’intero sapere.

 

 

Dobbiamo tutti quanti avere maggiore consapevolezza delle nostre facoltà, non per inorgoglirsi stupidamente, ma per avere piu’ rispetto per se stessi e, di conseguenza, di chi ci sta intorno. Il riferimento è alle otto facoltà che sono alla base del pensiero e dei “colloqui” di tutta la vita umana. Facoltà che impegniamo, vivendo e compiendo tutti quegli atti propri del nostro essere, che diamo per scontati, ma che sono la base per dare valore a sè e agli altri: gli stessi meccanismi che lavorano in noi, complessi e meravigliosi, agiscono in tutti con disinvoltura, ma seguendo un preciso percorso in cui s’intrecciano fisicità e psiche. Ma quali sono questi magnifici otto? Intelligenza, ragione, immaginazione (fantasia), sentimento, coscienza psicologica o consapevolezza, coscienza morale, volontà e libertà. Facoltà che operano in modo simultaneo, sinergicamente e in coordinazione: una non ignora l’altra e l’una si accorda con l’altra. Noi quindi non solo abbiamo queste capacità che ci danno la possibilità di affrontare qualunque problema, ma abbiamo la consapevolezza di pensare il nostro pensiero. Prendiamo un orologio. È una realtà programmata in modo passivo, è fedele ma non ha pero’ iniziativa. La persona umana è sì realtà programmata, ma che è in grado di programmarsi ancora, con la possibilità di prendere iniziative: in una parola la nostra azione libera, il libero arbitrio con le sue responsabilità. Troppi vorrebbero ridurci a mere appendici di un sistema, Moloch sanguinario, che consuma se stesso, e sacrifica all’altare di un determinismo cieco, idee, energie, programmi, intuizioni che potrebbero aiutare l’umanità intera. La consapevolezza di possedere le otto facoltà permette di evitare la omologazione e l’adeguamento ad una realtà dominante, ad un pensiero che si spegne in se stesso e non fa crescere. In questa tenzone il ruolo dei media è strategico: da grande fratello (quello serio, di Orwell) a strumento di conoscenza e veicolo di idee. Il fine unico è il tuo parlare, pensare, decidere. Stimare la nostra vita umana per stimare quella degli altri. Avendo consapevolezza dei nostri errori, spesso inevitabili, ma con piena comprensione che se i “passaggi” mentali sono quelli descritti e sono validi per tutti, le differenze culturali, ambientali, etniche, potranno essere un ulteriore tassello prezioso del mosaico di un mondo frastagliato, lacerato, incattivito, ma pur sempre bellissimo. Ogni tanto, fermarsi e pensare, fa bene.

 

Ezio Ercole



Cronache della nuova Roma

29 Maggio 2008

 

Pubblico un articolo di Furio Colombo tratto da l’Unità di oggi

 

Nella nuova Roma, l´autobus dell´Atac imbocca risolutamente Viale degli Squadristi, va veloce nella corsia preferenziale fra le “Lapidi dei Caduti fascisti”, e sbocca in Piazzale delle Camicie nere, dove è stata sistemata una ritrovata statua al Balilla. Via Salò è a due passi, e benché sia stretta e un po´ secondaria (dopo aspre polemiche con i socialisti, è caduto il progetto di ribattezzare Via del Corso con il glorioso nome della Repubblica sociale e ha vinto il più accettato nome di Craxi). Ma non c´è problema. In ogni zona c´è un capo quartiere, scelto fra i reduci dei servizi di scorta privati in Iraq. E ci sono i “ragazzi”, che, come un tempo, sono volontari. Ma, a differenza che nel passato, palestra e mazze sono a carico del comune. Ovviamente il loro motto è tolleranza zero. Vuol dire che al minimo dubbio su razza, religione o stile di vita, picchiamo subito. Una trovata gradita anche alla Lega è stata di autorizzare “i ragazzi” a fermare e a fare quattro chiacchiere con coloro che sembrano troppo poveri.

Con i metodi giusti gli fai dire se hanno reddito adeguato e una residenza fissa. Quando sono imbarazzati o confusi è segno che mentono. Vengono “messi da parte” fino a quando passa un furgone della polizia Cpt (clandestini, poveri, terrorizzati) che provvede al trasporto immediato alla frontiera. Altrimenti, finito il turno, li portano via “i ragazzi” che sono bravi e fidati (così ha detto il sindaco, respingendo sdegnato l´accusa che siano parte politica) ma non sono certo stati educati alla corte di Inghilterra, e hanno spesso modi un po´ rudi, tipo “codice giallo” del pronto soccorso. Ma si tratta della naturale esuberanza dei giovani.

Via Craxi sbocca in Largo Lega Lombarda (all´angolo con Via Padania, già via Condotti) e poi in Piazza della Santa Inquisizione (la vecchia Piazza Colonna). Quando il bus entra in Via del Tritone (adesso via Rosa Maltoni Mussolini, mamma mai dimenticata del Duce e bisnonna della vivace onorevole) rallenta in un ingorgo di traffico. Il problema del traffico non è ancora stato del tutto risolto, lo smog è soffocante, tanto che a volte i camerati delle squadre devono indossare mascherine sulla bocca. Loro dicono: «Per non respirare l´aria inquinata della demo-plutocrazia». Stanno attenti a non farsi sentire quando alcuni di loro aggiungono, dandosi gomitate, “giudo-plutocrazia”.

Il luogo di raduno dei “guardiani della città” (modello iraniano) è piazza “generalissimo Francisco Franco” (già Piazza Barberini). Ma cortei e marce spontanee (contro Rom e clandestini e tutte le più riprovevoli razze) si dirigono subito verso Corso Giovanni Preziosi (un tempo era Via Veneto), dal nome del più antico e instancabile teorico della difesa della razza italiana.

Bisogna ammettere che, nella nuova Roma, non vi disturba più lo spettacolo del turismo invadente e sudato, magliette e sandali e lunghe file di ebeti col cappellino dello stesso colore che seguono il segnale del capo gita di Roma, solo italiani. Qualche bar, qualche albergo, qualche ristorante (certo, trappole per stranieri creduloni) ha dovuto chiudere, dopo l´abolizione di Schengen da parte del nuovo, virile, governo. Ma sui bei locali puliti che sono sopravvissuti campeggia il motto che ormai anima la patria ritrovata: «non passi lo straniero». Dopo cena, nella nuova Roma, si va tutti alle “feste dell´Italianità” dove si balla al ritmo di arie e tarantelle delle nostre terre. Provvedono al collegamento rapido con la periferia gli autobus della nuova Alitalia. Non vola, ma dove dovrebbe volare? Niente vale questa nostra bella terra chiusa e protetta. E finalmente senza Rom, senza stranieri, senza ingombranti facinorosi di sinistra (ricordate le continue notizie di “rissa”, quando gli estremisti tentavano di reagire alle bastonate?) possiamo goderci le nostre periferie.

Un esempio è il quartiere Littorio (già Garbatella) dove si mangia e si balla all´italiana in uno dei tanti “parchi Ciarrapico” donati dal generoso “federale onorario” di Roma. Sul fondo potete vedere la scuola di avviamento al lavoro Almirante (legge Moratti). La via Almirante ancora non c´è perché è stato deciso di costruirla secondo il modello di via dei Fori Imperiali: scavando dove ci sono case inutili, per andare dritti al centro. Quando il sindaco-ingegnere ha mostrato i disegni al Consiglio comunale, tutti i presenti sono balzati in piedi improvvisando una manifestazione di amor di patria al grido di «viva il duce-sindaco».

Poi un camerata consigliere ha voluto ricordare a tutti la storia esemplare di un cittadino paraplegico, “vero romano della nuova Roma”, che ha spontaneamente denunciato la badante straniera (subito espulsa) nonostante le difficoltà di nutrirsi.

Alla manifestazione si è unito il capo della “rivolta tassisti”, la benemerita organizzazione che tanto ha giovato al prestigio di Roma, e ha annunciato: «qualche volta lo trasporteremo», facendo eccezione al programma «culto della normalità fisica» di cui i rivoltosi sono membri fondatori. La nuova Roma, come si vede, non è di tutti. È di cittadini profondamente italiani, non portatori di handicap fisici o politici. Per questo, ha detto il duce-sindaco, è un “sole che sorge”.

Furio Colombo


L’Italia è nata romana e cristiana, non morirà gay e musulmana. Ennesimo pestaggio neonazista nella capitale

25 Maggio 2008

 

Dunque la parola d’ordine è picchiare tutti selvaggiamente fino a farli pentire di aver abbandonato la miseria della propria condizione d’origine ed essersi spinti oltre i confini, alla ricerca di qualcosa di migliore. Sono i martiri dell’altra globalizzazione, quella non consentita, quella della fine delle barriere dello stato nazione.

I proclami del governo, le dichiarazione xenofobe – più o meno velate – di Maroni e Bossi alla Tv, hanno fatto breccia tra le solite frange violente di estrema destra, le quali hanno sempre goduto di un lascito di impunità benvoluta anche se non dichiarata. Da pochi giorni però, hanno ottenuto la tanto attesa legittimazione mediatica, il benestare ad usare il pugno duro e l’arma intellettuale migliore che conoscono: la spranga. Così incoraggiati dal clima da Far West del paese si è dato il via alle danze. Botte, incendi, percosse senza distinzione alcuna, senza possibilità di difesa.

Ieri a Pigneto, quartiere della capitale, ha avuto luogo l’ennesimo pestaggio ad opera dei “soliti bravi ragazzi” neonazisti. I 20 in questione, tutti rigorosamente col volto coperto da un foulard con incisa la svastica, hanno distrutto a sprangate tre negozi gestiti da extracomunitari, pestando con violenza il gestore di un bar, un uomo del Bangladesh. Una giornalista testimone ha dichiarato di aver tentato di chiamare la polizia per diversi minuti, ma di non essere riuscita a mettersi in contatto con le forze dell’ordine; l’elemento non fa che rendere l’accaduto ancora più surreale. Allora viene da chiedersi come mai, nessuno di accorga di pestaggi che avvengono sempre con le stesse modalità, viene da chiedersi come sia possibile che venti individui col volto coperto e assi di legno in mano, possano girare per le strade di Roma senza che nessuno si accorga di nulla.

Quando si costruisce ad arte un fenomeno, sfruttando lo stress e il risentimento delle persone, indirizzandole verso un nemico comune, capro espiatorio di tutti i malanni di una società. Quando si permette a  certi telegiornali, di sparare, come fossero cartucce, servizi televisivi dove le parole extracomunitario e sicurezza vengono ripetute un secondo sì e l’altro pure. Quando si fa leva sull’ignoranza delle persone, sulla tendenza, tipicamente italiana, a fare di tutt’erba un fascio. Quando si permette tutto ciò le conseguenze non possono essere che queste. L’obiettivo della Lega Nord e del governo non è mai stato quello di  combattere i fenomeni delittuosi connessi all’immigrazione clandestina, l’obiettivo è sempre stato uno e uno solo, scatenare una guerra di popolo, una guerra che permetta di agire nella più totale indifferenza della nazione, occupata a combattere un nemico immaginario in una guerra che non c’è, quella stessa guerra che qualcuno ha definito “la guerra tra ultimi e penultimi”.

 

Di seguito un articolo di Paolo Conti tratto da Corriere.it

Sotto choc il quartiere trendy e di sinistra

ROMA – Pier Giorgio Bellocchio, 34 anni, figlio di Marco, da sei anni dirige al Pigneto la scuola di cinema Digital Desk. «Mai vista violenza vera. C’è una caserma dei carabinieri lì vicino ma le loro macchine non inseguono mai nessuno. Piccoli scippi, forse. Mai avvistato un picchiatore in circolazione. Parliamo di una zona apertamente di sinistra: se camminassero qui, troverebbero pane per i loro denti con i tanti senegalesi alti due metri in giro… ». Una pausa: «Non ho altre parole per dirlo. Questo è un vero, orrendo crimine ».

Per capire l’atmosfera del Pigneto, popolarissimo quartiere costruito tra fine ‘800 e il 1930 tra la Casilina e la Prenestina, basta scorrere l’elenco degli abitanti famosi che hanno trasformato un riuscito esempio di vecchia integrazione razziale (dall’India, dal Bangladesh, dal Senegal) in una sorta di trendissimo Village de Noantri pieno di attori, pittori, musicisti, politici. Wladimir Luxuria, per esempio, forse il simbolo più eloquente del nuovo corso del quartiere. Poi Silvia Baraldini, dopo il suo ritorno dagli Stati Uniti. L’artista Alfredo Pirri (Biennale di Venezia 1988). E una bella flotta di volti noti, roba da autografi. Gli occhi seri di Lisa Natoli e lo sguardo da cerbiatta di Alessia Barela di «Distretto di polizia». Nino Castelnuovo e Sergio Ammirata, però qui siamo a quella vecchia generazione che arrivò in avanscoperta vent’anni fa. Lo straordinario percussionista Karl Potter (complice di Charles Mingus, Dizzy Gillespie, Lucio Dalla, Pino Daniele). Il giornalista Luca Telese con la sua libreria «Il corsaro».

E i due giovani registi Luca Ragazzi e Gustav Hofer, da nove anni compagni di vita e di lavoro, autori del dibattuto documentario autobiografico «Improvvisamente, l’inverno scorso» dedicato ai Dico, in concorso al 58˚ Festival del cinema di Berlino nella sezione «Panorama». Dice Luca: «Speriamo non sia l’inizio di un cambiamento molto triste in questo quartiere. Chi saranno? Magari coatti scemi di qui intorno. Il fatto è che certa gente ora si sente più legittimata a uscire allo scoperto dall’ondata xenofoba e anche dal nuovo sindaco di Roma, Alemanno, che li fa sentire più potenti». Aggiunge Gustav: «Giorni fa un venditore ambulante è stato aggredito, un ragazzotto gli ha preso a calci la borsa che stava vendendo. Nessuno ha reagito. Il clima qui forse sta cambiando. E penso che qualcuno abbia interesse a frantumare questo straordinario equilibrio, a diffondere la paura, a creare instabilità, a dividere chi ha sempre convissuto in pace e vera allegria».

La convivenza pacifica, qui al Pigneto, dove Roberto Rossellini ambientò «Roma città aperta» e Luchino Visconti girò «Bellissima », la tocchi con mano (le sete indiane vendute all’aperto accanto alle scope di saggina intrecciate alla romana). La annusi (odori di soffritti romaneschi dalle finestre, e gli altri più grevi di chissà dove). La registri con gli occhi. Bambini con la pelle di ogni tinta che si rincorrono nell’isola pedonale di via del Pigneto, una sorta di Fifth Avenue locale. La lunga tunica azzurra di un senegalese seduto al bar. I piercing e le treccione di qualche punkabbestia con cane al laccio di corda. Le vecchie affacciate alla finestra, magari si ricordano i pini («Il Pigneto») che, dicono, proprio qui incantarono il compositore Ottorino Respighi («I pini di Roma») e ora sono spariti distrutti dalla speculazione. La romanità incarnata dal proprietario seduto all’ingresso di «Ugo Civitenga, carni dal 1895», o da quel bar Necci dove Pasolini si fermava durante le pause di «Accattone » (dalle memorie del proprietario Pietro: «Alla prima di Pasolini mi chiese “ma tu non ridi?”. E io gli dissi “Che c’è da ride, ‘a Pierpà, ’ste cose le vedo tutti i giorni” »). Monumenti di una tradizione fusi, senza perdere un grammo di autentica identità, con l’«Infernotto», vineria con uso di cucina, consapevolmente al passo con gli anni Duemila e oltre. Oppure con «Primo al pigneto», cucina con fornelli e cuochi glamour a vista dalla vetrina su strada, come si usa a Berlino o Londra, e ben esposta al pubblico l’affettatrice rossa Berkel, una specie di costosissima Ferrari nel suo genere.

Il mixer è continuo. Proprio di fronte al negozio di alimentari semidistrutto dai teppisti in via Macerata, numero civico 28, c’è una boutique per cani e gatti (civico 47) dove si vendono «trapunte con cuscini » per i vostri piccoli amici, roba buona per i Parioli, Prati o magari quella Trastevere meno rimasta Trastevere. «Fuori i fascisti dal Pigneto», ordina una scritta in spray nero in via Macerata. Però va benone anche «Avorio erotic movie », sala solo per adulti. Non manca niente, al Pigneto. «’A Gino!». Ti giri. In strada c’è solo un uomo dalla pelle scura. Ha gridato lui. Dal negozio di alimentari esce un romano: «’A Alì!» Ecco, questo è il Pigneto. Rovinato ieri da quattro cretini.


Badante rumena schiavizzata. Anziana in manette

24 Maggio 2008

 

MILANO – L’ha cercata tra le più disperate, in una comunità d’accoglienza per donne straniere sole, a Milano, ha fatto finta di prenderla in servizio a casa sua come badante, e invece l’ha schiavizzata, umiliandola, picchiandola e facendole fare una vita miserabile perchè tanto era «solo una romena». La storia, di per sé squallida, ha però anche dell’incredibile se si considera che la presunta aguzzina è una pensionata di 75 anni, una tranquilla signora di provincia, con un discreto gruzzolo e una villetta. Ma nel seminterrato faceva vivere, come una specie di novella Cenerentola, una contadina di 54 anni che nemmeno sapeva di essere cittadina comunitaria e sopportava tutte le angherie per timore di essere espulsa.

Riduzione in schiavitù – Ieri, alla fine, la libertà le è stata restituita dai carabinieri, dopo la denuncia di una delle figlie che cominciava a sospettare che sua madre, dopo un anno di mezze parole sussurrate e mai nemmeno un incontro, fosse trattenuta contro la sua volontà in quella casa a Lainate, a nord di Milano. L’accusa, per l’anziana, è molto grave: riduzione in schiavitù. Solo l’età avanzata le ha permesso di essere posta agli arresti domiciliari.

Condizioni disumane – «Vorrei precisare che la pensionata, pur bisognosa di essere accudita – ha spiegato il capitano Necci, comandante della Compagnia di Rho – era perfettamente lucida, anche se evidentemente al limite della maniacalità. L’impressione è stata quella di trovarsi di fronte a un mix di cattiveria, ignoranza e razzismo». E altre persone, i vicini, potrebbero presto finire sul registro degli indagati dato che non potevano non sapere. Le condizioni dettate dalla «padrona» erano le seguenti: nessuna visita di parenti o amici, possibilità di fare la doccia solo una volta al mese, divieto di utilizzare l’acqua calda, un solo pezzo di sapone per bucato da utilizzare anche per l’igiene personale, cibo scarso, possibilità di bere solo acqua del rubinetto, e poi tante botte, date anche con pentole. E, naturalmente, di soldi non se ne parlava neanche.

Telecamere per controllare – A questo si aggiungeva un controllo totale sui suoi spostamenti: alloggiata nel seminterrato, poteva accedervi da una sola porta dotata di sensore acustico. E tutta la villetta era dotata di telecamere a circuito chiuso, le cui immagini venivano controllate dalla pensionata dalla camera da letto, e tutte le porte degli ambienti utilizzati dalla badante, compreso il bagno, erano tenute aperte e legate con dello spago per non essere mai chiuse, nemmeno quando lei andava in bagno. Il tutto avveniva sotto il continuo ricatto di essere denunciata e quindi espulsa dal territorio italiano: quando i carabinieri sono entrati nell’ appartamento, infatti, lei temeva di essere arrestata. Poi, grazie a un’interprete, pian pianino ha preso fiducia, e alla fine, in caserma, davanti ai militari, è arrivato un pianto liberatorio e l’abbraccio con la figlia.

Tratto da Corriere.it

 

Il fatto è grave, segno di una psicosi collettiva ormai in atto, costruita sapientemente da chi basa il suo consenso politico su proclami medioevali e reazionari. Si tratta della solita vecchietta benestante, la solita persona per bene tra persone per bene.

Il fatto è grave, ma non fa notizia, perché commesso da una cittadina italiana e noi, si sa, siamo gente per bene. Dunque rendersi colpevoli di un reato assurdo, segregare una persona in casa, tenerla sotto controllo 24 ore su 24, impedirle di lavarsi, picchiarla sotto le minacce di una fantomatica espulsione, non è una notizia che vale la pena di raccontare se non in nicchia su qualche quotidiano.

La spettacolarizzazione viene concessa invece agli scippatori, ai piccoli furti, ai presunti rapimenti, purchè commessi da rom, rumeni o extracomunitari in genere.  Il clima è terrificante, non è neanche più xenofobia, è guerra aperta al diverso, un diverso da combattere, estirpare,  annientare, tutto questo con la benedizione del governo e il benestare dell’opposizione.


In memoria di Giovanni Falcone a sedici anni dalla strage di Capaci

23 Maggio 2008

 

23 maggio 1992, autostrada A29 Palermo-Trapani svincolo di Capaci. Cinque quintali di tritolo esplodono per ordine di Toto’ Riina, per mano di Giovanni Brusca. Si spegne per sempre, senza possibilità di appello, la vita di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e della scorta.

Giovanni Falcone ha sacrificato la sua vita per lo stato, era un’anomalia palermitana, era uno spietato persecutore del crimine organizzato, sentiva il bisogno di lottare contro la mafia, sentiva la necessità impellente di sacrificarsi alla causa. Aveva un senso del dovere smisurato, credeva nella possibilità di liberare quella sua disgraziata terra dal cancro della mafia, credeva nella possibilità di costruire una società giusta, una società in cui lo stato sarebbe stato in grado di proteggere i propri cittadini e la credibilità delle proprie istituzioni.

Diceva: “Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell’esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell’amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere”.

Era un uomo d’onore, riusciva ad attirare a sé le persone, le calamitava. Giovanni Falcone ha avuto il coraggio di portare avanti una lotta pericolosa, sapendo perfettamente che la sua esistenza sarebbe rimasta segnata per sempre. Giovanni Falcone è morto ammazzato dalla mafia, abbandonato dallo stato, ossia da chi avrebbe dovuto proteggerlo. Dal maxiprocesso in poi Giovanni Falcone è stato lasciato sempre più solo a combattere un nemico troppo grande anche per la sua straordinaria lungimiranza e decisione. E’ stato lasciato solo perché credeva nella possibilità reale di sconfiggere la mafia, credeva nella possibilità di estirpare il marcio, credeva soprattutto nella necessità di provocare l’allontanamento dello stato dall’antistato. Credeva nel dovere, nel risultato, nell’abnegazione, nel sacrificio. Giovanni Falcone ha passato notti senza dormire per lo stato, ha vissuto nell’isolamento per lo stato, pagandosi le spese per il vitto. Giovanni Falcone ha sopportato le infamità di quanti vedevano nella sua figura un pericolo reale, una forza catalizzatrice capace di sconfiggere la corruzione dello stato, Giovanni Falcone è morto per lo stato italiano, è morto perché noi potessimo vivere in una società libera dalle metastasi della criminalità organizzata, è morto per garantire che la giustizia facesse il suo corso.

Diceva: “la mafia non è affatto un fenomeno invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine”. Viviamo come se Lei fosse ancora qui, costretti a combattere contro un fenomeno che ci fa sentire inermi, sconfitti ogni giorno di più. Sono passati sedici anni da quel maledetto giorno del maggio 1992 giorno della strage di Capaci, la mafia esiste ancora ed esisterà ancora a lungo. Esistono ancora i corrotti, i collusi, gli uomini di stato senza coscienza che inneggiano all’eroismo di un mafioso senza neanche avere l’accortezza di sputarsi in faccia al mattino.

Sono tempi difficili Giovanni, sono passati sedici anni dalla Sua morte ed è cambiato tutto e non è cambiato nulla, le stesse logiche di sopraffazione governano questo paese, attaccare un politico significa sottoporsi alla gogna mediatica, essere etichettati come criminali, falsi, sovversivi. Del resto lo stato italiano non è mai stato in grado di proteggere i suoi cittadini, soltanto i suoi assassini. La mafia esiste ancora, controlla esattamente ogni aspetto della vita di questo paese, ma ha allargato la visuale, ora punta i mercati globali e sembra essere diventata qualcosa di cui non tener più conto, neppure in campagna elettorale. Esiste ancora chi, come Lei, è costretto a vivere sotto scorta, perché ha avuto il coraggio di alzare la voce, di denunciare, di raccontare i fatti. Esistono ancora magistrati impegnati, costretti a pagarsi la benzina, poi fatti fuori dal politico di turno e abbandonati dal sistema.

Esiste ancora chi ricorda Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, chi cerca ogni giorno di raccontare la Sua storia, di diffondere il Suo messaggio. Esiste ancora chi vuole provare a lottare senza risparmiarsi per provare a cambiare lo stato di cose attuali, esiste ancora chi crede nel senso del dovere, nella possibilità di poter affermare, un giorno, che il Suo sacrificio non è stato vano.

Il 23 maggio del 1992 è morto un uomo di stato, un eroe, circondato da chi fino all’ultimo è rimasto al suo fianco per proteggerlo. Un uomo d’onore tra uomini d’onore. Il Suo ricordo vive nella nostra lotta, nella nostra voglia di credere che tutto questo un giorno finirà tra le pagine di storia, pagine su cui noi incideremo il Suo nome. Onore a Lei Giovanni, non la dimenticheremo.


Chelsea – Manchester United. Sfida d’altri tempi

21 Maggio 2008

 

Permettetemi una divagazione calcistica. Si è da poco conclusa la finale di Coppa dei Campioni, sarebbe bene ricominciare a chiamarla così, come si chiamava quando il calcio era ancora calcio. Quando i soldi c’entravano poco, l’attaccamento alla maglia  era una regola e il calcio in generale era un fenomeno di aggregazione sociale.

Dunque questo mondo di campi di sabbia, scarpe di cuoio nero, stopper con baffi e capelli lunghi è ormai lontano anni luce dal calcio di oggi, un calcio intossicante fatto di s.p.a, di contratti milionari, diritti televisivi, gossip e giocate individuali. Ma nonostante tutto questo il calcio può essere ancora un fenomeno aggregante, soprattutto in periferia. Il calcio può ancora insegnare il valore della fatica, dell’abnegazione, della voglia di rincorrere una vittoria senza risparmiarsi. Il calcio può ancora insegnare l’attaccamento alla maglia, l’attaccamento ai colori della propria squadra.

Stasera abbiamo assistito ad una grande partita di calcio, disputata da due squadre inglesi, il Chelsea di Londra e il Manchester United. Il fatto che siano state due squadre del Regno Unito a fronteggiarsi nella finale dimostra come ancora una volta lo spirito anglosassone, quello che ha fondato questo sport, sia la più apprezzabile sfumatura di questo sport.

La finale è stata disputata a Mosca sotto il diluvio, le due squadre hanno chiuso in pareggio i tempi regolamentari e neanche i supplementari sono stati sufficienti a incoronare i nuovi campioni d’Europa. I calci di rigore hanno assegnato la coppa al Manchester United, decisivo l’errore dal dischetto del capitano dei blues John Terry.

La battaglia si è consumata sotto lo sguardo attento di milioni di spettatori, primo tra tutti Sir Bobby Charlton, storico capitano del Manchester, uno dei più grandi calciatori di sempre, uno degli ultimi simboli di un calcio che non c’è più, ma che stasera è tornato ad esistere per 120 minuti, dimenticandosi degli spot televisivi, dei contratti pubblicitari, regalandoci uno spettacolo degno del nome di Bobby Charlton, uno spettacolo d’altri tempi appunto.

Quello di stasera è stato uno scontro senza esclusione di colpi, nessuno si è risparmiato. Le lacrime di Terry a fine partita, le lacrime del grande capitano che sbaglia il rigore, le sue lacrime sono una speranza per il mondo del calcio, la speranza che si possa un giorno, anche in Italia, tornare a parlare del calcio come di uno straordinario fenomeno di aggregazione sociale capace di regalare gioie e dolori, emozioni e turbamenti.


Studenti a vita. La “farsa” del 3 + 2

21 Maggio 2008

 

Da un articolo de L’espresso viene fuori una realtà inquietante sulla situazione della disoccupazione giovanile in Italia. I dati parlano chiaro, la disoccupazione media dei giovani laureati è del 2,3% negli Stati Uniti e nel Regno Unito, del 2,8% in Svezia, del 3,3% in Danimarca, del 5% in Germania. Il dato aumenta in Francia e Spagna dove la disoccupazione giovanile raggiunge il 5,9% ma si attesta comunque intorno alla media dell’OCSE e dell’Ue-19. Il dato italiano è sconcertante, 13,5% di giovani laureati senza lavoro, seguito soltanto dal 15,4% della Grecia.

Ovunque si va a scavare nelle classifiche OCSE, si scopre qualcosa di interessante, qualsiasi variabile di riferimento si analizza la costante è una e una sola, l’Italia è il fanalino di coda d’Europa.

Il mondo del lavoro deve fare i conti con una domanda spropositata, una domanda a cui risponde con le offerte di lavoro a tempo determinato e i contratti a progetto.

Con la riforma del 1999 si è fatto di tutto per tentare di riformare il sistema universitario attraverso la creazione delle lauree brevi, nel tentativo di diminuire il numero di studenti fuori corso e abbassare l’età media dei laureati, così da renderli maggiormente competitivi sul mercato del lavoro europeo. A dieci anni dall’entrata in vigore della riforma, il metodo 3+2 sembra essere fallito in tutto e per tutto, l’82% dei laureati prosegue infatti il proprio corso di studi e, in modo molto probabile, lo fa non per scelta personale o volontà di approfondire, ma semplicemente per accumulare carte da giocare sul mercato lavorativo.

Sostanzialmente, almeno nella maggior parte dei casi, la laurea specialistica è nient’altro che questo, nient’altro che un diversivo all’insicurezza, un modo per allontanare ancora un po’ la prospettiva di un futuro precario.

Dunque se il risultato della riforma è ineccepibile dal punto di vista statistico, l’età media dei laureati si attesta infatti attorno ai 24 anni, non lo è altrettanto dal punto di vista pratico e qualitativo. Tra laurea di primo livello, specialistica e master i giovani si affacciano sul mercato del lavoro sempre più tardi, quelli di loro che scelgono la strada europea si trovano a dover combattere contro contendenti di due o tre anni più giovani, senza neanche sfiorare il discorso della preparazione, perché lì si rischia davvero di imbattersi in nell’assurdità di un sistema scolastico sconclusionato e inefficiente.

Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea, specifica che con la riforma Berlinguer si chiedeva alle università di intraprendere un percorso culturale di rinnovamento, “non di versare un litro di vino in una bottiglia da tre quarti”. Questa di Cammelli è la metafora migliore per descrivere il modello 3+2, stessi esami in minor tempo, con l’aggiunta di varie voci professionalizzanti e particolari, significa fare più esami in meno tempo, significa dunque smussare i programmi e di conseguenza imparare di meno per poi ritrovarsi a dover intraprendere un ulteriore percorso di studi, in modo da garantirsi la conoscenza specifica e necessaria per l’accesso alle professioni.

Il ragionamento è semplice, sintetizzato alla perfezione da Angelo Guerraggio, docente di Matematica alla Bocconi, “Di fatto adesso siamo al 4+3: in media uno studente impiega quattro anni per il triennio, poi i due della specialistica, tra ammissione esami e tesi, diventano tre: insomma siamo tornati ai sette anni, quelli che facevano scandalo prima della riforma”. Dunque stesso tempo meno qualità.

Meno qualità significa più laureati per un numero sempre più esiguo di posti di lavoro, significa appiattimento degli studenti attorno alla media, significa difficoltà di individuare i meritevoli, significa quindi meno meritocrazia per un paese che è già di per sé un miraggio di democrazia.