Baci e abbracci (tarallucci e celtiche)

29 Aprile 2008

 

Martedì 29 aprile duemilaotto, oggi si insediano le camere. Gli affreschi e le arcate di Montecitorio e Palazzo Madana diventano lo scenario condiviso da vecchi militi del parlamento e nuovi burattini freschi freschi di elezione. E’ il giorno dei nuovi eletti con le loro facce spaesate e sorridenti come quelle dei bimbi nel primo giorno di scuola, quando la lavagna e la cattedra sembrano grandi grandi, e tu ti senti piccolo e hai voglia di fuggire via. I nuovi eletti sembrano scolaretti, doppiopetto per i maschietti e tailleur per le femminucce, tutti in fila belli e ordinati, pronti a fare quello che la maestra dice di fare.

Se i nuovi parlamentari appaiono abbastanza scombussolati di fronte alla maestosità delle aule assembleari, i vecchi leoni si mostrano adrenalinici, sulfurei, sicuri della loro vocazione a governare espressa da una pluriennale presenza tra gli scranni del parlamento.

A onor del vero questa XVI legislatura non si apre nel migliore dei modi, Renato Schifani è stato eletto Presidente del Senato della Repubblica con largo consenso. Il buon Schifani è berlusconiano di vecchia data, ex democristiano trapiantato in Forza Italia, uno che per il cavaliere ha fatto di tutto, arrivando persino al taglio del tanto famigerato riporto: quel giorno una parte di Renato è volata via per sempre. Schifani è un gregario, uno che va a prendere le borracce, che scorta il capitano in difficoltà fino alla vetta, non abbandonandolo mai.

Schifani non ebbe il coraggio di ribellarsi a Berlusconi neanche quando il cavaliere stesso apostrofò, lui, l’ex comunista Bondi e l’altro gregario Cicchitto, come ectoplasmi, troppo in là con gli anni per far parte del nascente Popolo della Libertà. Come un buon gregario non abbandona mai il suo capitano, Schifani non hai mai tradito Berlusconi, ha sopportato gli insulti, lo ha osannato sulla pubblica piazza paragonandolo a Cavour. Renato ha stretto i denti  sperando che un giorno anche per lui ci sarebbe stato sapore di vittoria. Quel giorno è arrivato, come quando il capitano in maglia rosa cede la vittoria al buon gregario, così Berlusconi regala una soddisfazione al buon Renato, donandogli la presidenza del Senato .

Ma questa XVI legislatura, nel suo primo giorno di esistenza repubblicana, ci ha anche regalato uno dei più alti momenti di democrazia rappresentativa dal dopoguerra ad oggi. La formula costituzionale non fa sconti: il parlamento rappresenta la popolazione. Tra la popolazione c’è anche cosa nostra ed è giusto che anche cosa nostra venga rappresentata alle camere. Si potrà obiettare che in realtà cosa nostra è sempre stata presente in parlamento, sì, ma era una presenza più o meno accorta. Oggi invece abbiamo potuto assistere al suggello mediatico dell’avanzata politica della mafia.

L’abbraccio e il bacio tra Marcello Dell’Utri e Toto’ “vasa vasa” Cuffaro sono l’allegoria di questa attestazione, la convalida definitiva - se mai ce ne fosse stato bisogno- della fine della separazione tra stato e anti-stato per definizione. Dell’Utri e Cuffaro possono vantare complessivamente condanne a tredici anni di reclusione, per favoreggiamento a cosa nostra il primo e per concorso esterno in associazione mafiosa il secondo. Il loro è un abbraccio che pesa, come le loro condanne.

Questo clima da primo giorno di scuola è stato enfatizzato ancor di più, per quanto possibile, dagli altri due fatti politici del giorno.

Il primo di questi riguarda l’incredibile sfilata di camicie, cravatte e foulard verdi dei leghisti. Roba da polenta e salsicce. I leghisti sono prontissimi a gridare slogan contro Roma e il tricolore, ma altrettanto pronti a sfilare compatti a Montecitorio per mangiare nel piatto romano. Roma, a proposito. Ieri Gianni Alemanno è stato eletto sindaco della capitale con un largo consenso, battendo Francesco Rutelli, uno che sarebbe capace di perdere le elezioni pure sotto dittatura. Tanto è vero che alla provincia di Roma gli elettori hanno scelto Zingaretti, candidato del PD. Il che significa che la colpa di questa ennesima sconfitta è della classe dirigente del centro-sinistra che non è mai stata in grado di governare nè il paese né  le sue formazioni politiche. Quel che di buono D’alema, Fassino, Prodi e Rutelli sono riusciti a tirare fuori, può essere considerato tale solo perché paragonato ai disastri berlusconiani.

Veltroni, almeno fino ad ora, non è stato in grado di cambiare aria e la sua volontà rinnovatrice ha perso slancio e fascino, ammesso che ne abbia mai avuto. La conferma di Anna Finocchiaro nel ruolo di capogruppo del Partito Democratico al Senato, è l’ennesimo errore della breve gestione di Veltroni. Anna Finocchiaro arriva da una dura sconfitta, ancor più dura se si tiene conto del fatto che è sopraggiunta nella sua terra natia. Pochi mesi fa la Finocchiaro, alla vigilia della tornata elettorale,  è arrivata in Sicilia, ha scalzato Rita Borsellino sollevando un polverone, per poi prendere il 17% dei voti in meno rispetto a quelli ottenuti dalla Borsellino nelle elezioni regionali del 2006. Quindi la Finocchiaro ha pensato bene di fare le valigie e tornare a Roma, insomma è arrivata al grido di “penso  a tutto io”, poi ha fatto danno ed è fuggita via con la coda tra le gambe lasciando la Borsellino a rimettere insieme i cocci di uno straccio di coalizione da portare in consiglio regionale. E  Veltroni le dà fiducia, come ha dato fiducia a Rutelli, buttando via l’ultima occasione rimasta di salvare la faccia.

E così Gianni Alemanno siederà al Campidoglio, che già nella serata di ieri abbiamo potuto ammirare in versione neo-fascista, con schiere di missini accalcati sulle scalinate. Poi festeggiamenti, qualche saluto romano e bandiere con la celtica, che tra l’altro Alemanno non hai mai fatto mistero di portare al collo. Vince uno che negli anni settanta faceva parte del Movimento Sociale italiano, ma non per gioco. Uno che ai funerali di Almirante, si presentò col fascio al braccio e lo sguardo fiero.

Gli anni passano, l’MSI diventa Alleanza Nazionale e poi confluisce nel Popolo della Libertà. Viene naturale domandarsi cosa c’entri Almirante con Berlusconi, nulla, appunto. Dopo Fiuggi anche la destra ha perso identità, Fini si è incollato alle poltrone e Forza Nuova se potesse lo prenderebbe a sprangate. Alemanno è rimasto più vicino al movimento, però è comunque molto vicino a Berlusconi e allora viene da chiedersi di nuovo cosa c’entri Almirante con Berlusconi, ma a quel punto Alemanno potrebbe facilmente obiettare utilizzando il paragone Calearo-Berlinguer, perciò è meglio sorvolare.

Di questo primo giorno di XVI legislatura ci rimane ben poco e c’era da aspettarselo, non un urlo, non uno sputo, non un ceffone, ma basterà aspettare qualche tempo e arriveranno anche quelli.

Il problema è quello dei giorni scorsi, reso ancor più evidente dai festeggiamenti di ieri, lo spostamento a destra del paese c’è stato ed è irreversibile, almeno con l’attuale classe dirigente del centrosinistra. Basti pensare che oggi alla Camera, nei banchi che furono di Rifondazione Comunista era seduta Rosy Bindi, il che è tutto dire sulla capacità, da parte del Pd, di fare opposizione dura al governo  Berlusconi.

La questione sicurezza è passata. Occupazione, salari, stato sociale no.

La belligeranza tra i poveri ha avuto inizio e sembra assumere, sempre di più, le fattezze di una guerra di logoramento.

 


NY, assolti i tre agenti dal “grilletto facile”

26 Aprile 2008

 

Arriva, come un pugno in faccia quando fa freddo, la notizia dell’assoluzione dei tre agenti newyorkesi che nel novembre del 2006 crivellarono con 50 colpi di pistola il corpo di Sean Bell.

Sean Bell era disarmato, festeggiava l’addio al celibato in un locale della grande mela. Aveva ventitre anni, era padre di due bimbe, si sarebbe sposato il giorno dopo con Nicole, la ragazza conosciuta al liceo. Sean Bell era nero. Sean Bell era nero e non è un caso, non può esserlo.

Il giudice Cooperman ha ritenuto non credibili le testimonianze degli amici di Bell e delle ballerine del locale, giudicando gli imputati non colpevoli. Da subito le posizioni appaiono discordanti, gli agenti sostengono di aver udito Bell chiedere al compagno di “andare a prendere un arma”, di avergli intimato di alzare le mani, l’ordine sarebbe stato ignorato dai tre che avrebbero tentato di fuggire andando a scontrasi contro il furgone della polizia. Secondo le deposizioni delle ballerine, gli agenti in borghese non si identificarono, non intimarono di alzare le mani ed esplosero 50 colpi di pistola contro il corpo di Bell e dei suoi amici, uccidendo il primo e ferendo gravemente gli altri due. I tre erano disarmati. 50 colpi di pistola per fermare tre ragazzi di vent’anni, disarmati e un po’ alticci. Sicuramente un’azione ingiustificata e spropositata tant’è che finanche l’istituzionale “New York Times” accusò la polizia di avere il grilletto facile.  

Non stiamo parlando di una storia a sé, di un tragico caso isolato. La polizia di New York è stata più volte accusata di bestialità razzista. Nel 1999 Amadou Diallo, un immigrato africano venne ucciso con 41 colpi di pistola, era disarmato, gli agenti scambiarono il suo portafogli per un’arma da fuoco, anche in quel caso i poliziotti furono ritenuti non colpevoli. Una storia già sentita o per meglio dire un film già visto, un film con centinaia di comparse inconsapevoli, tutte dello stesso colore. Comparse come Ousmane Zongo, anche lui innocente, anche lui ucciso con diversi colpi, di cui due nella schiena. Oppure come  Abner Louima sodomizzato con un manganello in un commissariato di Brooklyn.  

Il processo “farsa” e l’assoluzione degli assassini di Sean Bell ha fatto scoppiare la rivolta della comunità afroamericana. Ma è una rivolta sterile che non otterrà vittorie alimentando il rischio di un’ennesima rappresaglia razzista in un’ America che, ancora oggi, è costretta a fare i conti con una segregazione razziale, almeno culturale, mai sedata.


Fútbol, mafia, chicas y cardenales

13 Aprile 2008

 

 

Anche oggi, i più importanti quotidiani del mondo aprono con l’election-day italiano, le capitali dell’informazione titolano con decisa goliardia sulla sfida elettorale del bel paese. Il Times si sofferma sullo scivolone di Berlusconi su Totti, il New York Times punta il dito “Berlusconi non promette più miracoli per un’Italia sempre più bloccata. Rimangono le “pagliacciate”, come quando ha finto di morire dopo aver mangiato una mozzarella, ma oltre ai denti superbianchi, molti dei tratti distintivi di Silvio Berlusconi sono spariti. Non vi sono più le grandi promesse, l’Italia è così malata che nemmeno il potente Berlusconi è sicuro di poterla curare”. Il parigino Le Monde dedica la sua attenzione al Pd di Veltroni affermando: “Il nuovo eroe che suscita l’infatuazione popolare è un animale politico appartenente ad un genere molto nuovo per l’Italia: un ‘Homo Democraticus che definisce il suo partito come un partito non di sinistra ma riformista, di centrosinistra, più vicino al modello americano o alla terza via di Blair che al socialismo europeo: un partito democratico americano all’italiana”. Mentre El Mundo riguardo alla sfolgorante quanto isolata vocazione italiana a rimanere attaccati alle poltrone  tuona: “Qualunque altro Paese sviluppato sarebbe sotto shock davanti alla prospettiva di veder salire al potere per la terza volta non consecutiva in due decenni lo stesso uomo, ma l’Italia, un Paese che vive al ritmo di quasi un governo l’anno dalla fine della seconda guerra mondiale non sorprende più di nulla”. Durissimo El país, il quotidiano di Madrid attacca senza mezzi termini Berlusconi, la “mano derecha” Dell’Utri e la loro cerchia di discepoli, titolando a gran caratteri “La Mafia también hace campaña” (anche la mafia fa campagna) articolo duro e diretto nel quale si narra delle ormai leggendarie condanne di Marcello Dell’Utri per associazione mafiosa, dei rapporti con Aldo Miccichè contattato durante l’ultima campagna elettorale per “organizzare il voto degli italiani all’estero”, un articolo d’altri tempi, di quelli che mettono i brividi, che rassicurano riguardo all’esistenza di un’informazione libera, impegnata, preparata, con la schiena dritta e la testa alta, ma è un articolo scritto in spagnolo e la maggior parte degli italiani impegnati oggi a far valere il loro ultimo, flebile, segno di potere democratico non lo leggeranno. L’articolo continua e prende la piega che ci si aspetta,  racconta del fatto più importante di questa campagna elettorale, un fatto che avrebbe provocato un terremoto rivoluzionario in qualsiasi democrazia del mondo e che in Italia è stato archiviato come il solito strafalcione berlusconiano. In realtà il fatto è grave, gravissimo, la Spagna e il mondo intero se ne sono accorti, additare Vittorio Mangano, mafioso pluriomicida, come un eroe è non solo un fatto gravissimo dal punto di vista umano e culturale, soprattutto in un paese che convive ogni giorno con una piaga sociale devastante, ma lo è ancor di più se questo fatto gravissimo viene commesso da chi si candida a diventare per la terza volta Primo ministro e lo fa con la certezza di ottenere, comunque vada, un largo consenso.

Il pezzo di Miguel Mora continua a puntare il dito contro i legami tra Berlusconi, Dell’Utri  e la mafia, riportando alla luce le parole  che Paolo Borsellino pronunciò in un’intervista poco prima di essere assassinato da cosa nostra, parole pesanti, giuste perché confermate dagli ultimi quindici anni di storia politica italiana, in quella intervista Borsellino diede risalto al pericolo che si correva riguardo ad una fuoriuscita di cosa nostra dal territorio siciliano in seguito ad una sua evoluzione intrinseca che l’avrebbe portata, di lì a poco, ad una vera e propria irruzione nella vita politica nazionale, all’interno di una nuova formazione politica guidata da personaggi dell’imprenditoria del nord Italia, nella stessa intervista Paolo Borsellino indicò proprio Vittorio Mangano come “la testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia”. Queste parole di Borsellino sono state dimenticate da tempo, ma negli ultimi giorni si è addirittura arrivati a una sorta di definitivo, quanto ben preparato, negazionismo storico che ha portato Berlusconi non solo a sostenere che Mangano  non è  mai stato condannato, ma persino a indicarlo come un eroe, e questo, in uno stato di diritto, è un Fatto intollerabile; come è un fatto inconfutabile che il 19 luglio del 2000 Vittorio Mangano fu condannato  all’ergastolo per il duplice omicidio di Giuseppe Pecoraro e Giovambattista Romano, da un tribunale della Repubblica Italiana, la stessa repubblica che Berlusconi e Dell’Utri hanno infamato più volte con le loro dichiarazioni visionarie. L’articolo di Mora si conclude spendendo due paroline sul binomio PDL-’Ndrangheta, ma questa, ahimè, è ancora un’altra storia.

Quello che viene fuori dai maggiori quotidiani del mondo di stamani è una serie di analisi tristi, tristissime sulla situazione italiana, una situazione che puzza di stantia corruzione, una situazione che ha portato Lluís Bassets, altra firma di El País a coniare uno slogan elettorale Made in Spain per Berlusconi, slogan che recita così: Fútbol, mafia, chicas y cardenales. Parole sante Lluís, parole sante!

 


Miraggio PSOE

12 Aprile 2008

 

 

Sul Corriere di oggi leggo di un certo Partido Socialista Obrero Español  e del suo quarantasettenne  leader Josè Luis Zapatero a cui il popolo spagnolo ha affidato il secondo mandato di governo consecutivo. Leggo e arrivano ventate di libertà, raggi di sole ad illuminare le spiagge e il progresso, leggo di un governo composto da nove donne e otto uomini, leggo di un ministro della difesa donna Carme Chacon arrivata al vertice del prestigioso dicastero dopo essersi distinta per il buon lavoro fatto come ministro della Casa nel primo governo Zapatero, lavoro che  può essere facilmente riassunto in un solo, emblematico, risolutivo provvedimento chiamato «Legge di aiuto agli affitti » e allora continuo a leggere e  leggo di assegni mensili di 210 euro per i giovani fra i 22 e i 30 anni con reddito inferiore a 22 mila euro ( che sarebbero circa 1700 euro al mese considerando anche la tredicesima).

Leggo di questo PSOE che ha saputo unire la sua tradizione di partito operaio ad una visione laica e riformista dello stato, che ha saputo operare con rigore e attenzione partecipando attivamente all’opera di modernizzazione della macchina burocratica del paese, un partito che ha saputo coniugare le visioni di ognuno dei suoi elettori in un’unica cellula di idee che continua a rigenerarsi e a far sì che la Spagna diventi ogni giorno di più una specie di terra promessa per quelli della mia generazione. La Spagna di oggi è un paese estremamente evoluto, un paese in cui la maggioritaria volontà modernizzatrice ha avuto la meglio sulle vecchie logiche di potere, la Spagna è un paese che negli ultimi anni ha fatto di tutto per liberarsi di un passato scomodo, un passato segnato dalla dittatura fascista di Francisco Franco e dall’ingombrante presenza della chiesa cattolica, un passato molto simile a quello della nostra repubblica che però ha ormai lasciato il posto ad un divenire storico decisamente ottimista. La dittatura del Franco Bahamonde si è protratta fino al 1975, anno della morte del generale, da quel momento in poi si è aperta una fase di transizione politica, che non senza difficoltà, ha portato alla nascita di uno stato democratico. Non si riesce quindi a capire come le numerose assonanze storiche e geopolitiche, tra Italia e Spagna siano poi sfociate in una così drastica differenza di vedute, e in due situazioni socio-economiche talmente diverse tra loro da rendere ormai assolutamente anacronistico quanto inutile il paragone tra le stesse.

Non è più tempo di paragoni, non è più tempo di proclami elettorali, è tempo di seguire un esempio di civiltà, di laicità, un esempio di progresso economico attento alle esigenze dello stato sociale, è tempo, cara Italia, di porre fine a una sistema di potere che ha soltanto smussato i toni, allentato le censure, ma che non si è mai sottratto al suo incontenibile desiderio di potere, alla sua genetica disposizione verso il controllo.

In Italia il fascismo non è mai terminato, il fascismo delle raccomandazioni, dei reclami che finiscono nel vuoto, il fascismo di un’informazione vessata, controllata, il fascismo dell’invadenza delle gerarchie ecclesiastiche negli affari del potere temporale, il fascismo di chi non ha mai rinunciato alle vecchie logiche di governo dell’apparato statale, il fascismo di chi compra i voti, di chi definisce un mafioso come un eroe, di chi ha ucciso il progresso nella culla, di chi continua a farlo magari senza rendersene conto.

Leggo un articolo di Enric Gonzales, giornalista di El Pais, che definisce il nostro paese una “gerontocrazia politica”, il che rappresenta una sorta di nuovo dominio costituzionale se vogliamo, in realtà come lo stesso Gonzales precisa la senilità della classe politica non è un’anomalia del sistema paese, ma una sua triste verità:

“la gerontocracia política no es una anomalía. La población italiana es la más vieja de la UE, con una media de 42 años, y la sociedad parece haber evolucionado hacia un sistema gerontocrático que bloquea el ascenso de los jóvenes”.

Leggo El Pais e mi torna in mente li sorriso di una Catalunya da baciare e la voglia di vivere in un paese autenticamente contemporaneo, poi i miei occhi tornano a posarsi sul secondo articolo del Corriere, si parla di Matrix, Mentana, Veltroni e Berlusconi.

Ritorno alla realtà; domani si vota. Siamo italiani e oggi esserlo e soprattutto voler continuare ad esserlo suona come una triste, lenta e inesorabile condanna alla solitudine intellettuale.