Tangenti per 6 milioni. Arrestato il presidente della Regione Abruzzo Ottaviano Del Turco

14 Luglio 2008

 

PESCARA - Arrestato stamani, dai militari della Guardia di finanza, il presidente della Regione Abruzzo Ottaviano Del Turco. I reati ipotizzati in seguito all’inchiesta, sulla gestione della sanità privata, condotta dalla Procura della Repubblica di Pescara  sono corruzione, concussione, truffa e associazione a delinquere .

Insieme con Del Turco sono finiti in carcere Lamberto Quarta, Camillo Cesarone, Antonio Boschetti, Gianluca Zelli, Luigi Conga. Agli arresti domiciliari l’assessore alla sanità Bernardo Mazzocca oltre che Giancarlo Masciarelli, Vito Domenici (ex assessore alla sanità del centro-destra), Angelo Bucciarelli.

Nell’inchiesta sono coinvolte complessivamente 35 persone. Sarebbero state pretese e riscosse, dalle case di cura private, ingenti somme di denaro, nell’ordine dei 6 milioni di euro.

Situazione non nuova in Abruzzo, nel 1992 l’intera giunta regionale fu arrestata per irregolarità nella distribuzione dei fondi comunitari Pop.

Il polverone sollevato dall’inchiesta rischia di diventare un vero e proprio caso nazionale di malgoverno, l’eco della notizia rischia di essere amplificato dalla personalità di Del Turco, parlamentare di vecchia data già ministro delle Finanze, nonchè ex dirigente della Cgil.

Fatti che scottano, nomi che contano, accuse pesanti che rischiano di scatenare un vero e proprio terremoto politico in una regione già colpita dall’ oneroso deficit di bilancio e dall’avviso di garanzia consegnato pochi giorni fa al sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso.


Una questione di convenienza

11 Luglio 2008

 

Pubblico un articolo di Curzio Maltese tratto da la Repubblica tanto per ribadire che il problema non sono gli insulti della Guzzanti né i deliri suburbani di Grillo, che potrebbe almeno avere l’accortezza di documentarsi prima di parlare. Il problema è l’aver perduto un’ occasione per trattare di questioni concrete, per ribadire la presenza di un’ideale politico diverso da quello dell’attuale maggioranza di governo e averla perduta per colpa dei due o tre soliti noti a cui, evidentemente, sta molto poco a cuore la causa democratica. Non è un problema di cosa si è detto, casomai di quello di cui non si è parlato proprio per lasciare spazio agli isterismi di Grillo, il punto focale della mia obiezione è la questione convenienza, dunque non è un problema di “cosa si può dire e cosa no”, è un problema di “conviene dirlo oppure no”.

No, non conviene, non conviene perché così facendo si perdono per strada i contenuti mettendo in risalto la questione Ratzinger all’inferno perseguitato dai diavolacci, che sarà pure una grande intuizione artistica, ma non ha nulla a che vedere con l’opposizione politica di cui il nostro paese avrebbe bisogno in questo momento. Grillo e la Guzzanti dimostrano ancora una volta di avere grande capacità oratoria, grande padronanza del palcoscenico, ma assolutamente meno lungimiranza politica, non era difficile infatti immaginare che i media avrebbero subito puntato il dito contro le dichiarazioni ad effetto tralasciando i motivi di fondo per cui la manifestazione è stata convocata.

La Guzzanti è caduta nel tranello del centro-destra; resta da capire la natura del suo passo falso, che potrebbe derivare da uno scarso fiuto mediatico-politico, opzione poco condivisibile data l’astuzia e le indiscutibili doti intellettuali di Sabina, oppure, considerazione ben più grave, da una precisa vocazione polemica frutto della volontà di mettersi in mostra, di far parlare di sé scioccando gli adepti della Santa Madre Chiesa Romana Cattolica e Apostolica, se così fosse la tesi sopra sostenuta verrebbe confermata, a questi signori interessa molto poco la causa democratica, interessa molto di più la fama personale, la possibilità di riempire i palazzetti per un altro anno.

La presa di posizione degli organizzatori contro i loro stessi invitati è quanto mai ridicola, quasi inverosimile, espressione della mancanza di contenuti politici, di volontà riformatrice, di convinzione che pur non cambiando nulla a loro non sarà mai negata, bensì accresciuta, la possibilità di  essere i protagonisti indiscussi dell’antiberlusconismo radicale all’italiana.

 

Di seguito l’articolo di Curzio Maltese.

Manifestazioni come quella di Piazza Navona dell’altro giorno sono show business. Servono a sfogare i sentimenti di un pubblico di spettatori, servono ai protagonisti a vendere merci sul mercato: libri, dvd, spettacoli teatrali. Non servono a cambiare le cose. Quindi non sono politica. I guai cominciano se si scambia lo show business per politica e lo si prende sul serio.

Quando Beppe Grillo o Sabina Guzzanti o altri comici sanno di dover intervenire a una manifestazione pubblica, riuniscono i loro autori e chiedono un “pezzo” efficace. Un testo per una riunione politica è diverso da un testo comico per il teatro, ma segue regole rigide. Non dev’essere serio ma neppure troppo divertente: sarebbe un errore. Si bruciano belle battute del repertorio, che è giusto riservare al pubblico pagante dei teatri e dei palazzetti. Oltretutto, se la gente ride troppo, pensa. E se pensa non si scalda abbastanza, non urla. Bisogna dunque tenere alto il livello dell’emozione e “spararle grosse”. Contro un bersaglio non scontato. Altrimenti non si fa notizia. Occorre anche valutare se alla manifestazione parteciperanno altri comici, come nel caso di piazza Navona. In tal caso il livello di fuoco aumenta, perché si corre il rischio di essere oscurati dalla concorrenza, in gergo televisivo “impallati”.

La logica è simile a quella che si segue per lanciare un film o un libro in una comparsata televisiva importante, uno show del sabato sera o il festival di Sanremo. È inutile parlare del prodotto in sé, perché il pubblico se lo aspetta e si perde l’effetto sorpresa. Benigni, quando doveva lanciare un film, non andava a parlare del film da Baudo o dalla Carrà ma s’inventava memorabili performances, tipo toccare gli attributi di Baudo o palpare le curve della Raffaella nazionale, con gran successo di promozione. Non tutti naturalmente, parlando di sesso o di altri temi “bassi” - penso al magnifico “Inno del corpo sciolto” - mostrano il talento di poeta contadino di Roberto. Le allusioni sessuali comunque funzionano sempre, soprattutto in Italia. Un altro trucco è attaccare un bersaglio imprevisto e in teoria intoccabile. Insomma, se Grillo o la Guzzanti si fossero limitati ad attaccare Berlusconi, nessuno ne avrebbe parlato. Per questo, hanno spostato l’obiettivo sul presidente della Repubblica e sul Papa.


Nulla è lasciato al caso. Si tratta di strategie calcolate, testi scritti e riscritti, trucchi del mestiere di grandi teatranti. Stiamo parlando di professionisti. Dello spettacolo. Scambiati per professionisti della politica. Da un punto di vista morale saranno discutibili. Ma che c’entrano la morale o la politica? In Italia, nel volgere di pochi secoli, si è finalmente capito che etica e politica sono separate. Per la verità, lo si è capito fin troppo. Un giorno si capirà che anche politica e spettacolo sono campi separati. Per ora, il giorno è lontano.

Gli eventi creati di Beppe Grillo, dai Vaffa Day in poi, non sono azioni politiche. Il fine non è cambiare le cose, ma accrescere la popolarità del protagonista. Basterebbe un po’ di lucida attenzione per comprenderlo. Purtroppo, chi vi partecipa e chi li osteggia non brilla in lucidità. La maggior parte dei bersagli di Grillo sono irrilevanti, innocui oppure marginali. Che importanza volete che abbia la presenza di diciotto parlamentari condannati in Parlamento, su mille, quando ce ne sono stati in passato due, tre, cinque volte tanti e 200 inquisiti? D’altra parte se la presenza in politica di un pregiudicato fosse un tema così importante, i seguaci di Grillo non si affiderebbero a lui, che ha una condanna definitiva e ricopre un ruolo politico, per quanto improprio, assai più importante dei diciotto messi assieme. Lo stesso discorso vale per altri obiettivi, come il doppio mandato, l’ordine dei giornalisti, i finanziamenti ai giornali di partito. Tutte storture, tutte battaglie condivisibili, s’intende, ma quisquilie. Nel caso del referendum sulla legge Gasparri non si tratta di una quisquilia, ma è ancora peggio. È un suicidio politico. Se si votasse oggi, quel referendum sarebbe una catastrofe per l’opposizione e un trionfo per Berlusconi.

Ma la cosa più probabile è che il referendum non si faccia, per fortuna. Nessuna delle altre proposte avrà poi uno sbocco politico. Che senso ha dunque sbattersi tanto? Senso politico, nessuno. Ma il comico ha enormemente aumentato il proprio seguito, pubblico, clientela. Dico subito che trovo indegno e ridicolo ogni moralismo in proposito. Grillo è un uomo di spettacolo, è grottesco giudicarlo sulla base di un metro politico o etico. In più, se guadagna tanto, se lo merita. Ha fatto scelte coraggiose che gli hanno impedito di accedere alla principale fonte di arricchimento degli attori, la televisione pubblica e privata. È giusto che si cerchi altre audience. Il blog è la principale alternativa e lui lo ha intuito fra i primi. Ma se fosse un po’ più sincero, dovrebbe ammettere che il suo blog non è tanto uno strumento di lotta politica e confronto di opinioni (peraltro, sono tutti d’accordo) quanto un fenomenale punto vendita di merci autoprodotte. O quanto meno è l’uno e l’altro. Grillo è dotato di un altro talento tipico dei comici, la scelta dei tempi. I suoi interventi sono ottimamente calibrati. Non frequenti, non distanti.

Appena calano l’attenzione e le vendite, ecco l’evento, il vaffanculo col botto mediatico. Nelle settimane successive, le vendite e la popolarità schizzeranno di nuovo alle stelle. Gli altri hanno capito e lo imitano. Oggi la frase che gli agenti di spettacolo si sentono ripetere più spesso dagli attori, ma ormai perfino da registi, scrittori e professori di diritto comparato col saggio in uscita, è “facciamo una cosa alla Grillo, facciamo un gran casino”. S’intende, per lanciare il prodotto. I più avveduti o i più aristocratici, come Nanni Moretti, si sono sottratti per tempo alla trappola.

L’interesse delle persone di spettacolo a usare eventi politici a fini di popolarità e commerciali è insomma piuttosto evidente. Come dovrebbero essere chiare le analogie di meccanismo e di linguaggio fra queste tecniche e il populismo berlusconiano. Misteriosa è invece la ragione per cui i politici e gli organizzatori si prestino a queste operazioni di marketing, dalle quali hanno tutto da perdere. Paolo Flores ha il grande merito di aver avviato con la manifestazione del Palavobis del 2002 la stagione dei movimenti che, negli anni successivi, riempì le piazze italiane di milioni di persone. Da storico e filosofo di valore, può stimare lui stesso l’abissale distanza che separa la sobria e feconda forza politica del Palavobis di allora con la sguaiata impotenza di Piazza Navona. L’ultima adunata non avvierà una stagione di protesta. Al contrario, può aver contribuito a stroncarla sul nascere.

I toni, i modi, l’eco mediatica per quanto parziale e magari ingiusta dell’evento, hanno contribuito a rafforzare il disegno del “nemico” berlusconiano. Il quale da anni cerca di rovesciare la questione centrale della criminalità delle classi dirigenti italiane nel suo contrario, l’emarginazione fra gli estremisti di chi difende la magistratura e i valori della Costituzione. Con gli insulti di piazza Navona gli si è reso un enorme favore.

Quanto ad Antonio Di Pietro, non gode forse degli stessi strumenti culturali di Flores, ma ha di sicuro fiuto politico. Capirà prima o poi che la strada in cui si è messo porta a un finale scontato: Grillo in cima alle classifiche dei best sellers e l’Italia dei Valori allo 0,5 per cento dei voti. Perché prima o poi gli toccherà dissociarsi, anzi ha già cominciato, e sarà bollato come codardo e venduto.

Ma in questo scambio di favori ed equivoci fra primedonne, l’unico aspetto che davvero intristisce è l’inganno del pubblico. Le persone che sono andate a Piazza Navona da cittadini e si sono ritrovati spettatori, come sempre. Hanno applaudito un idolo che attaccava un altro idolo. Portando a casa la sera il tacito, amaro dubbio che le cose non cambieranno. E come potrebbero? A colpi di eventi? Gli show servono a consolare, non a cambiare la realtà. Lo show di Berlusconi, che rimane l’inventore del metodo, si rappresenta da quindici anni e l’Italia è il paese meno cambiato al mondo. Soltanto ogni giorno un po’ più volgare, ignorante e incattivito. È la politica che cambia le cose, e quella non c’è più.


Peccato!

10 Luglio 2008

 

Pubblico un articolo di Antonio Padellaro tratto da l’Unità

Se piazza Navona applaude Giorgio Napolitano e Beppe Grillo lo insulta, noi stiamo con la piazza e stiamo con il presidente della Repubblica. Noi stiamo con Furio Colombo che ha dato una scossa a quella folla azzittita da troppe imbarazzanti volgarità ricordando quello che tutti volevamo sentire. Che si era lì in tanti non per attaccare Veltroni o per deridere l’opposizione del Pd ma per protestare contro il governo dell’impunità e delle impronte digitali ai bambini rom. Siamo con Moni Ovadia che ha detto: «noi stiamo qui per esserci», condensando in cinque parole un sentimento comune di non rassegnazione. Stiamo con Rita Borsellino, donna di ferro. Stiamo con Andrea Camilleri e con le sue civilissime poesie incivili. È un vero peccato che Antonio Di Pietro non abbia capito che quella piazza chiedeva concordia e che l’aveva avuta nelle parole (anche sue) e nei toni e negli accenti, fino a quando una voce dall’aldilà non ha fatto piazza pulita di sentimenti e speranze sentenziando con un vaffanculo che era tutto inutile e che l’Italia era perduta per sempre. Se inviti Grillo avrai Grillo. Che non è il diavolo ma che persegue una sua personale profezia di sfascio e dissoluzione dalle cui rovine, figuriamoci, nascerà il nuovo e il giusto. Cosa aveva a che fare questa apocalisse condita di oltraggi al Papa con una manifestazione di protesta contro il governo, resta un mistero. Forse neanche Berlusconi aveva sperato in tanto: un girotondo che servisse alla causa del peggiore, la sua. L’opposizione non è un pranzo di gala e forse ci voleva una piazza Navona per restituire la parola a una base lasciata troppo sola dopo la batosta elettorale. Ma l’opposizione non si costruisce né con le scorciatoie e né mettendo insieme tutto e il contrario di tutto, magari per togliere qualche voto al vicino di banco. L’opposizione è soprattutto una scommessa sul futuro. Speriamo, ieri, di non averla perduta.


Eire, euroquangos, euroscettici e l’Europa appesa a un filo

30 Giugno 2008

 

Lo scorso 13 giugno 800 mila elettori irlandesi hanno detto no, attraverso il referendum, all’approvazione del Trattato di Lisbona, seconda versione della Carta Costituzionale europea, già bocciata due anni fa da Francia e Olanda. Si è aperto un periodo di stallo nel processo di unificazione europea. Ha vinto il campanilismo, l’egoismo sociale e forse la demagogia. Facile fare il muso duro alla recessione economica tirando fuori le vecchie logiche localistiche, per poi tornare, subito dopo, ad usufruire delle generose risorse di mamma Europa.

«Molti europei non capiscono il modo in cui costruiamo l’Europa in questo momento» ha detto Sarkozy e forse ha ragione perché, nel calderone dei commenti, tra euroscettici ed europeisti,  sembra essere l’unico ad aver colto il nocciolo del problema: la mancanza di collegamento tra il potere decisionale europeo e la cittadinanza, la difficile comprensione dei meccanismi della politica comunitaria in generale e la scarsa conoscenza del trattato in particolare.

Non è mancato chi ha brindato alla complicità di colori dell’asse Dublino - Pontida e non sono mancate le dichiarazioni ad effetto di chi, come Pera, ha attribuito la stasi alla cacciata di Dio dalla costituzione definendo il no irlandese come «la vendetta cristiana, la storica risposta dei credenti all’Europa senza Dio».

Crisi dunque, e c’era da aspettarselo date le difficoltà che il processo di unificazione europea ha avuto fin dal principio, le comunità nazionali non vogliono cedere il passo ad un organismo sovranazionale che potrebbe togliere loro ulteriori stralci di sovranità e margini di manovra. Una sovranità peraltro già abbondantemente logorata dai dettami del mercato globale, dalla delocalizzazione di capitali e produzioni, che partono per orizzonti lontani lasciando sulle spalle della vecchia Europa il peso di uno stato sociale insostenibile. Di conseguenza il no irlandese può essere visto come un tentativo di non piegarsi alla volontà dei grossi gruppi di potere finanziario che hanno fatto di Bruxelles il centro preferito per le attività di lobbying.

Ma l’Europa è soltanto questo? No. Non lo è per il semplice fatto che l’Europa rappresenta un disegno di aggregazione, per il fatto che le regole comunitarie potrebbero rappresentare un’ancora di salvezza per quei paesi, Italia in testa, che faticano nell’opera di modernizzazione perché pervasi dalla corruzione, dal malgoverno, dall’inciviltà.

Dunque gli euroscettici e i detrattori del Trattato non tengono conto di  due questioni determinanti, l’enorme flusso di denaro che arriva nel nostro paese sotto la dicitura Fondo europeo per…, nonché la preziosa questione identitaria che fa capo a una concezione di movimento, di convivenza tra popoli diversi. Dimenticano inoltre che senza i vincoli europei di bilancio l’Italia sarebbe da tempo arrivata al collasso economico, sommersa dalla voracità di un debito pubblico insostenibile.

Si può discutere, certamente, di alcune questioni legate al sistema decisionale e alle logiche di potere, si può discutere della proliferazione dei comitati, della pesantezza della macchina burocratica  comunitaria, del ruolo che le multinazionali esercitano a Bruxelles, ma non si può discutere della necessità di garantire uniformità favorendo il processo di unificazione, necessario proprio per rendere più agevole il governo del processo decisionale.

L’Europa è appesa a un filo, a noi italiani non resta che augurarci che continui a reggere.

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Culto del corpo, dominio del tempo e ipermodernità

18 Giugno 2008

 

Diceva Popper, “tutta la vita è risolvere problemi”. Tutta la vita è prendere decisioni, prenderle alla svelta, molto spesso senza riflettere, costretti in una gabbia di abitudini sconclusionate dove il malinteso semantico è dietro l’angolo, dove l’unica cosa da fare è scegliere se schierarsi e da che parte. Il rischio di sbagliare è altissimo, tutto è distratto, fallibile, incerto. E’ la transitorietà che avanza, fate largo!

Dunque la questione della scelta nella società moderna, un fenomeno che può essere analizzato da due diversi punti di vista, il primo rivendica il primato dell’individuo sulla dinamica sociale, viceversa secondo l’altro sarebbe la collettività ad influenzare, spesso in maniera deterministica, i comportamenti soggettivi. Sul meccanismo decisionale, intervengono i cosiddetti processi di influenza sociale, ossia il conformismo, la forza del pensiero di gruppo, fino ad arrivare a quello che gli psicologi sociali hanno definito inerzia sociale o diffusione del senso di responsabilità o più semplicemente deresponsabilizzazione, una tendenza derivante dalla presenza dell’individuo all’interno di un contesto di gruppo.

Il risultato dell’influenza di queste dinamiche sociali sul processo decisionale causa una conseguenza fondamentale: quando l’individuo è chiamato ad operare una scelta viene sottoposto ad una forte pressione sociale che potrebbe alterarne il senso di percezione. Questa è perfettamente in grado di influenzare le decisioni, la sua forza è talmente grande che spesso si decide soltanto in base alla percezione, senza neanche far riferimento alla realtà. In proposito non si può non sottolineare il ruolo fondamentale dei mass-media, spesso principali responsabili dello scollamento tra realtà e percezione.

La realtà sociale può limitare la capacità decisionale del singolo, la sua autonomia di giudizio; una situazione figlia soprattutto della nuova società globale, dentro la quale convivono, paradossalmente, personalismo e massificazione. Nasce dunque una nuova figura sociale, stigmatizzata nella figura di un individuo sempre più incerto, poco padrone delle sue scelte e tendenzialmente succube del pensiero maggioritario. L’individuo incerto ha smarrito i punti di riferimento, non ha orientamento, vive a stretto contatto con i suoi simili ma ne ignora la condizione, ne disconosce speranze e abitudini, abita città invisibili, schermate, affollate ma deserte nei significati.

Viviamo in una realtà multiforme, virtuale, immersi in quella che Zygmunt Bauman ha definito come “modernità liquida”, un mondo globale in cui tutto si dissolve, lasciando l’individuo in una condizione di smarrimento e solitudine.

La nostra è una società ipermoderna, dove il prefisso iper vuol dire eccesso, tutto viene vissuto in maniera eccedente, tutto causa stress e porta al bisogno di riadattare continuamente la propria identità ai dettami della società globale, il che non fa che aumentare il nostro senso di  incertezza.

L’ipermodernità ha tre dirette ripercussioni sulla condizione individuale; la prima riguarda il rapporto con il corpo, che ha finito per assumere - in particolar modo negli ultimi anni - le dimensioni di un vero e proprio culto; il corpo come ultimo baluardo della libertà individuale, visto come ultima chance di autonomia decisionale, come possibilità di rivendicare le proprie scelte, come simbolo su cui sfogare il proprio potere. In realtà, nel momento in cui la cura del corpo diventa culto, ostentazione e dipendenza, anche quest’ultima possibilità di scelta finisce per cadere nella trappola del conformismo.

La seconda dimensione dell’ipermodernità riguarda l’estremizzazione del concetto di tempo, la necessità dell’urgenza, il bisogno di riempire il più possibile le proprie giornate, forse per colmare il vuoto esistenziale o magari per illudersi, ancora una volta, di governare la propria esistenza attraverso il dominio del tempo.

La terza ripercussione sull’individuo è quella che riguarda i rapporti relazionali. Nella società degli eccessi la complessità delle relazioni interpersonali viene ridotta al minimo, tutto è disimpegnato, rapido, estremo e opportunistico. Talmente opportunistico da continuare a combattere una guerra illusoria, una fantomatica sfida tra angeli e demoni. Talmente rapido da non accorgersi di essere parte della stessa condizione di subalternità, talmente estremo da usare tutti i mezzi necessari per affermare se stessi e distruggere gli altri. La società degli eccessi continua a viaggiare senza sosta, dentro un vortice di follia che la condurrà allo schianto.

La possibilità di trovare una soluzione concreta passa anche attraverso il tentativo di riallacciare i legami spezzati della comunità, di rifondare valori aggreganti e riproporre delle forme di cittadinanza attiva.

Attraverso tutto questo passa la possibilità di risollevare le sorti dell’uomo odierno,  evitando la solitudine transazionale e la deriva spirituale, rifiutando un edonismo totemico che pretende di apparire come messianica promessa di libertà e invece altro non è che l’ennesima espressione di uno schiavismo postmoderno in costante ascesa.


L’affare rifiuti e le mafie globali

12 Giugno 2008

 

Fine degli anni ‘70; la criminalità organizzata dà il via al suo mutamento, cambia il legame con il territorio, cambiano le strategie; la camorra alza il tiro. Dal traffico internazionale di droga scaturiscono enormi flussi di denaro che permettono ai clan di aumentare la propria capacità gestionale, continua l’estorsione, continua lo sfruttamento della prostituzione, continuano i crimini tradizionali, ma l’attenzione dei vertici si sposta sugli affari; enormi somme di denaro vengono non solo riciclate attraverso attività lecite, ma reinvestite sul mercato in modo da generare profitti sterminati.

Anche la criminalità organizzata punta al mercato globale, due volte globale per la eterogeneità delle sue forme e per l’estensione della sua gestione territoriale.

Con la crescita della consapevolezza ambientalista cresce anche l’interesse della malavita per l’affare rifiuti, la camorra si inserisce nel percorso raccolta-stocaggio-smaltimento e lo gestisce direttamente. L’imprenditoria ha bisogno di smaltire i rifiuti, ovviamente ha interesse a pagare il prezzo più basso possibile. La camorra gestisce l’intero ciclo a prezzi ridotti, si impadronisce di ciò che rappresenta un intralcio per la produzione industriale e lo trasforma in ricchezza. Tutto questo causa un effetto collaterale devastante, l’alterazione del mercato. L’impresa che appalta lo smaltimento ad organizzazioni legali è costretta a dover pagare prezzi più alti, trovandosi quindi in una posizione sfavorevole rispetto ai suoi diretti concorrenti, il risultato di questo circolo perverso è che tutte le imprese finiscono per appaltare, più o meno consapevolmente, lo smaltimento dei rifiuti alla camorra.

Le fonti di guadagno della camorra non terminano qui, per la verità sembrano non terminare mai. Una sorta di ciclo infinito. Un ciclo formato da vari passaggi, come fossero le mani di un poker, un poker in cui la camorra vince sempre e non passa mai. Così ai rifiuti si affianca il calcestruzzo e l’edilizia. Inoltre spesso gli interessi convergono verso la stessa zona, verso lo stesso buco. Un buco sul quale la camorra guadagna tre volte; la prima con i movimenti terra, la seconda con lo sversamento dei rifiuti e la terza con l’edificazione, sugli stessi terreni, di costruzioni abusive.

Il clan dei Casalesi, in particolare la famiglia Zagaria, è, secondo la direzione distrettuale antimafia di Napoli, l’impresa più forte nella gestione dei movimenti terra a livello nazionale. Tutto questo come fosse nulla, sotto lo sguardo di uno stato assente o presente a intermittenza, che prima osserva tacitamente e poi addirittura condona. Niente di più sbagliato credere che il binomio rifiuti-camorra sia una questione tutta campana, la maggior parte dei rifiuti tossici presenti nel casertano o nella zona di Pianura  arrivano dal nord, spesso dal ricco nord-est, dal triveneto, magari pure scortati da qualche insulto razzista. La verità è che le province di Napoli e Caserta sono “pattumiere nazionali”, zone franche in cui riversare tutto ciò che non può stare altrove, il territorio della provincia di Caserta è quello con il maggior numero di discariche abusive in Europa.

Il poker continua e la malavita vince sempre. Approfittando dei numerosi viaggi dei tir per il carico dei rifiuti, la malavita prende contatto con il territorio, organizza lo spaccio di materiali e stupefacenti. Spesso la criminalità organizzata entra in un territorio attraverso la cosiddetta “triangolazione”. Questo processo consente di far circolare materiale tra due ditte che non potrebbero entrare in contatto tra loro, attraverso il passaggio intermedio per un’organizzazione “pulita”, la quale attraverso la falsificazione dei documenti riesce a rendere possibile il transito delle merci. E’ importante sottolineare, inoltre, che in materia di reati contro l’ambiente esistono un gran numero di norme non concatenate tra loro, la presenza di una normativa poco chiara costituisce un vantaggio importante per chi punta a delinquere. La produzione legislativa è importante così come il coordinamento tra le istituzioni, però è altrattanto importante la cultura e il livello d’informazione della società civile.

E’ necessario, inoltre, stabilire nuovi criteri di progettazione industriale che tengano conto dei danni procurati all’ambiente, procedendo, attraverso le valutazioni d’impatto ambientale, alla previsione delle possibili ripercussioni sull’ecosistema. Uno degli intralci sul percorso di comprensione delle dinamiche della criminalità organizzata è rappresentato dal fatto che tutti noi abbiamo sempre concepito la mafia come un fenomeno cultural-territoriale. La mafia è un fenomeno globale, ha addirittura anticipato la globalizzazione e probabilmente è riuscita a farlo anche grazie a questa incapacità di analisi della società civile.

Siamo di fronte ad un fenomeno delittuoso in ascesa, negli ultimi dodici anni sono state accertate 321 mila infrazioni contro l’ambiente. L’affare rifiuti inizia ad avere un impatto significativo nell’89  quando i Casalesi prendono contatti con il territorio di Pianura, un territorio che, nonostante abbia ottenuto da poco l’attenzione mediatica del paese, è da molti anni il vero e proprio centro dell’affare rifiuti. Un territorio ormai distrutto, concimato dai rifiuti tossici e mai bonificato.

Oggi si parla di “ecomafie”. Il fatto stesso che sia stato creato un neologismo per descrivere il fenomeno la dice lunga sulle dimensioni dello stesso. Sul territorio nazionale sono presenti 469 mila edifici abusivi edificati. Lo scempio del territorio è stato compiuto.

C’è un solo, unico motivo che spinge le mafie a tutto ciò, il più classico: il dio denaro. L’unico punto di riferimento della criminalità organizzata è il business. Traffico internazionale di armi e droga, estorsioni, usura, riciclaggio, tutto questo genera una mole di profitti sterminata. Il bilancio delle mafie sembra una finanziaria dello stato, un giro d’affari di 90 miliardi di euro, 36 miliardi solo in mano alla ‘ndrangheta. Parliamo di masse di denaro smisurate, ma parliamo soprattutto di un fatto fondamentale, la mafia si è liberata del suo status originario, oggi indossa abiti firmati, parla inglese, è in grado di operare sul mercato globale.  Le mafia è entrata negli affari leciti, è tra di noi. La mafia di oggi è meno riconoscibile ed è più pericolosa. Questo è il punto fondamentale, finché si continuerà a considerare la mafia come una piaga esclusivamente meridionale, finché si crederà che questo problema non ci riguarda direttamente, non ci saranno giudici, magistrati, non ci saranno scorte, non ci saranno leggi che riusciranno a sconfiggere questa ulcera sociale devastante.

In Calabria, oggi, ci sono soltanto 1.900.000 abitanti, il che significa che 1 su 4 o è affilato o è colluso con la ‘ndrangheta. Questo significa che quel territorio è stato già spremuto, questo significa che la mafia ha già varcato i confini, è già in Europa, è già in Italia, ha già preso contatti con le nuove mafie dell’est europeo e con quelle cinesi. Oggi più che mai è necessario parlare di mafie. Oggi più che mai è necessaria una risposta decisa dello stato. Troppe volte la magistratura e le forze dell’ordine sono rimaste sole a combattere contro un nemico troppo grande per essere sfidato in solitudine. Troppe volte la politica ha abbandonato chi rischia la vita per lo stato e chi l’ha persa.

E’ fondamentale un intervento legislativo, bisogna arrivare ai beni finanziari, stroncare il flusso di denaro. Ma anche questo non basta, se non avviene un altro passo fondamentale, lo scollamento definitivo tra le mafie e la società civile. Tutti questi punti, necessari a far sì che si possa sconfiggere la mafia, sono solo anelli di una catena. Sono complementari ma non autosufficienti, il che significa che il buon lavoro di un singolo anello è pressoché nullo se anche gli altri anelli della catena non partecipano alla lotta. Ovviamente esistono anelli più importanti di altri, potremmo definirli anelli portanti. Uno su tutti: la politica. La politica deve guardarsi dentro, modificare le sue dinamiche.

Nicola Gratteri, Sostituto Procuratore della Repubblica presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, un giorno disse: “la ‘ndrangheta sta col centro-destra e col centro-sinistra, ma non sta mai all’opposizione”. La politica deve privarsi del marcio, finché esisteranno i collusi e finché esisterà lo stato nello stato anche la mafia continuerà ad esistere e la sua, è un’esistenza da protagonista.

 


Tokyo Rose

9 Giugno 2008

 

Pubblico un articolo di Furio Colombo tratto da l’Unità

 

C’è chi non si rassegna. Come Emma Bonino, che dice chiaro e fuori dai denti e con un po’ di maleducazione quello che pensa dello storico momento politico che il Paese sta attraversando, tra benedizioni papali, atti di sottomissione dello Stato alla Chiesa da alto medioevo (anche per esasperata, simbolica teatralità). Una Repubblica laica e indipendente che va in Vaticano rappresentata da un Gentiluomo vaticano, il sottosegretario Gianni Letta (e pensare che Filippo Facci era giunto a scrivere su Il Giornale che Fiamma Nirenstein, vice presidente della commissione Esteri della Camera, Pdl, non può parlare a nome dell’Italia sulla questione di Israele perché è ebrea) e un bel pacchetto di atti crudeli, inventati, costosi e inutili, quasi tutti contro i rom, certo più legati di Bossi e Borghezio alle radici cristiane d’Europa.

Ma ecco perché Emma Bonino è stata così duramente redarguita e rimessa al suo posto dall’editorialista del Giornale Giancarlo Perna. Perché si era permessa, da persona politica di una certa esperienza, di anticipare e interpretare le ragioni della «gioia» del Papa. Si ricorderà che parlando ai vescovi italiani, il Pontefice aveva lodato la nuova armonia (traduzione: la mancanza di confronto democratico tra opposti punti di vista di governo e minoranza) nella vita pubblica italiana. Parlare di «gioia» per l’Italia dopo la caccia ai rom di Ponticelli e prima della caccia ai rom di Venezia, «è un po’ patetico» come dice, commentando le parole del Papa, la Bonino. È vero che l’ex ministro di Prodi («La persona con cui lavoro meglio» aveva detto il professore mentre lei portava a casa, di mese in mese, risultati sempre migliori, e ormai sfumati, nel commercio con l’estero) intendeva soprattutto anticipare il senso profetico di quelle parole. In pochi giorni, il capo della Chiesa e dello Stato Vaticano avrebbe ricevuto il baciamano di sottomissione completa della Repubblica italiana, e la garanzia dei dovuti versamenti per le scuole private cattoliche.

Ma la Bonino avrebbe dovuto sapere che in questa Italia del pensiero liberale (che copre tutta l’area di consenso dalla corporazione Malpensa alla corporazione tassisti) certe cose, se riguardano il Papa, non si possono dire. O meglio si possono dire solo lodi ed esaltazioni, meglio se esagerate, come fanno, scaltri, tutti i telegiornali. Annunciano, con il tono di voce dei “Giornali Luce” di un tempo, che «è durato un’ora e mezzo l’incontro di Berlusconi con il Santo Padre». L’ora e mezza, record di tutti gli incontri mai avvenuti fra un rappresentante politico e il rappresentante di Dio, si raggiunge sommando l’incontro Berlusconi-Papa più l’incontro Berlusconi-Cardinal Bertone, più l’offerta di diamanti e pietre preziose (imbarazzante, no?) in nome della sottomessa e pacificata tribù italiana al re della Chiesa. Più i complimenti al “giovane” Gentiluomo vaticano in veste di sottosegretario italiano, più il tempo che c’è voluto a Berlusconi per aggiustare la giacca del capo del protocollo di Palazzo Chigi, a quanto pare troppo abbottonato.

La disgraziata Bonino, invece, ha parlato di “questua”, e la parola le viene buttata addosso come olio bollente, con una evidente nostalgia di celebrare la gioia papale alla Giordano Bruno.

Non c’è bisogno di essere credenti, basta essere militanti del nuovo ordine, per dare alla peccatrice radicale ciò che le spetta, e che spetta ai suoi compagni radicali di malefatte. Quali malefatte? Darsi da fare per essere eletti, se non hai santi in paradiso, se non hai in terra una mano invisibile che vede, provvede e - al momento giusto - concede. In quei casi sfortunati devi cercare fondi e sostegni alla luce del sole, devi chiederli ai cittadini e agli alleati. Ma qui cade l’asino. La logica dell’accusatore del foglio liberale Il Giornale, organo del Popolo della libertà, è implacabile: come osa una mendicante rimproverare al Papa la nobile questua con cui la Chiesa chiede allo Stato di pagare le scuole cattoliche?

«Sarà l’effetto dei 60 anni che la biondina di Bra ha appena compiuto» osserva l’articolista con delicatezza. Il suo fa parte del gruppo di giornali disposti a qualunque vendetta e ritorsione (per non parlare delle aggressioni preventive) contro chiunque osi accennare, anche per sbaglio o per equivoco, ai tratti fisici dei campioni di destra. Vorremmo ricordare (insieme a molte volonterose istituzioni religiose) che oggi - mentre scriviamo dall’Italia di Bossi-Borghezio-Calderoli-Castelli-Maroni - si celebra nel mondo “La giornata del rifugiato”. Proprio oggi (scrivo il sabato 7 giugno) dieci di quei rifugiati sono stati trovati cadaveri in mezzo al Mediterraneo da un peschereccio italiano che - in violazione della futura legge Maroni - ha soccorso i sopravvissuti, tra cui donne e bambini. Li hanno salvati con l’espediente delle gabbie del tonno (si cala la gabbia in mare e si tenta di prendere i corpi) per poi consegnarli a quel tipo di casa-albergo detto Cpt. Le cose vanno in questo modo: o finisci in fondo al mare o vieni salvato, trattato da clandestino e rispedito alla fame e alla minaccia di morte da cui speravi di fuggire in nome del tuo diritto di essere umano.

Sul senso di questa giornata ci illumina il Capo di stato maggiore della Difesa generale Vincenzo Camporini: «Gli aerei senza pilota “Predator”, impiegati anche in Afghanistan, sarebbero sicuramente un modo molto economico per pattugliare i mari e impedire lo sbarco dei clandestini» ha detto il capo dell’esercito italiano durante l’esercitazione aereo-navale italo-maltese “Canale 2008”.

«Ben venga il Predator se è un mezzo per risolvere a fondo il problema» ha commentato il sottosegretario alla Difesa Giuseppe Cossiga (Corriere della Sera, 7 giugno). La parola «a fondo» non è mai stata più appropriata per celebrare la festa italiana del rifugiato.

***

Resta la domanda, e anzi si ripropone con forza specialmente se, come sostiene l’organo del liberalismo italiano, ha torto la Bonino che, a causa dell’età, comincia a straparlare benché sia di un decennio e mezzo più giovane del giovane presidente del Consiglio. Che cosa ha il Papa di cui “gioire” nell’Italia più cattiva, punitiva, carceraria, ingegnosamente attiva in ogni aspetto e modo di perseguitare chiunque sia colto in condizioni di inferiorità e debolezza? Che cosa avrà da far festa il Papa in un’Italia che si sarà forse ingessata in certe sue funzioni politiche (come quella di dire no) ma si spezza sulla decenza, sulla tolleranza, sulla tradizione di civiltà, sul rispetto degli esseri umani. E scatena in piena guerra di camorra e in piena tempesta economica (il petrolio a 140 dollari al barile, un’impennata di dieci dollari in un solo giorno) una guerra dello Stato e della forza dello Stato contro tutti i deboli? Le vittime scelte e designate per i pogrom di Stato sono gli immigrati, da considerare tutti sospetti. Sono gli zingari, da definire tutti e pubblicamente “ladri di bambini”, persino se non è mai (mai) accaduto. Sono i clandestini, da associare alla peggiore delinquenza o alla sicura intenzione di delinquere (”vengono qui per commettere reati”), sono le prostitute, immediatamente definite “criminali”, evidentemente capaci di generare, malevolmente e da sole, l’alto patrocinio dei padri di famiglia italiani, compresa una massiccia parte di Popolo della libertà e di leghisti (per naturali, non confutabili ragioni statistiche) che affollano certe strade italiane.

La fantasia dei persecutori (per capire suggerisco di ascoltare una o due frasi di Borghezio, poi tradotte in italiano dal ministro dell’Interno Maroni, che si finge normale ma è il braccio armato di sentimenti di rivincita e di vendetta che si stanno appena rivelando) però non si placa tanto presto. Geniale l’idea di sequestrare le case affittate ai clandestini, trovata intelligente e crudele per buttare preventivamente sulla strada, con bambini e stracci, gente che lavora e che finora ha pagato cifre oltraggiose per alloggi troppo disumani anche per un film. Ma adesso il passaparola febbrile fa scattare i comportamenti da Ku Klux Klan prima che sia iniziata la discussione di ciascuna delle vergognose leggi di cui stiamo parlando. I padroni di catapecchie le svuotano subito, prima che passi la polizia e senza distinguere. Lo Stato ci sta dicendo che sono tutti feccia. A Roma la polizia si presenta nelle portinerie, rispondendo a soffiate. A Milano si fanno rastrellamenti sui tram finora vietati dalla Costituzione. Qualunque cliente stradale - tra cui ottimi padri di famiglia - si sentirà in diritto di abusare in tutti i modi, psicologici e fisici, di una prostituta. «Che lo vada a dire alla polizia». Intanto i “blitz”, bella parola militare che fa irruzione nelle notti di gente stanca di povertà e di lavoro, si ripetono in tutti i campi nomadi, Forze dell’ordine e volontari, tanto non c’è nessuna norma da rispettare. Tutto sta avvenendo mentre il “pacchetto sicurezza” è stato molto annunciato, ma nulla di esso è stato finora discusso nel luogo chiamato Parlamento.

I vescovi hanno già fatto sapere che su alcune di queste ignobili norme persecutorie non sono d’accordo. Ma l’Italia dell’asse Gentilini-Maroni-Berlusconi farà finta di niente. Dopotutto i clandestini non sono embrioni, le prostitute, nonostante il Vangelo, non c’entrano con la sacralità della famiglia, gli immigrati si adattino a venire in Italia rispettando i “flussi” (che non esistono). Se non li rispettano, sono prede libere, come in certi allucinanti giochi di delirio sul futuro.

Vorrei ricordare ai miei colleghi dell’opposizione l’esemplare storia di Tokyo Rose. Era una bella voce di donna, apparentemente americana, con lieve e gentile accento del Sud, che la propaganda giapponese ha usato con straordinario successo per fermare o rallentare l’avanzata - e persino la resistenza e la tenuta psicologica - dei soldati americani, inglesi, australiani, nascosti nelle paludi o impantanati nelle trincee in attesa di attaccare. La voce di Tokyo Rose, che ascoltavano da migliaia di altoparlanti per decine di chilometri, ricordava ai ragazzi yankee accampati in una giungla estranea, migliaia di miglia lontani da casa, come è dolce la vita, come è quieta e tranquilla se non insisti nel far la guerra ai giapponesi. Sosteneva che c’è tanto da condividere se si smette di combattere, sussurrava di donne, belle come era bella quella voce, che li aspettavano. I libri di storia americani ricordano Tokyo Rose come il più grande tentativo di guerra psicologica. Centinaia di soldati alleati hanno disertato per scomparire dall’altra parte della giungla. I giapponesi volevano soldati-ombra. Per fortuna solo pochi sono caduti nella trappola.


Obama sarà il primo candidato afro-americano alla Casa Bianca. Hillary non molla, vuole la vicepresidenza

4 Giugno 2008

 

Obama sarà il primo afroamericano della storia candidato alla presidenza degli Stati Uniti.  Il giovane senatore nero ha ottenuto la maggioranza dei delegati, dunque otterrà la maggioranza dei voti alla convention del Partito Democratico. Gran giorno per Barack Obama che risulta essere il favorito nei sondaggi anche per la corsa alla Casa Bianca,  ma quella è decisamente un’altra storia non foss’altro per il fatto che John McCain ce la metterà davvero tutta per strappare il primato ad Obama, sfruttando a pieno il suo simulacro di reduce del Vietnam.

L’età, la sicurezza, la concretezza di Obama hanno fatto il miracolo, sconfiggere la ricca e super organizzata macchina burocratica dei Clinton.

Hillary ha commesso non pochi errori, polverizzando il vantaggio iniziale in termini di consensi e l’abnorme differenza di risorse economiche e mediatiche.

La colpa capitale è stata quella di aver sempre sottovalutato le potenzialità di Obama, considerato, a detta di Bill, come nient’altro che un buon “candidato nero”, una sorta di leader minoritario. E invece il senatore nero è riuscito ad incarnare la speranza dell’intera comunità afroamericana che per la prima volta avrà la possibilità di consegnare il mandato di governo a un “candidato nero”, lo stesso nero che ha fatto rivivere il mito, mai dimenticato, di John Kennedy e di suo fratello Bob e ha ottenuto l’appoggio esplicito della famiglia Kennedy, gente che in America conta ancora molto.

I Clinton sembravano più una comitiva di impresari della democrazia, una famiglia distrutta dalle monellerie di Bill e rimessa insieme, per l’occasione, dal collagene della campagna elettorale.

Ma tutto ciò non è bastato, non è servito, nel momento in cui la popolarità della presidenza Bush tocca il minimo storico e gli americani iniziano a percepire lo spettro della recessione economica , Hillary non è stata considerata la persona adatta a dare agli Usa il nuovo slancio necessario per affrontare la crisi, in questo senso ha presumibilmente inciso il fatto che la Clinton abbia bruciato un budget milionario in pochi mesi senza riuscire ad incrementare i consensi, come dire prove tecniche di risanamento fallite.

Obama è l’uomo della speranza, l’uomo del futuro, l’uomo figlio di un keniota e di una donna bianca del Kansas capace di incarnare il mito del sogno americano, l’uomo del cambiamento, della possibile creazione di un nuovo ordine mondiale, Barack Obama è l’uomo dello «Yes, we can», quello vero.


Fatti del Pigneto. Rettifica

3 Giugno 2008

 

Prima di scrivere bisognerebbe verificare, ma non sempre è possibile, spesso ci si lascia travolgere dalle sensazioni, dalla rabbia, dagli articoli del Corriere della Sera.

Si può sbagliare, ma l’obbligo della rettifica è sacrosanto, dunque correggo quanto scritto in merito ai fatti del Pigneto di sabato 24 maggio 2008; nessun raid neonazista, la spedizione punitiva è stata guidata da un italiano di 48 anni, ormai soprannominato da tutti Ernesto per via di un vistoso tatuaggio del Che sull’avambraccio.

Ernesto, al secolo Dario Chianelli, ha deciso di farsi giustizia da solo in seguito al furto di un portafogli, distruggendo, dopo numerosi tentativi di mediazione, un negozio gestito da un extracomunitario. Ernesto non ha agito solo e ha voluto precisare che il suo non è stato un gesto razzista, ma una reazione dettata dall’insofferenza e dalla mancanza di rispetto.

Dunque il dovere dell’informazione è quello di fornire resoconti il più possibile aderenti alla verità sostanziale dei fatti, fatti che andrebbero verificati prima di essere  raccontati, non sempre tutto ciò è possibile o di facile attuazione, l’importante è ammettere i propri errori, rendendosi credibili agli occhi dei lettori.


Confronto, convergenza e società aperta

30 Maggio 2008

 

La democrazia è riconoscimento della diversità, è possibilità di esprimere le proprie opinioni e i propri convincimenti. La democrazia è convivenza, curiosità, possibilità di garantire ad ognuno eguali diritti e doveri. La stampa è al servizio della democrazia, deve poter agire libera da qualsiasi ingerenza del potere politico, la stampa ha il dovere e il diritto di informare i cittadini ed è responsabile nei confronti degli stessi.

La capacità di un popolo di far valere i propri diritti, di riaffermare ogni giorno i principi della democrazia, che pur nella sua imperfezione rimane comunque l’unico metodo di governo in grado di garantire la libertà dell’individuo nei confronti della pubblica autorità, passa anche attraverso la tutela dell’indipendenza dell’informazione.

La convivenza tra persone diverse è possibile, sono possibili le convergenze. E’ possibile trovare un punto d’incontro tra persone apparentemente distanti, unite dalla stessa voglia di curiosità, di scoperta e conoscenza. L’evoluzione di un popolo passa attraverso la capacità di imparare dai propri errori, attraverso la consapevolezza che neppure il più illuminato tra gli uomini è depositario dell’intero sapere.

 

 

Dobbiamo tutti quanti avere maggiore consapevolezza delle nostre facoltà, non per inorgoglirsi stupidamente, ma per avere piu’ rispetto per se stessi e, di conseguenza, di chi ci sta intorno. Il riferimento è alle otto facoltà che sono alla base del pensiero e dei “colloqui” di tutta la vita umana. Facoltà che impegniamo, vivendo e compiendo tutti quegli atti propri del nostro essere, che diamo per scontati, ma che sono la base per dare valore a sè e agli altri: gli stessi meccanismi che lavorano in noi, complessi e meravigliosi, agiscono in tutti con disinvoltura, ma seguendo un preciso percorso in cui s’intrecciano fisicità e psiche. Ma quali sono questi magnifici otto? Intelligenza, ragione, immaginazione (fantasia), sentimento, coscienza psicologica o consapevolezza, coscienza morale, volontà e libertà. Facoltà che operano in modo simultaneo, sinergicamente e in coordinazione: una non ignora l’altra e l’una si accorda con l’altra. Noi quindi non solo abbiamo queste capacità che ci danno la possibilità di affrontare qualunque problema, ma abbiamo la consapevolezza di pensare il nostro pensiero. Prendiamo un orologio. È una realtà programmata in modo passivo, è fedele ma non ha pero’ iniziativa. La persona umana è sì realtà programmata, ma che è in grado di programmarsi ancora, con la possibilità di prendere iniziative: in una parola la nostra azione libera, il libero arbitrio con le sue responsabilità. Troppi vorrebbero ridurci a mere appendici di un sistema, Moloch sanguinario, che consuma se stesso, e sacrifica all’altare di un determinismo cieco, idee, energie, programmi, intuizioni che potrebbero aiutare l’umanità intera. La consapevolezza di possedere le otto facoltà permette di evitare la omologazione e l’adeguamento ad una realtà dominante, ad un pensiero che si spegne in se stesso e non fa crescere. In questa tenzone il ruolo dei media è strategico: da grande fratello (quello serio, di Orwell) a strumento di conoscenza e veicolo di idee. Il fine unico è il tuo parlare, pensare, decidere. Stimare la nostra vita umana per stimare quella degli altri. Avendo consapevolezza dei nostri errori, spesso inevitabili, ma con piena comprensione che se i “passaggi” mentali sono quelli descritti e sono validi per tutti, le differenze culturali, ambientali, etniche, potranno essere un ulteriore tassello prezioso del mosaico di un mondo frastagliato, lacerato, incattivito, ma pur sempre bellissimo. Ogni tanto, fermarsi e pensare, fa bene.

 

Ezio Ercole